L'incoming in Italia nel 2016

Avanti tutta!

Nonostante il terremoto in Centro Italia, nel 2016 l’incoming ha raggiunto quota 36,715 miliardi di euro, 1,1 miliardi di euro in più rispetto al 2015. Il turismo in Italia va bene ma potrebbe andare assai meglio se venisse affrontato come nuovo sistema industriale basato sull’aspetto cognitivo dell’attività umana superando la visione manifatturiera degli ultimi due secoli

Banca d’Italia è la fonte privilegiata per conoscere quanto spendono gli italiani all’estero quando viaggiano per turismo (22,336 miliardi di euro) ma soprattutto quanto spendono gli stranieri in Italia per lo stesso motivo. Per chi si occupa da troppo tempo di turismo (lo confesso: è dal 1982 che lo faccio) è sempre con un misto di stupore e dolore che analizzo i dati statistici del settore in cui lavoro da così tanti anni. Lo stupore è frutto di dati statistici che soprattutto dal 2008, quando è terminata l’illusione manifatturiera del nostro Paese, mostrano un settore in netta controtendenza. Dalla Grande Crisi Globale l’Italia ha perso un quarto della sua capacità produttiva e il 9 per cento del PIL, ma non nel turismo dove all’opposto dai 28 miliardi di euro di incoming dell’epoca siamo arrivati ai 36,7 miliardi di euro del 2016 con un saldo positivo sempre attivo che lo scorso anno ha superato i 14 miliardi di euro. Analizzando anche solo gli ultimi cinque anni (tutti all’insegna della politica lacrime e sangue da parte dei governi nazionali), l’incoming in Italia segna solo risultati positivi: 32 miliardi di euro nel 2012, 33 miliardi di euro nel 2013 (nonostante il terrorismo della Guardia di Finanza mandata negli alberghi l’anno precedente a snidare i fantasmi di Mario Monti), 34,2 miliardi di euro nel 2014, 35,5 miliardi di euro nel 2015 (l’anno di Expo Milano), 36,7 miliardi di euro nel 2016 nonostante la cadenza di terremoti che a partire dal 24 agosto ha messo in ginocchio prima, ha espulso dal mercato del turismo poi parte del Centro Italia con borghi di bellezza incredibile come Norcia investendo di fatto Umbria, Lazio, Abruzzo, Marche anche laddove le scosse non ci sono state o sono state avvertite in maniera lieve. Senza il terremoto del Centro Italia il 2016 probabilmente avrebbe sfiorato i 38 miliardi di euro come incoming a dimostrazione che Expo ha creato un effetto traino assolutamente fantastico nonostante l’abbandono di fatto del sito (altro mistero italiano e milanese in particolare). In ogni caso, il 2016 è stato un anno assolutamente positivo. Se ci aggiungiamo il mercato interno, anch’esso in ripresa, superiamo abbondantemente i 100 miliardi di euro probabilmente attestandoci attorno ai 150 miliardi di euro. Se poi consideriamo la rete che il turismo rappresenta come fattore di sviluppo diretto o indiretto di settori come l’agricoltura, l’artigianato, l’industria manifatturiera stessa, oltre a settori affini come la moda, il design, il fashion, la comunicazione, l’intrattenimento per arrivare all’istruzione, probabilmente il turismo in Italia in maniera diretta o indiretta concorre ad almeno la metà del PIL nazionale.
Il dolore nasce dalla constatazione che l’Italia continua a sottovalutare ciò che possiede ma soprattutto non riesce a fare il salto di qualità culturale dalla novecentesca cultura industriale legata all’egemonia della manifattura (e quindi della classe operaia che ne era protagonista) alla nuova egemonia del cognitivo, vale a dire di attività legate all’informazione, alla comunicazione, all’offerta di esperienze umane uniche ed esclusive e nello stesso tempo declinate su numeri mai inferiori al milione e spesso al miliardo di persone quando si ragiona su scala globale. La classe operaia in Italia e in Occidente più in generale assomiglia molto agli artigiani del tardo Medioevo in lotta contro il progresso, rappresentato dalle macchine, che li stavano emarginando. E’ accaduto in Inghilterra all’epoca di Margaret Thatcher quando i minatori scesero in lotta per difendere l’uso del carbone inquinante non rendendosi conto che il mondo stava andando verso una cultura green motivo per il quale la loro lotta non era più progressista ma francamente reazionaria. I loro figli non fanno più i minatori: godono di una salute migliore oltre che di migliori condizioni di vita e anche di istruzione. Se qualcuno vuol cercare la classe operaia, deve andare in Asia, in Cina in particolare. In Europa è una classe sociale residua che non a caso vota in maniera del tutto nostalgica quando non reazionaria.
Sviluppare l’industria del cognitivo (del sapere applicato) significa cablare finalmente l’intero paese con la fibra per facilitare le interconnessioni di milioni di apparecchi collegati in rete 24 ore al giorno tutto l’anno eliminando ogni forma di isolamento e di barriera fisica, significa rendere multimediale l’intero patrimonio museale e archeologico italiano rendendolo molto più attrattivo, significa applicare la realtà aumentata nelle città affinché chiunque, camminando con il suo smartphone in mano, colga i più reconditi segreti storici e artistici dei 20.000 borghi di cui ci vantiamo, significa dare lavoro ai giovani intellettuali che a partire dai licei sono in grado di mettere in orbita il sistema turistico italiano rendendolo il più attraente, interessante, redditizio dell’intero pianeta offrendo finalmente un’alternativa al Sud Italia per lasciarsi alle spalle 150 anni di discriminazioni economiche e culturali, offrendo finalmente un’alternativa alle nuove generazioni che non di elemosina vogliono vivere ma semmai dei nuovi lavori che l’industria cognitiva è in grado di creare a centinaia di migliaia: Google, Facebook, Booking, Amazon insegnano. Significa far pagare Iva e tasse a tutti, tracciando elettronicamente ogni transazione commerciale, creando davvero le condizioni per abbattere il debito pubblico e ricominciare a crescere anche economicamente. Non sopporto gli ignoranti (spesso idioti perché non usano gli strumenti del sapere) che dicono che possediamo il 70 per cento dei beni culturali del pianeta o che dovremmo vivere di solo turismo. Basta porsi davanti a un mappamondo per rendersi conto di quanta ricchezza culturale sia cosparso (per fortuna) il nostro pianeta. Forse ne possediamo il 5 per cento, che è una cifra spaventosa per un paese grande come un lenzuolo (300.000 chilometri quadrati), un 31° della sola Cina. Dovremmo vivere dell’industria cognitiva che è industria e come tale è anche manifattura solo che pone al centro dei suoi obiettivi non più i valori del manifatturiero (la produzione, il consumo) ma quelli del cognitivo (l’esperienza umana, l’ambiente, la qualità della vita).

Viva i tedeschi
Passano i decenni, cambiano mode e generazioni ma i tedeschi restano i nostri migliori ospiti. Nel 2016 hanno speso in Italia 5,7 miliardi di euro. Gli americani da quando sono sbarcati in Italia nel giugno del 1943 appena possono tornano più che volentieri: l’anno scorso hanno speso 4,5 miliardi di euro, quasi un miliardo in più rispetto al 2012. Terzi sono i francesi, con i quali litigare ci piace più che con altri perché ci sono cugini davvero in tutto, soprattutto a tavola e in camera da letto. Ci hanno lasciato 3,6 miliardi di euro, ben 800 milioni di euro in più rispetto al 2012. I britannici sono al quarto posto (speriamo che ci restino anche dopo la Brexit) con 3 miliardi di euro, 650 milioni di euro in più rispetto al 2012. Quinta è la Svizzera con 2,4 miliardi di euro, anch’essa in costante crescita. Segue l’Austria con 1,5 miliardi di euro (sostanzialmente costante negli ultimi cinque anni). Settima è la Spagna che da quando ha imboccato la via democratica è diventata un paese dedito anche al bel viaggiare. E’ statica da alcuni anni (la crisi economica e politica si è fatta sentire anche da loro) ma supera comunque 1,139 miliardi di euro. L’ottavo posto è dell’Australia con 1,133 miliardi di euro. Considerata la distanza, sono eroici questi australiani… Sopra il miliardo di euro ci sono anche Olanda e Canada con il Canada che ha incrementato di ben 400 milioni di euro le sue spese in Italia.

Il top è nel terzo trimestre
Il terzo trimestre (luglio-settembre) è il favorito dagli stranieri che vengono in Italia: vale 13,775 miliardi di euro seguito dal secondo trimestre (aprile-giugno) con 10,254 miliardi di euro. Il quarto trimestre (ottobre-dicembre) supera di poco il primo trimestre: 6,847 miliardi di euro contro 5,84 miliardi di euro. Questo andamento è rimasto costante nel corso del tempo almeno negli ultimi cinque anni.

Che sta accadendo nel Sud Tirolo?
In un’Italia baciata dall’incoming risalta nettamente il flop del Trentino-Alto Adige e in particolare del Sud Tirolo. La provincia di Bolzano in un solo anno è passata da un miliardo a 471 milioni di euro. Misteriose le cause, da analizzare ovviamente. Anche la provincia di Trento registra una flessione, dai 504 milioni di euro del 2012 ai 368 milioni di euro del 2016. In Trentino il fenomeno straniero era meno importante così anche la flessione risulta meno importante anche se di flessione si tratta. Che si tratti del fatto che gli italiani, essendo rimasti in maggior numero in Italia per via anche della paura del terrorismo, abbiamo speso di più pur di trovare posto in Alto Adige (e in misura minore anche in Trentino) sostituendosi in tal mondo ai clienti d’oltre confine? Per lavoro ho visitato numerosi alberghi soprattutto in Sud Tirolo ma anche in Trentino e non ho avuto alcun sentore di crisi, ma semmai della presenza più numerosa che nel passato di ospiti italiani. Le statistiche sull’incoming a questo punto fotografano probabilmente un fenomeno di sostituzione della sorgente da cui arrivano gli ospiti.
La flessione del Trentino-Alto Adige ha impedito all’area del Nord Est di primeggiare nell’incoming a tutto vantaggio del Nordovest che ha conquistato il primo posto con 10,652 miliardi di euro. La Lombardia funge da traino con 6,665 miliardi di euro (1,3 miliardi di euro in più rispetto al 2012 ma anche 600 milioni di euro in più rispetto al radioso 2015) con ottime performance sia del Piemonte (1,829 miliardi di euro con un incremento di 600 milioni di euro rispetto al 2012) che della Liguria (1,85 miliardi di euro con un incremento di 500 milioni di euro rispetto al 2012). Stagnante la Valle d’Aosta con 309 milioni di euro, con un lieve decremento rispetto al 2012. La nuova, avveniristica funivia del Monte Bianco aiuterà a rilanciare la valle? Speriamolo.
Il secondo posto è stato appannaggio del Centro Italia con 10,486 miliardi di euro con il Lazio in testa con 5,35 miliardi di euro (con un miliardo di euro in meno rispetto al 2015), la Toscana in grande spolvero con 4,59 miliardi di euro (quasi un miliardo di euro in più rispetto al 2012), l’Umbria in netto calo (179 milioni di euro), stagnanti le Marche con 366 milioni di euro. Mentre il Lazio è Roma, la Toscana ha numerosi borghi storici e splendide destinazioni sparse nel territorio che le consentono di spalmare meglio i flussi turistici e continuare a incrementarli.
Il Nordest risulta al terzo posto sopra quota 10 miliardi di euro con la marcata flessione del Trentino-Alto Adige di cui abbiamo già scritto, con un’ottima prestazione del Veneto a quota 5,9 miliardi di euro (900 milioni di euro in più rispetto al 2012), buona anche la prestazione del Friuli-Venezia Giulia (limitata alla sola costa fondamentalmente) con 1,31 miliardi di euro (350 milioni di euro in più rispetto al 2012), più altalenante il fatturato dell’Emilia Romagna che nel 2016 ha raggiunto quota 1,96 miliardi di euro.
Fanalino di coda il Sud e Isole con 4,899 miliardi di euro con un incremento di 800 milioni di euro rispetto al 2012. Stagnante l’Abruzzo fermo a quota 203 milioni di euro, inesistente il Molise con 16 milioni di euro (surclassato da una qualsiasi provincia del Nord o del Centro Italia), in decrescita la Campania che dopo un ottimo 2015 (1,8 miliardi di euro) è scivolata a quota 1,562 miliardi di euro. Buono ma non brillante il risultato della Puglia a quota 680 milioni di euro, un centinaio di più rispetto al 2012, faticoso il risultato della Basilicata ferma a quota 43 milioni di euro (era arrivata a 83 milioni di euro nel 2014), disastroso come sempre il risultato della Calabria ferma a quota 119 milioni di euro (in discesa rispetto ai 161 milioni del 2015 ma anche rispetto ai 145 milioni di euro del 2012). La Sicilia registra una battuta d’arresto a quota 1,16 miliardi di euro dopo lo splendido risultato del 2015 dove era arrivata a 1,627 milioni di euro. Molto meglio la Sardegna che ha raggiunto quota 1,116 miliardi di euro con un incremento di ben 500 milioni di euro rispetto al 2012.
Stando all’Istat, l’istituto nazionale di statistica, nel settore dei servizi (in cui è catalogato anche il turismo) l’evasione fiscale ammonta ad almeno il 20 per cento che su una cifra di 36,715 miliardi di euro significa un sommerso di almeno 7 miliardi di euro che porterebbe il nostro incoming assai vicino a quanto dichiara la Francia. Non sarò certo io a dare una soluzione a un quesito degno di Sherlock Holmes…

Non è colpa di Virginia Raggi
Roma è in crisi. Resta la prima città italiana per fatturato incoming con 5,218 miliardi di euro ma ne ha persi quasi un miliardo di euro rispetto al 2015 ed è tornata al 2012. Effetto Bergoglio? Di certo questo papa non attira le folle sterminate di papa Paolo Giovanni II… E’ il papa dei poveri, a Roma non tutti apprezzano…
Venezia all’opposto di Roma fa segnare un altro anno da favola con 3,843 miliardi di euro solo dall’incoming, 1,1 miliardi di euro in più rispetto al 2012. Più turisti viaggiano nel mondo, più turisti anelano di raggiungere Venezia. Sembra una sorta di teorema di Pitagora…Il giorno che a Venezia avranno il coraggio di penalizzare il turismo mordi e fuggi, bloccare fuori della laguna navi da crociera che sono più grandi delle portaerei della seconda guerra mondiale, rendere multimediali i musei aprendo nell’Arsenale luoghi museali dedicati ai mille anni di storia della Serenissima (è incredibile ma non esiste) e a momenti di questa storia epici come la battaglia di Lepanto (incredibile, ma non esiste), Venezia diminuirà le quantità migliorando ulteriormente i valori aggiunti garantendo anche che il settore paghi le tasse al 100 per cento, cosa che sospetto non accada ancora.
Milano si è scrollata di dosso da alcuni anni la fama di grigia città industriale, è diventata una città turistica in competizione più che con Roma e Venezia, con Parigi e Londra come pop star del design, del fashion, delle nuove tendenze all’insegna dei grattacieli più aerei e scintillanti della penisola. Nel 2016 ha raggiunto quota 3,387 miliardi di euro trascinandosi dietro località come Como (1,257 miliardi di euro, il doppio rispetto al 2012) e Varese (736 milioni di euro) creando una sorta di sistema territoriale davvero formidabile. Mi stupisce il sonno di Bergamo (225 milioni di euro), con uno dei centri storici più belli in assoluto: l’egemonia del manifatturiero è dura a morire…
Firenze ha sfondato quota 3,152 miliardi di euro, 1,1 miliardi di euro in più rispetto al 2012. Effetto Renzi? Molto probabile. Da augurarsi che continui così anche in assenza del Giglio Magico…
Sopra il miliardo di euro ci sono Torino (1,2 miliardi di euro, 500 milioni di euro in più rispetto al 2012), Como (1,257 miliardi di euro), Verona (1,155 miliardi di euro, in fase calante), Napoli (1,152 miliardi di euro, 200 milioni in meno rispetto al 2015, un centinaio in più rispetto al 2012).
Sopra i 500 milioni di euro ci sono deliziose città come Brescia (591 milioni in discesa rispetto ai 712 milioni di euro del 2012), Genova (584 milioni di euro, un centinaio di più rispetto al 2012). Imperia (la cui provincia con 627 milioni di euro supera Genova, con 150 milioni di euro in più rispetto al 2012), Udine (521 milioni di euro in netto crescendo rispetto ai 375 milioni di euro del 2012), Rimini (592 milioni di euro, un centinaio in più rispetto al 2012). Sfiorano quota 500 milioni di euro Palermo, Cagliari, Trieste, Bolzano.
In termini quantitativi, il numero dei visitatori stranieri in Italia è ammontato a 82,873 milioni. Hanno generato quasi 341 milioni di pernottamenti.

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