Hotel Domani

Creatività e Digitale. Creatività e Innovazione per la Cultura e il Turismo Italiano

Claudio Ricci e Renato Andreoletti

Claudio, che cosa sta accadendo nel mondo del turismo?
Siamo entrati con l’attuale connessione in rete di 50 miliardi di “oggetti” nel mondo nell’era della “complessità aumentata” dove un piccolo effetto può produrre azioni incisive anche nel macro sistema socio economico. Tutto questo mentre, alla fine del 2016, si consolideranno due sorpassi: Internet nei sistemi mobili sarà più utilizzato che sui dispositivi fissi e il tempo che passiamo nei Social Network superà quello trascorso guardando i prodotti televisivi.

Tutto ciò che cosa comporta?
Una nuova dimensione, ben oltre i confini geografici e sociologici, si sta creando anche nella nostra consapevolezza aprendo nuovi orizzonti, citati recentemente dalla comunità internazionale (Irina Bokova, direttore generale dell’UNESCO, nel 2016) di cultura come diritto umano (chi ne fruisce è più sensibile al dialogo e innesca maggiori processi creativi) e sin anche come nuova leva diplomatica. Peraltro, già venti anni fa UNWTO (Organizzazione Mondiale del Turismo ora agenzia ONU) indicava il turismo come passaporto di pace e catalizzatore di processi per lo sviluppo economico.

Per l’Italia come si traduce tutto questo?
La fruizione dei beni culturali, che nel caso italiano dovremmo concepire unitamente al paesaggio storico urbano (con i siti cesellati nel paesaggio, come citato da Antonio Paolucci direttore dei musei vaticani) inizia dalla realizzazione di un catalogo multimediale di quanto abbiamo in Italia anche per la sua messa in sicurezza ben prima dell’atto di valorizzazione (parola, quest’ultima, sbiadita nei suoi significati). Catalogare i beni con immagini tridimensionali oggi apre l’opportunità, attraverso la manifattura additiva (nota con il nome improprio correlato a stampanti 3D), di conservare la memoria materiale al fine di riprodurla sin anche, in un futuro prossimo, con materiali analoghi.

Come si realizza un simile catalogo?
In Italia il catalogo unico dei beni culturali (a cui dovrei aggiungere i valori immateriali, tradizionali e correlati a miti e riti simbolici) non è mai stato efficacemente realizzato. I motivi sono molti a partire dal fatto che abbiamo tanto al punto tale che è difficile anche misurarlo: 33 perle culturali (importanti) ogni 100 km quadrati di territorio, oppure (se si preferisce) un Sito di rilievo ogni 4 km di strade percorse. In tutti questi numeri un Centro Storico (se ne contano 22.000 in Italia) è computato per uno. Abbiamo anche (dovrei dire soprattutto) 51 Siti Patrimonio Mondiale UNESCO ma, come si dice, la Cina è vicina (50 Siti, nel 2016) e se non daremo maggiore propulsione alle attuali candidature (41, a oggi, nella Tentative List italiana) potremmo perdere questo importante primato mondiale utile alla promozione culturale e del turismo (Made in Italy).

Che cosa fa UNESCO Italia?
È opportuno citare, nell’anno 2010, il lavoro svolto dall’Associazione dei Siti UNESCO italiani (finanziato dalla specifica legge 77/2006, dedicata alla tutela e valorizzazione di questi luoghi, ma a oggi sostenuta in modo non adeguato) con il quale è stata realizzata una mappatura estesa fotografica (dal titolo “il paesaggio de/scritto”) dei beni culturali/ambientali nei luoghi Patrimonio Mondiale UNESCO.

Chi lo può realizzare?
Un catalogo, rispetto a un patrimonio così ampio, può nascere solo dal basso coinvolgendo i nodi socio culturali del sistema complesso (come i Comuni, le parrocchie e le pro loco italiane) raccordati da una strategia, informatica e gestionale, costruita dall’alto (MiBACT Ministero per i Beni le Attività Culturali e il Turismo). Certamente l’assenza in Italia di un Ministero del Turismo autonomo e forte con portafoglio (abolito con un referendum nel 1993, lo stesso anno in cui di converso e in modo contraddittorio nascevano i primi corsi di Laurea in economia del turismo), non ha aiutato a trasformare cultura, turismo e creatività in una vera industria (malgrado già oggi, seppur in modo non strategico, si raggiunga con il turismo oltre l’11% del PIL, Prodotto Interno Lordo).

I limiti per la sua realizzazione?
Mancano in particolare su questi temi: continuità legislativa e finanziaria, un piano unitario con azioni operative (nel medio periodo, a dieci anni) e una adeguata rete commerciale per promuovere e vendere anche attraverso Internet (con attuali quote di mercato, del turismo venduto in rete, di almeno il 10% inferiori alla media europea).

I contenuti?
Negli ultimi cinque anni è apparso più chiaro, nei rapporti fra paesaggio, cultura e turismo, il passaggio dal turismo delle mete a quello degli itinerari proposti in modo più umanistico (uno a uno, studiati su misura per prendere per mano gli ospiti, come citato da Franco Cardini, illustre storico italiano) e vivere una esperienze tesa a fabbricare ricordi utili. Inoltre il momento di complessità economica ha rafforzato l’idea che la vacanza non può più essere, sociologicamente, legata al tempo libero per il riposo ma anche, e soprattutto, a un viaggio comunque utile per le attività, dopo il ritorno.

Gli obiettivi?
Un catalogo dei beni culturali, così come si delinea, anche utile per lo sviluppo dell’industria del turismo (che potenzialmente potrebbe creare 500.000 nuovi posti di lavoro in 10 anni) necessita di una adeguata formazione diffusa a tutti i livelli (sia in line, per gli operativi, che in staff direzionali).

Gli strumenti?
È arrivato il momento di affermare che la tecnologia in rete, o quella applicata nei luoghi culturali, archeologici o paesaggistici, non potrà mai sostituire l’energia di una esperienza diretta. O meglio, nella logica di un nuovo umanesimo a due mani (una fisica e l’altra tecnologica), i due ambiti devono svilupparsi in armonico equilibrio.

Esempi?
Novello, in questo senso, l’esperienza della mostra “I colori di Giotto” (Assisi, 2009/2010) nella quale (attraverso le collaborazioni con l’Istituto Centrale del Restauro e il Centro Nazionale delle Ricerche) erano proposti tre momenti: la visita umanistico emozionale a un cantiere durante il restauro (guardando da vicino i restauratori all’opera) dei colori di Giotto (Cappella di San Nicola, Basilica inferiore di San Francesco); la vista su schermi appositi, e riproduzioni fisiche, di come potevano essere le opere pittoriche con i colori originali di sette secoli fa; l’esperienza immersiva in una camera multimediale, con tecniche tipo ologrammi, dove le figure dei quadri pittorici entravano in dialogo con i visitatori.

Chi vince tra tecnologia e umanesimo?
Nella sostanza il bene culturale non deve essere sovrastato dalla tecnologia ma la tecnologia deve solo aggiungere, in modo armonico, conservando la lettura archeologica del reperto. Di fatto più si mantiene il gusto emozionale autentico più si determina il passa parola (fisico e attraverso Internet) che, ancora oggi, è il caposaldo (sino al 60%) della promozione culturale e turistica in particolare nel piccoli luoghi italiani.

Qual è il rapporto con i privati?
Le esperienze, professionali e amministrative, svolte negli ultimi 25 anni, mi sollecitano l’idea che il coinvolgimento dei privati su larga scala (escludendo i “mecenati” interessati alla comunicazione dei grandi monumenti) potrà avvenire solo con forti detrazioni fiscali (ben oltre quelle attuali) per i restauri (soprattutto di opere minori) e nel coinvolgimento dei privati nella gestione. Alle facili eccezioni sui costi di una tale importazione la risposta è semplice: o l’Italia crede realmente nell’industria cultura, turismo e creatività (e ci investe in modo massivo) opporre non ci si crede realmente limitandone l’azione a quanto basta per l’apparenza doverosa nel “Paese più sognato del mondo”.

Quanto incide la creatività?
La creatività è un carisma personale ma, entro certi limiti, può diventare anche uno stile di vita, potemmo dire uno strumento da acquisire. Vorrei affermare, ma con prudenza visto il sistema complesso in cui viviamo, che più aumenta la creatività (e quindi l’indice di speranza) e più si sviluppano fenomeni positivi socio economici.

Nel contempo siamo bombardati dalle informazioni.
Nel diluvio di informazioni (forse troppe rispetto alla nostra reale capacità di analisi: si pensi solo alle 300 ore di filmati che sono aggiunti su YouTube ogni minuto) oggi dobbiamo imparare, come se fosse una nuova materia prima, a mettere insieme e raccordare i dati (questo vale anche per il raccordo, a rete, di persone e attività). Qui entriamo in un nodo urbanistico critico: abbiamo interpretato negli ultimi anni il termine Smart City in senso solo tecnologico mentre invece era anche, direi soprattutto, legato al mettere insieme le migliori energie, anche creative, delle persone che vivono e sognano nei loro luoghi.

Il rapporto con il territorio?
Vi è una chiara correlazione fra creatività e qualità urbanistica dei luoghi. Nella pianificazione degli ultimi venti anni spesso ci si è dimenticati del fra: potremmo tradurlo in ciò che esiste fra gli edifici. Tali spazi comuni sono determinanti per la qualità estetica, socio culturale e creativa. Subito pensiamo a piazze, aree di sosta o verdi ma molto meno a luoghi di aggregazione dove vivere esperienze creative e sociali utili a innescare una atmosfera positiva e somatica nelle città, sin anche con effetti incisivi nel turismo e nelle attività economico commerciali. Insomma non si può parlare di creatività, nuovi artisti anche multimediali e innovazione nei musei se non si è attiva, molto prima, l’idea dell’urbanistica del fra e cioè del progetto di tutti gli spazi indefiniti, fra gli edifici in un’area urbana, che taluni arrivano a individuare come terzo paesaggio (nel caso di aree dismesse non utilizzate).

Ma come utilizzarli?
I luoghi per esperienze creative o spazi museali devono essere aperti e cioè dialogare, in senso fisico oltreché visivo, con l’esterno e quindi con l’autenticità della vita normale. Senza questo ultimo aspetto la contaminazione creativa, anche come forma di linguaggio per un nuovo dialogo, non si determina adeguatamente.

Che cosa diventeranno i musei?
Alla domanda come saranno i nuovi musei, la risposta è che torneranno a essere quelli antichi e capaci di mostrare le identità dei luoghi, solo dei luoghi di riferimento (con la riconnessione fra arte e spazio fisico in cui si determina), avendo tre componenti: aree per conservare anche in modo fotografico e multimediale (ma non mostrare); opere in mostra allestite per temi con atmosfere aggiunte dall’ausilio tecnologico; spazi vivi (laboratori aperti) dove si producono nuove opere e, quindi, dove gli artisti locali procedono nel tempo continuo della storia artistica delle città in cui sono nati o vivono attualmente.

E le città?
In questo ambito, la progettazione di luoghi per elaborazioni creative e multimediali (anche valorizzando spazi esistenti con il rammendo urbanistico, citato da Renzo Piano), andrebbe sistematizzato l’ampio lavoro, svolto attraverso i progetti di candidatura, delle numerose città italiane (21 in totale, all’inizio) che si sono proposte a capitale europea della cultura 2019 (poi individuata nella città di Matera). Un materiale strategico molto prezioso, frutto di tre anni di fasi partecipative ed elaborative, che andrebbe impiegato per definire modelli italiani (linee guida) di sviluppo socio creativo e culturale.

Il ruolo degli artisti?
Sarei invece molto attento sulla individuazione dei nuovi artisti: cambiano gli strumenti, dal pennello al dito digitale che produce arte in uno schermo, ma rimane lo studio e l’approfondimento culturale delle tecniche (potremmo definirla l’esperienza di crescita nelle botteghe d’arte) che non può essere sostituita dall’attuale modalità sociologica del tutto e subito ove chiunque si auto dichiara artista.

Quello dei Comuni?
Se in termini macro, come già citato, è essenziale definire un chiaro, e operativo piano nazionale di sviluppo turistico culturale e creativo, tale strumento dovrebbe diventare obbligatorio (in linea con gli indirizzi nazionali) in ogni Comune (per le specifiche esigenze del luogo) e strategicamente incluso negli strumenti di programmazione locali (a partire dai piani regolatori generali, nella loro parte operativa). Su tali tematiche è da segnalare, nel 2013/14, una proposta di Legge di ANCI (associazione nazionale comuni italiani).

I loro limiti?
I Comuni italiani, pur rappresentando quel micro fondamentale vicino alle persone e capace, dal basso, di sviluppare i sistemi complessi, hanno subìto negli ultimi cinque anni ampi livelli di de potenziamento traducibile in un aumento (medio) del sistema fiscale locale di almeno il 20%. Nel contempo non subisce un incisivo aumento il numero dei Comuni (attualmente il 30% del totale) orientati a connettersi fra loro per azioni e servizi comuni (anche di natura creativo cultuale). Su questi temi i Comuni italiani, pur nella ridotta flessibilità di bilancio (in parte corrente), possono però svolgere un ruolo importante come agenzie di sviluppo del territorio raccordando su obiettivi strategici chiari il pubblico, il privato e le associazioni (nel settore cultura e ambiente le associazioni aggregano, in Italia, 800.000 volontari che andrebbero meglio coordinati e utilizzati viste le loro ampie potenzialità).

Siamo al capitolo burocrazia…
Una riflessione generale, ma anche estesa ai settori di cultura, turismo e creatività, è la necessità di semplificare le procedure pubbliche che in Italia producono oltre 13 milioni di certificati inutili all’anno (con una stima del 4%, del PIL, Prodotto Interno Lordo, quale peso negativo indotto nell’economia).

Da cui segue quello pubblico/privati
Il rapporto fra pubblico e privati, nel settore della gestione dei beni culturali, ha subito negli ultimi venti anni impostazioni oscillanti fra i due poli. Nella esperienza recente appare chiaro che il pubblico deve, sempre più, riappropriarsi degli ambiti di restauro/ristrutturazione (catalizzando anche fondi privati) e gestione di base (come la manutenzione dei luoghi e il parziale utilizzo di personale della pubblica amministrazione) demandando al privato (come nel caso di musei, teatri o luoghi culturali) aspetti specifici e mirati della valorizzazione e commercializzazione, ma conservando un strategia pubblica chiara (e coinvolgendo le associazioni, anche di giovani). Bene i grandi direttori nei principali poli culturali italiani ma occorre affrontare, in un passaggio culturale che dilaga, con i tanti Siti, il tema della gestione adeguata dei circa 4000 musei (solo come esempio), anche piccoli, diffusi in tutto il territorio nazionale.

Una sintetica conclusione?
Auspico che sia più prudente l’utilizzo della frase “la bellezza salverà il mondo”, spesso inflazionata e travisata nella sua etimologia, avanzando invece (in linea con il pensiero di Salvatore Settis, insigne personalità della cultura italiana) la domanda: ma “il mondo salverà la bellezza”? Sta a noi la risposta cercando, nel nostro piccolo quotidiano, di realizzare programmi per il bene e il bello delle comunità, nella logica di cultura come parola creativa capace di far vivere una esperienza di vero dialogo fra le diverse identità.