Federalberghi: stop alla pubblicità ingannevole di Trivago

Uno screenshot di TrivagoFederalberghi ha chiesto all’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria di bloccare lo spot di Trivago, largamente diffuso questa estate sulle reti televisive, perché ritenuto ingannevole.

Nella pubblicità, infatti, Trivago dichiara di mostrare sempre anche il prezzo praticato direttamente dall’hotel, cosa che non corrisponderebbe al vero.

Secondo Federalberghi, infatti, il messaggio pubblicitario indurrebbe erroneamente il consumatore a credere che utilizzando la piattaforma di prenotazione si effettui una scelta pienamente informata, mentre nella maggior parte dei casi su Trivago non compare alcuna informazione sulla tariffa praticata direttamente dalla struttura ricettiva.

Un secondo aspetto che secondo Federalberghi renderebbe fuorviante lo spot pubblicitario di Trivago è non dichiarare che gli annunci presenti sulla piattaforma sono inserzioni a pagamento. In altri termini, il servizio offerto non consisterebbe quindi nella segnalazione delle migliori condizioni disponibili, ma nella pubblicazione di un elenco di annunci pubblicitari.

In attesa della decisione dello IAP, Federalberghi invita a contattare sempre l’albergo per verificare le condizioni particolari che la struttura riserva agli ospiti che prenotano direttamente.

Non solo Trivago…

Quello di Trivago non è un caso isolato, altri portali di prenotazione sono stati sottoposti ad indagine da parte delle autorità di controllo, italiane ed europee.

Il 16 luglio 2018, infatti, la Commissione UE ha ammonito severamente Airbnb. Entro la fine di agosto il portale dovrà adeguarsi alle norme dell’UE sia in termini di tutela dei consumatori sia di trasparenza sui prezzi mostrati.

Airbnb dovrà mostrare il prezzo finale dell’immobile, comprensivo di tasse ed eventuali oneri addizionali come il servizio di pulizia. Inoltre, dovrà indicare chiaramente se l’offerta è fatta da un privato o da un professionista, perché cambiano le norme relative alla protezione dei consumatori.

Il sito booking.comIl 19 febbraio 2018 l’Istituto Italiano per l’Autodisciplina della Pubblicità ha invece censurato lo spot di Booking.com che prometteva la possibilità di cancellazione gratuita, classificandolo come “ingannevole” ed ingiungendone la cessazione.

Di norma il portale propone diverse opzioni di prenotazione per la medesima camera, compresa quella che consente di cancellare gratuitamente la prenotazione entro il limite temporale stabilito. Tuttavia tale opzione implica sempre un costo superiore rispetto alla tariffa che non prevede alcun rimborso. Di conseguenza, la possibilità di cancellare la prenotazione non risulta gratuita come il messaggio pubblicitario lasciava intendere

Il 16 gennaio 2018 l’Autorità Antitrust italiana ha multato sei portali di viaggi, comminando una multa di oltre quattro milioni di euro. L’Autorità ha riscontrato la presenza di informazioni non sufficientemente trasparenti e di immediata comprensione per il consumatore, che ostacolavano l’esercizio dei relativi diritti, riferite alle responsabilità del soggetto che offre il servizio di intermediazione, all’identità della piattaforma per le prenotazioni alberghiere, ai criteri in base ai quali sono calcolati gli sconti praticati. Le contestazioni hanno riguardato, inoltre, l’applicazione di un supplemento di prezzo in relazione alla tipologia di carta di pagamento utilizzata per l’acquisto di voli (credit card surcharge).

Anomalie riscontrate nei portali di prenotazione

Il 7 aprile 2017 la Commissione europea e le Autorità dell’UE preposte alla tutela dei consumatori hanno presentato i risultati di una verifica coordinata sui siti web che consentono di confrontare i prezzi (cosiddetti comparatori) e prenotare i viaggi.

In 235 casi su 352, ossia in più di due terzi dei siti controllati, sono state riscontrate le seguenti anomalie:

  • in un terzo dei casi il prezzo mostrato inizialmente non corrispondeva al prezzo effettivo;
  • nel 20% dei casi le offerte promozionali non erano realmente disponibili;
  • in almeno un terzo dei casi, il prezzo totale o il modo in cui era calcolato non risultavano chiari;
  • nel 25% dei casi, i siti non specificavano che la scarsità di disponibilità era riferita solo al proprio sito;
  • il 22,7% forniva informazioni limitate (ad esempio, nome e indirizzo), mentre il 4% non forniva alcuna informazione;
  • il 21,3% dei siti presentava le valutazioni dei consumatori in modo poco chiaro e trasparente (e/o conteneva elementi che possono metterne in dubbio la veridicità);
  • il 10,5% dei siti non forniva informazioni rilevanti essenziali ai fini del confronto.

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