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Galileo Galilei/Il Caravaggio. Lo Scienziato e l’Artista

Galileo Galilei è nato a Pisa nel 1564, è morto ad Arcetri, alla periferia meridionale di Firenze, nel 1642, all’età di 78 anni. Michelangelo Merisi detto Il Caravaggio è nato a Milano nel 1571, è morto a Porto Ercole nel 1610, all’età di 39 anni. Porto Ercole si trova ai piedi del Monte Argentario con le paludi della Maremma alle spalle lungo la costa che dalla Toscana scende fino alla periferia settentrionale di Roma per poi riprende più a Sud lungo la costa laziale con le Paludi Pontine. Galilei aveva un anno quando terminò il Concilio di Trento, iniziato nel 1545, che doveva passare alla storia come la risposta della Chiesa cattolica alla Riforma protestante.

La Controriforma utilizzò tutti i mezzi a sua disposizione, dalla tortura al rogo alla guerra aperta, per cercare di annullare gli effetti della rivoluzione innescata da Martin Lutero in Germania quando il 31 ottobre 1517 aveva affisso le 95 tesi sulle indulgenze (un modo per monetizzare i peccati) sul portone della Chiesa di Wittenberg. Alcuni principi tedeschi ne approfittarono per incamerare come tasse ciò che prima veniva versato per acquistare le indulgenze e finiva nelle casse della Chiesa a Roma. Già che c’erano, chiusero i conventi e ne incamerarono i beni. L’incendio corse per il continente, sollevò anche le province olandesi, la Svizzera e la penisola scandinava, fornì una ulteriore giustificazione alla Riforma inglese introdotta da re Enrico VIII nel 1534. Enrico voleva divorziare dalla prima moglie, la spagnola Caterina d’Aragona, per convolare a nozze con Anna Bolena: voleva un figlio maschio che la prima moglie non era stata in grado di generargli. Il rifiuto del papa, che non poteva inimicarsi la Spagna, portò alla promulgazione dell’Atto di Supremazia che sancì la Riforma della Chiesa inglese. Anche lui chiuse i conventi nel regno incamerandone i beni. La Riforma protestante e la reazione di Chiesa e impero spagnolo prima (gli Asburgo di Spagna), di Chiesa e imperatore del Sacro Romano Impero poi (gli Asburgo d’Austria) portarono a una serie di guerre la più terribile delle quali, detta dei Trent’Anni, tra il 1618 e il 1648, confermò il diritto dei singoli Stati di seguire il credo religioso che avessero scelto (cuius regio, eius religio) ma provocò la morte di milioni di persone in un continente che ne contava un decimo rispetto all’attuale.

Galileo aveva 36 anni quando a Roma fu bruciato vivo il cinquantaduenne Giordano Bruno, una delle più illustri vittime del nuovo corso intrapreso dalla gerarchia cattolica. Lui stesso, nel 1633, ormai 69enne, fu condotto nella stanza delle torture e minacciato di subire le attenzioni dei carnefici. Giordano Bruno preferì la morte, Galileo Galilei scelse di vivere abiurando pubblicamente. Galileo ha fondato la scienza moderna, basata sulla ricerca senza pregiudizi e sulla dimostrazione senza dogmi. Grazie al cannocchiale, inventato in Olanda, che Galileo perfezionò, ribaltò l’idea millenaria che fosse la Terra al centro dell’Universo con il Sole e gli altri pianeti che vi ruotavano attorno. Scoprì anche le macchie solari. Galileo ha fondato le basi della scienza empirica che regna a tutt’oggi nei laboratori e nelle università. Per il dogma religioso fu l’inizio della fine e a nulla valse la sua abiura. “”Eppur si muove” era una affermazione incontrovertibile che nessun teologo dogmatico poteva annullare. La sua abiura in realtà fu l’abiura del mondo cattolico nei confronti della rivoluzione scientifica che era in atto e che consegnò il futuro del continente alle potenze protestanti: olandesi e inglesi in primo luogo, poi i tedeschi, oggi gli Stati Uniti d’America. I cattolici avrebbero espresso ancora grandi scienziati, come Enrico Fermi, ma non avrebbero più ritrovato il bandolo della matassa dello sviluppo tecnologico cui dettero vita le intuizioni di Galileo Galilei. Solo gli Ebrei, come dimostrerà Albert Einstein, possedevano una religiosità così profonda e nello stesso tempo libera da dogmi negli spiriti più liberi da poter coniugare l’opera dell’uomo con l’imperscrutabile volontà di Dio sviluppando il sapere sulla base della scienza e non della metafisica.

Galileo era un suddito del Granducato di Toscana, retto dai Medici. In Toscana crebbe, si laureò, insegnò a Pisa fino al 1592. Poi si trasferì a Padova, dove insegnò per 18 anni fino al 1610, all’ombra della Serenissima Repubblica di Venezia, che usava la scure con i traditori ma mai con gli eretici. Venezia non esitò a far decapitare perfino un doge, Marin Faliero, nel 1355, quando fu sospettato di voler instaurare una signoria personale. Stessa sorte nel 1432 toccò a Francesco Bussone detto il Carmagnola, capitano di ventura al soldo della Repubblica, quando fu sospettato di intesa con i milanesi. Mai fu accesa la pira per gli eretici in piazza San Marco. A Venezia il legato del papa contava relativamente, il patriarca doveva essere veneziano e non doveva essere parente del Doge. A Venezia regnava una democrazia oligarchica gelosa della sua indipendenza alle prese con l’espansione turca in Adriatico. Nel 1571 i Turchi avevano conquistato Famagosta dopo un anno di assedio, Marcantonio Bragadin, che comandava la piazza, fu scuoiato vivo. Tre mesi dopo a Lepanto i Veneziani si sarebbero vendicati concorrendo in maniera decisiva, con le loro imponenti galeazze, ad affondare la flotta ottomana di Müezzinzade Alì Pascià, che perse la vita nello scontro. Non erano i roghi in piazza San Marco ciò che occorreva a Venezia.

Michelangelo Merisi nacque a Milano nell’anno della grande battaglia di Lepanto, da una famiglia originaria della bergamasca Caravaggio (da cui prese il soprannome), a una quarantina di chilometri verso Est, una dozzina di chilometri oltre l’Adda in territorio veneziano, dove la famiglia tornò nel 1578 per fuggire la peste, diventò pittore a Milano dove tornò all’età di 13 anni. Arrivò a Roma nel 1592, all’età di 21 anni. Dal 1535 Milano era soggetta agli spagnoli, Roma ai papi che con la Spagna condividevano strettamente la feroce lotta contro la Riforma. I papi del Rinascimento erano stati letterati, guerrieri, statisti, santi nessuno. Il papa che indisse il Concilio di Trento del 1545, Paolo Paolo II (Alessandro Farnese), papa dal 1534 al 1549, l’anno della morte, aveva avuto due papi in famiglia, Gelasio II (1060-1119, papa dal 1118) e Bonifacio VIII (1230,1303, papa dal 1294). Non furono gli illustri antenati a spianargli la strada in Vaticano, fu la sorella Giulia, una splendida quindicenne di cui si era invaghito il futuro papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia. Fu una manna per i Farnese: Alessandro fu nominato cardinale. Ebbe quattro figli, due dei quali legittimati dal pontefice Giulio II, Pier Luigi e Paolo, e due rimasti illegittimi, Costanza e Ranuccio. Fu questo papa a indire il concilio di Trento nel 1545. Il papa successivo, Giulio III, era ancora un letterato dalla fama di omosessuale. Pare abbia nominato cardinale il suo amante. Fu l’ultimo dei papi umanisti. Era il 1455, l’anno della pace di Augusta tra Carlo V e i luterani che affermò per la prima volta il concetto del cuius regio, eius religio che riconosceva il diritto di seguire il credo dominante nel singolo Stato e non più nell’intera ecumene cristiana. Già il successivo, papa Marcello II, aveva fama di santo. Fu papa per un solo mese. Di tempra decisamente nuova era papa Paolo IV, al secolo Gian Pietro Carafa, nato nel 1476, papa per quattro anni fino al 1559. Era stato commissario generale dell’Inquisizione, come papa la potenziò facendola diventare lo strumento cardine della riforma della Chiesa cattolica e della lotta contro l’eresia protestante. Andò sempre peggio, di papa in papa. Il papa che volle la condanna di Giordano Bruno fu Clemente VIII, Ippolito Aldobrandini (1536-1605, papa dal 1592). Clemente VIII fu anche un convinto antisemita. Le sue leggi contro gli ebrei restarono in vigore fino all’annessione di Roma al regno d’Italia nel 1870.

Quella della Chiesa era la guerra contro ogni forma di dissenso. I fuochi dei roghi si accesero in tutto il continente. Quando non erano roghi, erano soldatesche che conquistavano i borghi fortificati e ne sottoponevano la popolazione a ogni forma di angherie, con lo stupro delle donne di ogni età come prassi.

Il Caravaggio era figlio del popolo ed era dotato di una sensibilità umana e artistica esacerbata dalla calamità dei tempi, dall’arroganza e dall’ipocrisia dei potenti, dalla fame e dalle malattie che perseguitavano i poveri, che costituivano la maggioranza della popolazione, dalla mancanza di speranza. La sua pittura era rivoluzionaria quanto i sermoni di Martin Lutero. Lutero aveva iniziato la sua rivoluzione nel 1517,  aveva fatto chiudere i conventi e aveva tradotto la Bibbia in tedesco approfittando della grande rivoluzione offerta dalla stampa dei libri. L’invenzione di Gutenberg della stampa con caratteri mobili risaliva alla metà del secolo precedente. Creò le premesse per poter diffondere la cultura in una maniera che non si era mai vista prima. Caravaggio dette un corpo oltre che un’anima ai santi e alle madonne. Li raffigurò prendendo i modelli dalla strada, dipingendo le loro malattie, i denti marci, le vene varicose, le mani nodose, i piedi sporchi, gli sguardi insolenti. Ritrasse i suoi contemporanei per quel che erano effettivamente: bari, ladri, assassini, mendicanti, servi, prostituti e prostitute. A Roma le prostitute erano un esercito, così pure i bambini abbandonati. Erano gli anni dell’apostolato del fiorentino Filippo Neri (1515-1595) che a Roma raccolse attorno a sè un esercito di bambini abbandonati sfamandoli, inventando l’Oratorio. Filippo fu anche il consigliere spirituale dell’Aldobrandini. Per sua fortuna morì prima del rogo di Campo de’ Fiori: si sarebbe sentito tradito. Caravaggio non nascose i vizi e i delitti dei suoi contemporanei trasfigurandoli nei gesti brutali che birri e sicari compivano nei vari martirologi tanto di moda nelle commesse dei quadri dell’epoca. Lui stesso era un ubriacone violento, facile a metter la mano alla spada e al coltello. Fu tolto di galera più volte dai potenti protettori che avevano bisogno del suo pennello. Quando esagerò nel 1606, ammazzando un rivale in amore, dovette fuggire da Roma, inseguito da una condanna a morte. Riparò a Napoli, poi in Sicilia, poi nell’isola di Malta, ogni volta dipingendo capolavori, ogni volta mettendosi nei guai per il suo caratteraccio che era paradigmatico dei tempi in cui gli era capitato di vivere. Dipinse 65 capolavori (quelli rimasti). Mentre cercava di raggiungere Roma via mare per implorare il perdono del papa si ammalò e morì a Porto Ercole il 18 luglio del 1610. 400 anni dopo, il 16 luglio 2010, le sue ossa sono state ritrovate nella cripta della chiesa del cimitero di Porto Ercole, riconosciute grazie al confronto con il dna dei discendenti della famiglia Merisio ancora presenti a Caravaggio. Il merito è del professor Silvano Vinceti, presidente del Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali (Convab), e della sua équipe composta da Giorgio Gruppioni, ordinario di antropologia dell’università di Bologna, dal professor Mallegni, ordinario di microbiologia dell’università di Pisa, dal professor Calcanile dell’università di Lecce, da Luciano Garofano ex responsabile del Ris di Parma, dallo storico e critico d’arte Massimo Marini e da altri esperti.

Lo Scienziato

Galileo Galilei era di ottima famiglia. Da parte di madre apparteneva agli Ammannati, che vantavano diversi cardinali tra i loro avi. Il padre apparteneva alla borghesia fiorentina. Il padre nel 1581 lo iscrisse all’università di Pisa per farlo diventare medico, Galileo scoprì che preferiva matematica e fisica. Dal 1592 al 1595 insegnò matematica nello Studio di Pisa. La sua fama di scienziato e le sue scoperte stavano andando oltre la cerchia degli studiosi toscani. Galileo era il primogenito di sei fratelli e dopo il 1591 divenne anche il capofamiglia a causa della morte del padre. Dovette far fronte alle doti di due sorelle e alle difficoltà finanziarie di un fratello. Risolse i problemi grazie alla nomina come docente presso l’Università di Padova con uno stipendio di 180 fiorini l’anno. Il contratto era per quattro anni prorogabile. Rimase a Padova “li diciotto anni migliori di tutta la mia età” come scriverà.

Nel 1609 Galileo costruì il suo primo cannocchiale, appena inventato in Olanda. Galileo Galilei fu l’opposto dell’erudito immerso nei libri, estraneo alla società in cui viveva. Fu sempre molto attento a monetizzare scoperte e invenzioni. Fu perfino astrologo, sempre per soldi. Nel 1609 lo stipendio arrivò a 1000 fiorini. Come imprenditore, fu il precursore di Thomas Edison (1847-1931), il grande inventore americano. L’americano però non fu mai uno scienziato paragonabile a Galileo.

Sulla scienza dell’epoca aleggiava la teoria eliocentrica elaborata dal polacco Niccolò Copernico (1473-1543) le cui scoperte videro la stampa giusto l’anno della sua morte. Copernico era cosciente dell’impatto che la sua scoperta avrebbe avuto sulla religione e sulla Chiesa, da qui la sua ritrosia a pubblicarle.

Galileo scoprì tra l’altro i satelliti di Giove dedicandoli ai Medici, che reggevano il granducato di Toscana. Nel 1610, l’anno della morte di Caravaggio, venne assunto come “Matematico primario dello Studio di Pisa e Filosofo del Ser.mo Gran Duca senz’obbligo di leggere e di risiedere né nello Studio né nella città di Pisa, et con lo stipendio di mille scudi l’anno, moneta fiorentina”. Nel frattempo aveva avuto tre figli, due femmine e un maschio, l’unico che riconobbe. Virginia e Livia le costrinse a diventare monache una volta raggiunti i 16 anni, Vincenzio lo lasciò a Padova. Galileo fu un grande scienziato, come uomo e come padre lo fu assai meno.

A partire dal 1612 iniziò la reazione degli ambienti ecclesiastici contro le teorie eliocentriche che Galileo Galilei aveva pubblicizzato conferendo loro autorevolezza e dimostrazione scientifica. Galileo era conscio di camminare sulla lama di un rasoio: per anni riuscì a evitare il confronto diretto con domenicani e gesuiti. Cercò di evitare l’accusa di smentire la parola di Dio contenuta nella Bibbia attribuendo agli estensori umani della stessa gli errori e le imprecisioni che vi erano contenuti. Non servì. Il 25 febbraio 1516 papa Leone X, Giovanni di Lorenzo de’ Medici (1475 -1521, papa dal 1513), gli fece ordinare di abbandonare la teoria eliocentrica. Galileo promise di ubbidire.

Il 21 febbraio 1632 uscì a Firenze il testo che ha consegnato Galileo Galilei alla storia ma ha rischiato anche di consegnarlo al carnefice e al rogo: “Il dialogo sui massimi sistemi”, dove confutava il sistema tolemaico (la Terra al centro del cosmo) confermando la teoria eliocentrica (il Sole al centro dell’universo). Contava sull’amicizia che il nuovo papa gli aveva dimostrato in passato. Già ad agosto ci fu la reazione della Chiesa. Papa Urbano VIII (1568-1644, papa dal 1623) dette l’ordine di sequestrare il libro, anche le copie già vendute. Il 23 settembre l’Inquisizione lo convocò a Roma dove Galileo si presentò nel febbraio dell’anno successivo. Il 12 aprile iniziò il processo, nel quale gli fu contestato anche di aver disubbidito al precetto del 1516. Minacciato di tortura, Galileo ritrattò. La sentenza fu emessa il 22 giugno del 1633. Gli fu imposta l’abiura “con cuor sincero e fede non finta” e proibito il Dialogo. Galileo venne condannato al “carcere formale ad arbitrio nostro” e alla “pena salutare” della recita settimanale dei sette salmi penitenziali per tre anni, riservandosi l’Inquisizione di “moderare, mutare o levar in tutto o parte” le pene e le penitenze. Fu costretto a vivere segregato nella sua villa di Arcetri. Ciò non gli impedì di scrivere il suo capolavoro, “Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti la mecanica e i moti locali”, che riuscì a far uscire dall’Italia clandestinamente e a far pubblicare in Olanda nel 1638. Fu la sua vendetta contro l’Inquisizione. Morì l’8 gennaio 1642 ancora confinato ad Arcetri.

L’Artista

Michelangelo Merisi rimase orfano del padre ancora bambino durante gli anni trascorsi a Caravaggio per sfuggire all’epidemia di peste che imperversava nel Milanese. Suo padre era stato un mastro muratore. La madre pagò quaranta scudi d’oro per farlo accettare come apprendista nella bottega di Simone Peterzano, pittore tardomanierista di scuola veneta. Caravaggio andò a Roma nel 1592. Aveva 21 anni. Suo protettore era il cardinale Francesco Maria Del Monte (1549-1627). Del Monte sarà anche un protettore di Galileo Galilei. Caravaggio diventò famoso già nel 1599 con tre grandi tele collocate nella cappella Contarelli della Chiesa di San Luigi dei Francesi (dove sono ancora) relative a San Matteo (la vocazione, l’incontro con l’angelo e il martirio). Caravaggio era un rivoluzionario: lo era per la tecnica, lo era per i soggetti. L’impatto sui suoi contemporanei fu clamoroso. Chi lo osannò, chi lo denunciò come blasfemo. Fu perfino vittima della furbizia di Scipione Caffarelli-Borghese, nipote prediletto di papa Paolo V, che nel 1605 divenne Cardinal Nepote. Il cardinal Borghese era un collezionista d’arte con il braccino corto. Caravaggio dipinse la Madonna dei Palafrenieri per l’Arciconfraternita dei palafrenieri pontifici, che venne esposta nella cappella dell’arciconfraternita nella basilica di San Pietro. Il quadro mostra Maria e il Bambino mentre schiacciano il serpente del peccato originale, alla presenza di Sant’Anna. Borghese fece diffondere la voce che sia la madonna che la santa erano state vilipese dalla scelta di Caravaggio di interpretarle come donne del popolo, con i piedi scalzi. Gli ingenui cavallari (perché tali erano) cascarono nel tranello e fecero ritirare la tela, che Caravaggio aveva dipinto a un prezzo di favore proprio per la visibilità del luogo dove sarebbe stata esposta. Il cardinal Borghese fu così generoso da offrirsi di acquistare lui la tela incriminata, ovviamente per un pugnetto di soldi. I palafrenieri gliene furono infinitamente grati. La tela è esposta nella Galleria Borghese a Roma.

Episodio analogo, anche se diverso per i protagonisti, accadde con la pala di San Matteo e l’angelo. Così ne parla il Bellori, che non era presente essendo nato a Roma nel 1613: “Qui avvenne cosa che pose in grandissimo disturbo e quasi fece disperare Caravaggio in riguardo della riputazione; poiché avendo egli terminato il quadro di mezzo di San Matteo e postolo sù l’altare, fu tolto via dai Preti, con dire che quella figura non aveva decoro, né aspetto di santo, stando à sedere con le gambe incavalcate, e co’ piedi rozzamente esposti al popolo. Si disperava il Caravaggio per tale affronto nella prima opera da esso pubblicata in chiesa, quando il Marchese Vincenzo Giustiniani si mosse à favorirlo, e liberollo da questa pena; poiché interpostosi con quei Sacerdoti, si prese per sé il quadro, e glie ne fece fare un altro diverso, che è quello che si vede ora sul’altare.” Il Giustiniani era un ricco banchiere genovese, vicino di casa del cardinal Del Monte. Anche lui fu uno dei protettori del Caravaggio sopportandone il carattere e togliendolo più volte dai guai. Sempre il Belloli sostiene che Caravaggio era arrivato a Roma nel 1592 in fuga dalle conseguenze di un omicidio compiuto a Milano. In questo caso, è il solo Belloli (che non ha mai conosciuto Caravaggio da vivo) a scriverne. Di certo Caravaggio a Roma era di casa anche nel carcere di Tor di Nona. Il 28 maggio del 1606 accoltellò a morte tale Ranuccio Tomassoni da Terni, sodale di bevute e di risse oltre che rivale in amore. Caravaggio fu condannato alla decapitazione. Lo salvò il principe Filippo Colonna che lo nascose nei suoi possedimenti, quindi fu la volta di Napoli dove Caravaggio sostò per quasi tutto il 1607. Protetto dai Carafa-Colonna, Caravaggio dipinse come un ossesso.Per salvare il collo, Caravaggio andò a Malta per diventare cavaliere di quell’ordine e così acquisire l’immunità. Il 14 luglio 1068 divenne cavaliere di grazia, un rango inferiore rispetto ai cavalieri di giustizia, rigorosamente aristocratici. Il carattere gli giocò l’ennesimo sgambetto: litigò con un aristocratico. Venne rinchiuso nel carcere di Sant’Angelo a La valletta dove gli amici lo fecero evadere. Mentre si rifugiava a Siracusa, il 6 dicembre, dopo soli cinque mesi di appartenenza, fu espulso dall’ordine dei Cavalieri di Malta “come membro fetido e putrido”. Mai litigare con gli aristocratici.Passò l’anno successivo in Sicilia, tra Siracusa, Licata, Messina e Palermo. La sua pittura ne acquisì in forza luminosa. Il Caravaggio era una sorta di spugna che si imbeveva sia degli umori sottili del suo tempo che dei luoghi in cui dimorava.Nel 1609 tornò a Napoli, dove subì la vendetta del nobile con il quale aveva litigato a Malta: suoi sicari lo sfigurarono. Caravaggio era tormentato dalla condanna che gli pendeva sulla testa: si ritrasse nella figura di Golia con la testa mozzata nel Davide con la testa di Golia.

Il Cardinal Nepote non si era dimenticato del Caravaggio e della possibilità di acquisirne le opere a poco prezzo. Caravaggio si mise in viaggio da Napoli per Porto Ercole portando con sé le opere che avrebbe donato al cardinal Borghese in cambio della grazia che papa Paolo V stava per concedergli. Ci furono una serie di fatali disguidi: Caravaggio contava di sbarcare a Palo, feudo degli Orsini in territorio papale a 40 chilometri da Roma, dove avrebbe atteso la grazia. L’arrivo non era stato concordato così incappò in un controllo di dogana. La feluca che lo aveva trasportato fin lì proseguì per Porto Ercole con il suo bagaglio. Da qui la necessità di proseguire per Porto Ercole per recuperarlo. Quando vi giunse, era moribondo per un attacco di febbri intestinali. Fu ricoverato nel locale ospedale dove morì il 18 luglio del 1610. I suoi bagagli nel frattempo stavano tornando a Napoli dove giunse anche il condono papale.

Nel 1969 Cosa Nostra fece trafugare a Palermo una Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi dipinta dal Caravaggio nella sua breve sosta a Palermo nel 1609. Secondo il pentito Gaspare Spatuzza, l’opera veniva esposta durante i summit mafiosi come simbolo di potere e di prestigio. Venne mangiata dai topi mentre veniva conservata in una stalla della cosca Pullarà. Povero Caravaggio, vittima di aristocratici, papi, cardinali… e mafiosi!