Cerini Hotels

Hic Optime Manebimus

“Qui resteremo vivendo nel migliore dei modi” è il motto della famiglia Cerini che a partire dal 1946 si è occupata di ristorazione e ospitalità tra Desenzano sul Garda e Sirmione. Tre generazioni di Cerini si sono trasmessi questo compito pronti a consegnarlo alle future generazioni. I Cerini sono proprietari e gestiscono a Sirmione l’Hotel Olivi Thermae & Natural Spa e l’Hotel Eden, a Desenzano del Garda il Park Hotel e l’Hotel Nazionale, oltre a due residence, a Desenzano del Garda il Residence Il Sogno, a Sirmione il Castello Belvedere. Franco Cerini è anche Presidente del Consorzio Lago di Garda Lombardia con 640 alberghi associati e dal gennaio 2016 Presidente del Consorzio Lago di Garda

L’Hotel Nazionale è stato il primo albergo in muratura della famiglia Cerini. Nel 1952 Francesco detto Cecchino Cerini comprò un terreno con l’annessa casa colonica a un centinaio di metri dalla baracca che gestiva con la moglie dove si fermavano i camionisti in transito sulla statale 11 che collega Brescia con Verona. A Desenzano trovavano una pompa di benzina e la baracca dei Cerini dove fermarsi per mangiare, acquistare un panino, riposare qualche ora nelle 12 camere dell’improvvisata locanda. L’acquisto comportava un capitale di 11 milioni, Cecchino ne aveva quattro. Il resto li mise la banca. E’ stata la costante della famiglia Cerini e ancora lo è: se mancano i soldi, si accende un mutuo e poi si lavora come forsennati per pagarlo. Ha sempre funzionato, continua a funzionare. L’albergo, candido fin dall’inizio, era su due piani e aveva il ristorante. Per la famiglia Cerini significò la fine di sei anni di vita dura in una baracca di legno senza fondamenta che sembrava sempre sul punto di spiccare il volo quando arrivava il vento di tramontana. Il primo nome dell’albergo fu “La casa dell’autista” per indicare già nel nome la funzione principale dell’edificio. Nell’albergo crebbe la famiglia Cerini e Vittorio e Franco qui iniziarono la loro avventura professionale sgambettando tra i tavoli nelle pause consentite dalla scuola con tanto di divisa inamidata addosso che portavano con estrema fierezza. Per Vittorio e Franco fu una vocazione precoce che assecondarono entrambi all’inizio degli anni Sessanta (dal 1960 al 1963 Vittorio, dal 1963 al 1966 Franco) andando a frequentare come convittori la scuola alberghiera di Stresa sotto lo sguardo aquilino di un alto grande del turismo italiano, Albano Mainardi, che la diresse dal 1939 fino al 1978, l’anno della pensione. Mainardi era soprattutto un educatore e le generazioni di giovani che l’hanno conosciuto sono ancora fedeli alla sua memoria che è tramandata dall’associazione degli ex alunni che Mainardi fondò all’epoca, Hospes, che diresse fino alla sua morte nel 2002 alla veneranda età di 90 anni. Anche il primogenito di Franco, Federico, frequenterà la scuola alberghiera di Stresa nella seconda metà degli anni Ottanta.
Il mondo stava cambiando rapidamente, l’Italia era nel pieno di una ripresa economica che sarebbe passata alla storia come il miracolo economico italiano che culminò nel 1960 con l’attribuzione alla Lira, la moneta corrente, dell’oscar come moneta più stabile dell’Occidente. Erano altri tempi… I Cerini si resero conto che dovevano ampliare l’albergo e mutargli il nome: costruirono un corpo di fabbrica che si aggiunse al precedente, innalzato a sua volta di un piano, conferendogli l’aspetto di una tipica villa aristocratica di campagna, con un’entrata molto scenografica e un grande parcheggio all’intorno. Il nome diventò Hotel Nazionale, che è ancora il nome dell’albergo. L’Hotel Nazionale è facile da raggiungere ma nello stesso tempo è collocato a non più di un centinaio di metri dal centro storico di Desenzano diventando così un valido appoggio per il turismo leisure estivo che ama il Lago di Garda sia che decida di fermarsi qualche giorno o di muoversi lungo il suo perimetro di oltre 140 chilometri che comprende tre regioni e altrettante provincie (Lombardia, Trentino e Veneto, Brescia, Trento e Verona).
Nel 1965 i giovani Cerini (classe 1945 Vittorio, classe 1948 Franco), il primo tornato a casa dopo l’avventura di Stresa, il secondo pendolare con Stresa, aprirono un locale notturno nel piano interrato dell’albergo, La Galera. Fu un successo immediato tra i giovani in vacanza a Desenzano: era l’epoca del twist, impazzavano cantanti come Gianni Morandi, Rita Pavone, Adriano Celentano, Mina. Nel 1962 era accaduto un altro evento importante: Cecchino Cerini aveva acquistato una villa sul lungolago all’inizio del paese. Il turismo di massa era arrivato anche sul lago e a Desenzano, che di suo vantava già una forte immagine turistica legata sia al periodo della Belle Époque che agli anni tra le due guerre. Ci voleva un albergo con i piedi in acqua o quasi: l’albergo si chiamava “Due Colombe” e costava cento milioni. I Cerini ne avevano quaranta. Altri mutui con le banche e l’acquisto fu perfezionato. Cambiò il nome dell’albergo che diventò Park Hotel, più indicato per un albergo che puntava a essere il punto di riferimento di un turismo di qualità. Era una qualifica meritata perché già Goethe, nel suo passaggio settecentesco sul lago, ne era stato colpito e gli aveva dedicato una nota nei suoi taccuini di viaggio. Fu il primogenito Vittorio a occuparsi della sua gestione. Oggi lo gestiscono le figlie di Vittorio, Lucia e Francesca. L’Hotel Nazionale invece è gestito da Cristiano, uno dei quattro figli di Pinuccia, la quale assieme a una figlia che fa anche l’insegnante gestisce il residence Il Sogno, a 50 metri di distanza, sul lato opposto della grande piscina esterna che i Cerini fecero costruire da una ditta francese quando avevano ampliato l’albergo con una prima dependance con 28 camere: era la metà degli anni Cinquanta e a Desenzano era arrivata anche l’autostrada che attraversa l’intera Pianura Padana da Torino a Milano per proseguire verso Brescia, Verona e Venezia. Lo svincolo di Desenzano era posto in una posizione baricentrica per il crescente traffico autostradale. Nel 1979 i Cerini “sbarcano” a Sirmione dove gli venne offerto l’Hotel Olivi, un albergo di grandi dimensioni che andava ristrutturato e riposizionato. Se ne occuparono Franco e Titti, la sua giovane moglie, trasferendosi a Sirmione con i figli Federico e Francesco. L’albergo fu ampliato con un parco con ulivi centenari e una piscina. Nel 1980 l’Hotel Nazionale chiuse il ristorante diventando un albergo B&B. Il passo successivo fu l’Hotel Eden ancora a Sirmione, acquistato in società dai genitori con i figli Vittorio e Franco. Vittorio sviluppò a Sirmione anche un’attività imprenditoriale in proprio, fu in questa veste che acquistò anche il Castello Belvedere trasformandolo in Castello Belvedere Apartments, dimora storica immersa in un parco di 50.000 metri quadrati in riva al lago. Il Castello Belvedere dispone di 27 appartamenti, 11 nella Villa del 1565 e 16 nella nuova Residenza oltre che di un ampio parcheggio gratuito. Sul portone del castello venne rinvenuta una scritta in latino, Hic Optime Manenibus (qui resteremo vivendo nel migliore dei modi). Albano Mainardi l’avrebbe condivisa.
Nel 1994 venne abbattuta la vecchia dependance dell’Hotel Nazionale, al suo posto sorse un delizioso residence, Il Sogno, con 18 appartamenti, che fu affidato al nipote Cristiano, responsabile anche dell’Hotel Nazionale, coadiuvato dalla mamma Pinuccia. Nel 2006 l’Hotel Nazionale è stato ristrutturato in maniera radicale per adeguarlo alle esigenze di una clientela contemporanea sempre più attenta ai dettagli, dalle connessioni wifi veloci e gratuite con Internet alla presenza di un buffet breakfast sempre più ricco, attento ai turisti affetti da allergie, con prodotti freschi del territorio, il tutto all’insegna della massima qualità. L’Hotel Nazionale è rimasto un punto di incontro obbligato per chi passa da Desenzano (il tasso di occupazione annuo è sempre sopra l’80 per cento) ed è anche l’ideale base per chi debba organizzare una piccola riunione o incontrare qualche interlocutore per affari. L’albergo offre 60 camere funzionali quanto confortevoli. A una cinquantina di metri dall’Hotel Nazionale ha aperto un locale molto particolare, che occupa un ex cantiere navale dalle alte volte a tettuccio, ®evolution, dove si può degustare una cucina creativa o una buonissima pizza al trancio, il tutto accompagnato dai migliori vini del territorio o da gustose birre artigianali. La clientela dell’albergo si divide tra business e turismo a seconda delle stagioni. Quel che conta, per Cristiano e i suoi preziosi collaboratori, è la soddisfazione della clientela che a giudicare dai giudizi postati in Internet (e dai risultati economici dell’albergo) è decisamente elevata.
Lucia e Francesca sono impegnate nella ristrutturazione terminale del Park Hotel di Desenzano, hotel dal 1879 con il nome di Albergo Due Colombe con 51 camere, 10 junior suites, ristorante. L’ambizioso obiettivo è quello di rispettare da un lato il Genius Loci dell’albergo, punto di riferimento del turismo aristocratico un tempo e di quello di qualità da sempre, rendendolo più contemporaneo per il gusto della clientela borghese del Terzo Millennio, soprattutto della sua parte più giovane che oggi detta le tendenze anche alle generazioni più anziane. Le camere alternano richiami alla tradizione con un gusto e scelte decisamente più contemporanee come il letto bianco, i materassi con le molle insacchettate, i bagni con i grandi box doccia, le pareti perimetrali del piano terra completamente vetrate per proiettare l’ospite verso il lago antistante e portare il lago all’interno dell’albergo in un gioco di rimandi che renda unica e indimenticabile la sosta in albergo. L’albergo è anche la proiezione della personalità di chi lo gestisce da qui la scelta di riempirlo con libri legati al lago di Garda, dalla geologia alla cultura al turismo, e oggetti di arte e di design, dalle lampade agli oggetti di arredo, con forti richiami alla tradizione con i particolari, pregiatissimi marmi striati di rosso dei banconi e gli imbottiti tipici di una villa d’epoca. E’ cambiato il logo dell’albergo, che si ispira a un filo rosso che lega passato, presente e futuro, da qui anche la scelta del nome del ristorante, Il Philo, idem per gli ambienti interni e le sale riunioni, tutti proiettati verso il lago con le pareti vetrate senza tendaggi della hall come del ristorante e delle sale riunioni.
La nuova generazione dei Cerini, la terza come albergatori, dopo aver affiancato i genitori oggi ha preso decisamente in mano le redini dei vari alberghi intervenendo con decisione sul loro riposizionamento di mercato a partire da ristrutturazioni che li adeguassero ai mutamenti di gusto e soprattutto di bisogni della clientela contemporanea, una clientela molto attenta ai nuovi stili di vita a tavola come sul territorio, più sportiva in generale, più estroversa a tavola dove a fianco della tradizione onnivora, sempre apprezzata, punta anche a nuove proposte legate di più alla tradizione vegetariana assai presente nella cucina mediterranea (la risposta creativa alla povertà delle masse rurali e urbane del passato) oltre che alle nuove proposte vegane in continua ascesa. La clientela contemporanea è ipertecnologica, social, globale insomma sia dal punto di vista dell’uso della tecnologia che della comunicazione interpersonale, nello stesso tempo cerca rassicurazioni assolutamente tradizionali nel comfort alberghiero, nel dormire profondo legato alla scienza del sonno, nella climatizzazione che ha sconfitto gli eccessi del caldo e del freddo, nel benessere che sposa sport e bel vivere legati alle terme piuttosto che a un comodo, caldo diluvio tropicale grazie all’enorme soffione della doccia. L’Homo Sapiens ha le pulsioni allo star bene di sempre solo che le coniuga in maniera diversa a seconda dell’epoca, del clima, del luogo dove si trova. Il Lago di Garda ha il fascino di essere una sorta di mare interno racchiuso tra altissime montagne spesso innevate, con un vento periodico che fa felici chi ama la vela piuttosto che le nuove mode del surf legati a un aquilone, con un senso della storia che attira milioni di turisti dall’Italia e dal mondo. I Cerini sono attenti a ciò che accade nel mondo da sempre, frequentano corsi di formazione, non smettono mai di essere curiosi ma anche umili davanti alle novità che possono spaventare o diventare opportunità per nuovi, splendidi affari. E’ questa la grande lezione di nonno Cecchino, che quando gli fu offerto un lavoro su un battello del lago temeva di non farcela perché non sapeva l’italiano visto che le scuole era o state brevi e il dialetto era la lingua che usava abitualmente: trovò un santo laico, un secondo padre, Vittorio Zacher, tedesco trapiantato sul lago, uomo di poche parole e grande carisma, che lo prese a benvolere e gli insegnò a parlare nella maniera che ci si aspettava per svolgere quel lavoro. Ci voleva buona volontà e tanta applicazione, qualità di cui Cecchino abbondava. Imparò a parlare in italiano, imparò il mestiere, alla fine diventò così bravo da trasformarsi in albergatore e imprenditore. Quella lezione è il vero tesoro che Cecchino Cerini ha trasmesso ai figli e ai nipoti.
Cecchino e Lucia Cerini hanno avuto cinque figli di cui tre diventati adulti. Vittorio ha avuto due figlie, Lucia e Francesca. Franco ha avuto tre figli, Federico, Francesco e Matteo. Pinuccia ha avuto quattro figli, Cristiano. I figli di Franco hanno avuto due maschi e quattro femmine, le figlie di Vittorio hanno avuto tre figli, i figli di Pinuccia hanno due figli. La quarta generazione Cerini sta già sgambettando in giro per i loro alberghi.
Franco Cerini è anche Presidente del Consorzio Lago di Garda Lombardia che raccoglie centinaia di alberghi della riva lombarda del Lago di Garda (la provincia bresciana che si affaccia su gran parte della costa occidentale e meridionale del più grande lago italiano, un vero e proprio piccolo mare interno di acqua dolce) e dal gennaio 2016 è anche presidente del Consorzio Lago di Garda che comprende tutto il lago quindi anche la costa veronese e trentina.

Un monumento alla famiglia italiana
Dopo la prima guerra mondiale l’Italia eresse numerose statue nelle piazze principali di piccoli e grandi comuni sparsi per l’intera penisola in memoria degli oltre 300.000 caduti che avevano salvato l’onore e l’unità politica del Paese in rappresentanza degli otto milioni che avevano indossato la divisa spesso facendo fatica a comprendere l’idioma l’uno dell’altro di un’Italia troppo giovane per essere catapultata in un simile dramma. Nulla del genere è accaduto dopo la seconda guerra mondiale come se gli italiani morti per la patria dalla Russia alla Grecia al Nord Africa non meritassero lo stesso rispetto da parte di chi è sopravvissuto a quell’immane tragedia. Un monumento che andrebbe eretto ovunque perché ancora meglio rappresenta il senso del dovere e uno spirito di abnegazione spinto fino all’estremo sacrificio è quello alla famiglia italiana che da sempre è stata un argine invalicabile per le tragedie che hanno colpito il nostro Paese e che sempre ha saputo trasmettere alle generazioni successive un amore per il dovere, il lavoro, la solidarietà reciproca che è il segno più profondo e duraturo della civiltà di un popolo e soprattutto della nostra civiltà. Queste riflessioni me le hanno regalate Cristiano, figlio primogenito di Pinuccia Cerini, Lucia, la figlia primogenita di Vittorio Cerini, Francesco Cerini, il secondogenito di Franco Cerini, e poi tutta la storia della brigata Cerini a partire da Elvira e Risulì Cerini, i capostipiti ottocenteschi di Solferino, da dove arriva la famiglia, contadini di un’Italia poverissima ricca solo di bocche da sfamare, di un boccone di polenta e un bicchiere di latte quando ce n’era, di figli da avviare al lavoro prima ancora che potessero finire le scuole elementari, che spesso i loro genitori neppure avevano potuto iniziare. E’ la storia di Francesco detto Cecchino Cerini, classe 1919, e di sua moglie Lucia, classe 1922, che si incontrarono quando lui aveva 18 anni e lei 15, divisi dalla guerra, riuniti dall’armistizio dell’8 settembre del 1943, sposi l’anno successivo quando ancora le armi non hanno finito di sparare in quella guerra che sul Lago di Garda è diventata anche guerra civile tra italiani frammista alla maggiore contro i tedeschi che si manifesta soprattutto con i bombardamenti aerei degli angloamericani. E’ la scommessa del 1946 quando i due giovani sposini, con una figlia di due anni, Elvira, e un secondo figlio di un anno, Vittorio, ottengono una baracca militare lunga 12 metri, larga sei, vicino a una stazione di rifornimento sulla strada statale che collega Brescia con Verona sfiorando il Lago di Garda a Desenzano. Vi aprono un ristorante che dà da mangiare ai camionisti che transitano lungo il lago: lui in cucina, lei tra i tavoli, si lavora praticamente 24 ore al giorno tutto l’anno. Due anni dopo è la volta di una baracca più grande, di 30 metri per sei, con alcune camere per dare un poco di riposo a chi ha guidato per un’infinità di ore. Nel 1948 nasce Franco, poi sarà la volta di Pinuccia ed Elvì. Elvira muore a soli 10 anni nel 1954, Elvì, l’ultima nata nel 1956, muore dopo soli 18 mesi. Il Destino non fa mai sconti, neppure a chi ha dedicato l’intera vita al lavoro e alla famiglia. Cecchino è sopravvissuto a un mitragliamento aereo nel 1944 mentre era sul traghetto sul lago dove lavorava, è sopravvissuto al tifo, è morto ultraottantenne, Lucia si avvia verso i 94 anni circondata da uno stuolo di nipoti e pronipoti: è diventata bisnonna.
Mio padre Celestino detto Tino, classe 1919 come Cecchino Cerini, aveva 10 fratelli, non terminò la scuola elementare, in guerra finì in Russia e si salvò perché il Destino in quel momento era troppo occupato a mietere giovani vite altrove, si sposò il 25 aprile del 1945 con mia madre Luigina classe 1922, operaia alla Borletti di Milano quando la città fu bombardata nell’agosto del 1943, dei tre figli maschi il terzo morì dopo soli sei mesi perché ad Albino, vicino Bergamo, all’epoca non esisteva il riscaldamento ed era facile ammalarsi di polmonite e morire. Solo i più forti o semplicemente i più fortunati sopravvivevano. Mio padre ha lavorato in cantiere per vent’anni poi è diventato negoziante per morire infine di cancro sulla soglia dei 50 anni. Mio fratello maggiore è morto a 52 anni, mia madre è morta a novant’anni nel 2013. Io come la gramigna sono ancora sul fronte della vita. I Cecchini e gli Andreoletti la vita l’hanno sempre conosciuta come fatica, sudore, ingiustizia eppure non si sono mai arresi, sono ancora qui pronti a consegnare il proprio testimone alle prossime generazioni. Un monumento, la Famiglia Italiana, lo meriterebbe.

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