Il turismo internazionale in Italia nel 2013

I dati ufficiali della Banca d’Italia dichiarano che nel 2013 l’Italia ha incassato 32,989 miliardi di euro dall’incoming, l’export earning nel settore turistico. Ne ha spesi 20,159 miliardi per i viaggi all’estero dei nostri connazionali.
Si è registrato di conseguenza un avanzo di 12,83 miliardi di euro (lo 0,8 per cento del PIL), a fronte di uno di 11,543 miliardi nello stesso periodo dell’anno precedente. Le spese dei viaggiatori stranieri in Italia, per 32,989 miliardi, sono aumentate del 2,9 per cento; quelle dei viaggiatori italiani all’estero, per 20,159 miliardi, si sono ridotte dell’1,7 per cento. Il numero complessivo dei pernottamenti è ammontato a 317,527 milioni, tre milioni in più rispetto al 2009, dieci milioni in meno rispetto al 2012.
Nel 2008, l’ultimo anno brillante per l’economia italiana, l’incoming fatturò 28 miliardi di euro. L’incoming italiano è aumentato di ben 5 miliardi di euro durante 5 anni di drammatica recessione economica nella quale il PIL italiano è diminuito del 9 per cento, fatto mai accaduto nella recente storia d’Italia dopo la seconda guerra mondiale. Ciò significa che l’incoming italiano è aumentato anche come percentuale relativa sul PIL italiano. In questi cinque anni, il surplus turistico ha contribuito con 55 miliardi di euro a evitare il fallimento finanziario del Paese.
Nel 2013 abbiamo perso 10 milioni di pernottamenti sul mercato internazionale eppure abbiamo incassato quasi un miliardi di euro in più. E’ andata in crisi la fascia low cost del mercato, ha tenuto ed è cresciuta quella del lusso medio alto. Lo stesso fenomeno è stato registrato anche sul mercato nazionale.
Una prima riflessione è relativa al Made in Italy creativo, l’ancora di salvataggio che ha evitato che l’Italia sprofondasse in una crisi che da finanziaria poteva diventare anche politica con effetti imprevedibili quanto devastanti. Il Made in Italy creativo riguarda tutto ciò che esportiamo, dalla meccanica di precisione all’aerospaziale, dall’artigianato alla moda, dall’agroalimentare al manifatturiero, dall’intrattenimento allo sport. E’ un Made in Italy che nel corso degli anni si è evoluto sotto la spinta di una continua Ricerca & Sviluppo che ha consentito al nostro Paese di restare tra i Paesi più industrializzati del mondo conquistando l’eccellenza, e la relativa supremazia, in settori strategici, dall’agroalimentare alla moda alla meccanica all’aerospaziale. E’ un settore che ha compensato in parte la crisi dell’outgoing, legata intimamente alla crisi economica che ha impoverito le classi medie italiane. Meno viaggi all’estero, meno spese turistiche anche in patria. Ciò nonostante il settore ha continuato a crescere, ha registrato nuove aperture alberghiere e la ristrutturazione di gran parte di quelle esistenti, si è razionalizzato al proprio interno, ha continuato ad assumere. Il Made in Italy creativo si differenza dal Made in Italy tradizionale, quello manifatturiero in particolare, perché da un lato non è delocalizzabile (Venezia, il Colosseo, Firenze, la Valle dei Templi, le Dolomiti non possono essere trasferiti altrove), dall’altro ha incredibili margini di miglioramento che possono tradursi in valore aggiunto economico oltre che sociale e culturale.
Non è facile valutare la reale incidenza del turismo in Italia. Tradizionalmente ci si è limitati a giudicare il turismo un settore abbastanza ristretto, legato soprattutto alla ristorazione e alla ricettività. Non si è tenuto conto del suo impatto trasversale, per esempio sull’edilizia: l’Italia possiede il più importante patrimonio immobiliare alberghiero d’Europa; sui fornitori di prodotti, tecnologie e servizi, nel settore food e nel settore non food; sull’agricoltura attraverso la sinergia sempre più intima esistente tra la produzione agricola e l’enogastronomia italiana che si basa su 70.000 ricette regionali e sul consumo locale di gran parte della produzione. Sull’intrattenimento: i villaggi turistici sono la fucina di molti dei maggiori talenti artistici emersi nel nostro paese, Fiorello per tutti; sulla cultura: Musei e scavi archeologici, il cui conto economico è alimentato dai flussi turistici, danno lavoro a professionalità, dai Sovrintendenti ai restauratori agli archeologi ai ricercatori universitari, che non hanno un diretto collegamento con l’attività turistica. Per non parlare dei trasporti che ricevono ogni anno l’impatto di 77 milioni di persone che soggiornano per oltre 317 milioni di notti, e di giorni, nel nostro Paese. Sono tutti questi numeri importanti che fanno capire che il Made in Italy turistico influenza l’economia e la società italiana in maniera assai più importante, ben al di là del 10% dichiarato come impatto sul PIL, in realtà parliamo di un’influenza che supera abbondantemente il 30% e probabilmente arriva a influenzare la metà dell’economia italiana. Il problema è che l’Italia nel turismo ha goduto per molto tempo di posizioni di rendita davvero eccezionali che hanno alimentato un approccio molto superficiale al settore: rendeva, costava poco, perché spendere? Siamo l’unico dei Paesi turisticamente più importanti che non ha una università dedicata al turismo, che considera da sempre il ministero del Turismo come l’ultima ruota del carro di qualsiasi Governo, di qualsiasi colore politico. Tutto ciò è finito ma l’opinione pubblica, il Parlamento, il Governo non se ne sono ancora resi conto.
Un buon laboratorio per comprendere come funziona il turismo quando diventa Industria del Turismo è il Sud Tirolo che Luis Durnwalder nel corso di 45 anni di attività politica e associativa ha trasformato da povero paese di montagna in uno dei territorio più ricchi del continente europeo. Ancora a inizio 1900, sulla piazza principale di Bolzano si davano appuntamento le famiglie più povere della regione che vi conducevano i figli, dai 10 ai 14 anni di età, che venivano affidati ai “caporali” che li portavano a lavorare in giro per l’Europa asburgica. Durnwalder dal 1968 al 1979 è stato Direttore del potente Consorzio dei Coltivatori Diretti della provincia autonoma di Bolzano, nel frattempo era anche sindaco di Falzes (il paese di montagna dove è nato nel 1944) prima e consigliere provinciale poi. Dal 1973 al 1978 è stato assessore regionale e vicepresidente del Consiglio provinciale di Bolzano. Nel 1979 diventa assessore provinciale all’Agricoltura. Lo resta per 10 anni prima di diventare, nel 1989, Presidente della Provincia Autonoma di Bolzano, carica che ha lasciato nell’agosto del 2013, a 24 anni di distanza. Durnwalder ha trasformato un territorio agricolo di montagna, tradizionale terra di emigrazione, in una sorta di laboratorio dove integrare l’economia in senso orizzontare ricercando continuamente produzioni a elevato valore aggiunto all’insegna dell’agricoltura naturale, dell’incentivo ai contadini a restare in montagna portando le strade forestali fino alle malghe, finanziando l’acquisto dei trattori piuttosto che dei gatti delle nevi, della certificazione territoriale e di qualità, in simbiosi con un territorio che ha sviluppato in maniera significativa la vocazione turistica e sportiva attraverso impianti di risalita di ultima generazione (più volte aggiornati nel corso del tempo), un’urbanistica assai attenta alla qualità architettonica degli edifici, al loro impatto energetico, alla loro sostenibilità ecologica, dotando il territorio di infrastrutture stradali (tunnel, tangenziali, la superstrada Merano-Bolzano) ma anche ferroviarie (le ferrovie locali della Val Pusteria e della Val Venosta) che favorissero sia l’accessibilità che la vivibilità dei borghi turistici, con investimenti assai importanti per dotare sia le grandi città che i borghi più piccoli di parcheggi sotterranei al fine di far sparire le automobili dalla superficie. Dotandosi infine di musei e parchi naturali assai ben frequentati dagli ospiti del territorio. Nel parco botanico di Trauttmandorff, a Merano, ci sono anche caffetterie e ristoranti oltre a un originale quanto ironico museo del turismo. Il museo archeologico di Bolzano edificato per ospitare la Mummia del Similaun, Otzi, è diventato un caso mondiale. A San Cassiano hanno realizzato un museo attorno al ritrovamento dell’Ursus Ladinus risalente a 45.000 anni fa. La ricostruzione dell’antico bestione (con il suo cucciolo) e del suo habitat è assai suggestiva. Il risultato? Un territorio splendido, che ha conquistato sia gli ospiti internazionali che quelli italiani, che non ha conosciuto praticamente la crisi economica post 2008. Anzi, il Sud Tirolo ha assistito a un fenomeno inimmaginabile solo una decina di anni fa: l’emigrazione in Sud Tirolo di forza lavoro dal vicino Veneto. Il Sud Tirolo non è solo vacanza: è anche artigianato, cultura, industria manifatturiera, il tutto all’insegna di un Made in Sud Tirolo che nel turismo è innanzitutto un Made in Sud Tirolo bianco, rosso e verde perché giocato all’insegna di porta d’ingresso privilegiata sul Mediterraneo e sull’Italia. Ricordo infine, perché pochi lo sanno, che Luis Durnwalder vanta due lauree in agraria a Vienna e a Firenze, e ha studiato giurisprudenza presso le facoltà di Vienna e Innsbruck. E’ stato Durnwalder ha dar vita a Laimburg, quella sorta di laboratorio di Ricerca & Sviluppo che ha aiutato l’agricoltura della regione a orientarsi verso coltivazioni di trend, dall’enologia, che è stata letteralmente reinventata, alla coltivazione degli sparagi. Laimburg produce brevetti, non solo ricerca. Durnwalder è un raro caso, almeno per l’Italia, di un politico che proviene dal mondo del lavoro e che vanta specifiche competenze culturali e professionali nei settori di cui si è occupato. Durnwalder sarebbe l’ideale Ministro di un Ministero del Made in Italy creativo con portafoglio.
L’INCOMING NEL DETTAGLIO
Dal punto di vista quantitativo, sono stati 77.136.000 i viaggiatori che hanno superato le nostre frontiere per venire in Italia nel 2013 producendo oltre 317 milioni di pernottamenti: di questi, il 31.82% ha alloggiato in un albergo o un villaggio turistico, il 9.82% ha alloggiato presso parenti o amici, il 7,2% ha alloggiato in case di affitto, l’1,47% ha alloggiato in case di proprietà. Queste sono state le principali voci scelte da chi è venuto in Italia per turismo. Il dato quantitativo viene ribaltato da quello qualitativo: ben il 57,51% dei 32,898 miliardi di euro spesi in Italia nel 2013 dai turisti internazionali sono stati registrati nelle strutture alberghiere o villaggi turistici, le case in affitto rappresentano solo il 13,81%, il 12,75% ha alloggiato presso parenti e amici e solo l’1,54% ha dormito in case di proprietà.
Simili i dati sui motivi del viaggio: l’82,35% dei 32,989 miliardi di euro spesi in Italia sono stati giustificati da motivi personali (soprattutto le vacanze per il 62,84% del totale) contro il 17,65% per motivi di lavoro. Chi va in vacanza spende di più e lo dimostra il fatto che in termini quantitativi questa percentuale scende al 52,54% rimanendo pressoché invariata la motivazione (81,09% per vacanza, 18,91% per lavoro).

Da dove provengono?
L’Unione Europea copre il 56,49% delle spese effettuate in Italia per turismo, l’Europa extra UE (Norvegia, Russia, Svizzera, Turchia) copre il 14,09%, l’America (Nord e Sud) copre il 18,15%, l’Asia il 7,15%, l’Oceania il 3,27%, l’Africa solo lo 0,83%.
Dell’America, il Canada dai 539 milioni di euro del 2009 è arrivato a spendere in Italia 739 milioni di euro nel 2013, il Brasile ha raddoppiato la spesa per turismo in Italia passando dai 248 milioni di euro del 2009 ai 527 milioni di euro del 2013. In Asia la Cina è passata dai 161 milioni di euro del 2009 ai 463 milioni di euro del 2013. In ottima ripresa il turismo giapponese che dai 430 milioni di euro del 2009 è salito ai 773 milioni di euro del 2013. Meno interessante il mercato indiano che nel 2009 spese 168 milioni per venire in Italia arrivando a 399 milioni di euro nel 2012 per poi scendere bruscamente (effetto marò?) a 235 milioni di euro nel 2013.
Chi sono gli stranieri più affezionati all’Italia? La Germania che spende quasi 5 miliardi di euro (in discesa rispetto al picco del 2001) seguita dagli Stati Uniti d’America con 4 miliardi di euro (con netta e progressiva crescita di ben un miliardo di euro rispetto al 2009), terzo posto per la Francia che sfiora i tre miliardi di euro (anch’essa in crescita di 200 milioni di euro rispetto al 2009), quarto il Regno Unito con 2,3 miliardi di euro (fondamentalmente costante negli ultimi cinque anni), quinta la Svizzera con 2.17 miliardi di euro (costante anch’essa), sesta l’Austria con 1,57 miliardi di euro (in ripresa dopo la discesa degli ultimi due anni), settima la Russia con 1,32 miliardi di euro (ha raddoppiato rispetto al 2009), ottava la Spagna con un miliardo di euro (in discesa di quasi 400 milioni dal 2009), nona l’Olanda con un miliardo di euro (in discesa rispetto al 2009), decima l’Australia con 944 milioni di euro (in crescita di 200 milioni rispetto al 2009).
La stessa classifica, valutata solo per numero di pernottamenti, conferma la Germania al primo posto con 56,9 milioni di presenze seguita però dalla Francia (quasi 31 milioni di presenze), terzi gli Stati Uniti (30,44 milioni), quarto il Regno Unito (22 milioni), quinta l’Austria (15,3 milioni), seste Spagna e Svizzera (14 milioni di presenze), ottava l’Olanda (11,96 milioni), nono il Portogallo (8,54 milioni), decimo il Belgio (8,44 milioni).
Una prima riflessione: il turismo americano e quello australiano spendono di più in generale, i belgi spendono di meno (frequentano soprattutto i campeggi). Anche gli spagnoli rivelano una maggiore propensione per il turismo low cost all’opposto degli svizzeri, più generosi (o più ricchi?).

Dove vanno in Italia
E’ il Centro Italia la regione che incassa più soldi dall’incoming con 10,154 miliardi di euro (il 30,78%) seguita dal Nordest con 9 miliardi di euro (27,28%), dal Nordovest con 8,6 miliardi di euro (26,07%) e dal Sud Italia (isole comprese) con 4,135 miliardi di euro (il 12,53%). E’ la stessa situazione del 2009: persevera la debolezza del Sud Italia che mette in campo regioni che dovrebbero dispiegare una vocazione turistica indiscutibile (Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna) che però non si traduce in fatturati coerenti. Porti, aeroporti, ferrovie, autostrade rappresentano le lacune infrastrutturali che penalizzano il Meridione d’Italia aggravate da una percezione di insicurezza (Campania, Calabria, Sicilia in particolare) e di immagine in generale non meno debole.
Interessante come varia questa classifica se confrontata con la quantità di pernottamenti registrati: è il Nordest a primeggiare con 94,73 milioni di pernottamenti (29,83%) seguito dal Centro Italia con quasi 92 milioni di pernottamenti (28,96%), dal Nordovest con 75,18 milioni di pernottamenti (23,68%) e Sud Italia (isole comprese) con 49 milioni di pernottamenti (15,45%).
La riflessione che balza agli occhi è che Nordest e Sud Italia hanno valori aggiunti inferiori rispetto al Centro Italia e al Nordovest (dove Milano e la Lombardia più in generale si propongono come destinazioni business, con valori aggiunti più elevati, anche se Milano negli ultimi anni ha conquistato importanti segmenti di mercato nel leisure legato alla moda).
Roma è la regina dell’incoming in Italia con 5,56 miliardi di euro (in crescita rispetto ai 4,67 miliardi di euro del 2009) seguita da Milano con 3 miliardi di euro (erano 2,81 miliardi nel 2009). Terzo posto per Venezia con 2,67 miliardi di euro (erano 2,4 miliardi nel 2009, ma erano 2,78 miliardi nel 2012). Quarta è Firenze con 2,21 miliardi di euro (erano 1,75 miliardi nel 2009), quinto posto per Verona con 1,13 miliardi di euro (in discesa rispetto a 1,25 miliardi del 2012). Bolzano occupa il sesto posto con 1,11 miliardi di euro (in salita rispetto agli 885 milioni del 2009). Napoli, prima città del Meridione, occupa il settimo posto con un miliardo di euro (erano 913 milioni nel 2009). Ottavo posto per Como con 738 milioni di euro (erano 588 milioni nel 2009), Torino occupa la nona posizione con 706 milioni di euro (erano 557 milioni nel 2009). Decima è Brescia con 670 milioni di euro (erano 580 milioni nel 2004, ma 712 milioni nel 2012).
Alcune riflessioni: nell’incoming turistico, Roma da sola equivale all’intera Lombardia (5,5 miliardi per entrambe), il Veneto è terza come regione con 4,7 miliardi di euro, in discesa rispetto ai 5 miliardi del 2012. La Toscana si difende con i suoi 3,8 miliardi di euro e mantiene il quarto posto. Roma oltre a essere un’importante destinazione turistica e la capitale del Paese, è anche sede della città del Vaticano: i flussi religiosi sono da sempre assai consistenti, lo furono durante l’intero pontificato di Giovanni Paolo II, sono tornati a esserlo con papa Francesco.
Dopo i quattro big, arriva l’Emilia Romagna quinta con 1,857 miliardi di euro seguita dal Trentino-Alto Adige sesta con 1,61 miliardi di euro, dalla Liguria settima con 1,48 miliardi di euro, dalla Campania (l’importanza della costiera sorrentina e amalfitana…) ottava con 1,42 miliardi di euro, dal Piemonte nono con 1,31 miliardi di euro, dalla Sicilia decima con un miliardo di euro.
Sotto il miliardo di euro, il Friuli-Venezia Giulia undicesimo con 829 milioni di euro, la Puglia dodicesima con 617 milioni di euro, la Sardegna tredicesima con 584 milioni di euro, le Marche quattordicesime con 326 milioni di euro, la Valle d’Aosta quindicesima con 277 milioni di euro, l’Umbria sedicesima con 253 milioni di euro, l’Abruzzo diciassettesimo con 201 milioni di euro, la Calabria diciottesima con 138 milioni di euro, la Basilicata diciannovesima con 40 milioni di euro, il Molise ventesimo con 27 milioni di euro.
Anche qui, l’amara riflessione che Regioni che hanno speso centinaia di milioni di euro in fiere turistiche nazionali e internazionali come Abruzzo, Calabria e Basilicata non arrivano a incassare neppure quanto hanno speso: il mondo continua a ignorarle.
Sardegna e Sicilia insieme incassano meno della metà della Toscana, incassano meno anche dell’Emilia-Romagna.
Nella fascia tra i 400 e i 600 milioni di euro ci sono città come Imperia (594), Rimini (579), Bologna (548), Trento (504), Siena (478), Genova (450), Varese (455), Padova (431).
COME ARRIVANO, DOVE DORMONO?
Il 64% è arrivato attraversando le frontiere stradali (auto e pullman), il 32,34% è arrivato in aereo, il 2% in nave, il rimanente 1,66% con il treno.
Dall’incidenza delle spese, il 57,51% ha alloggiato in albergo o villaggio turistico, il 13,81% è stato in case d’affitto, il 12,75% ha approfittato dell’ospitalità di amici e parenti, l’1,54% è stato in case di proprietà.
Sempre dal punto di vista del fatturato incoming, il 38,54% viene in Italia nel trimestre luglio-settembre, il 27,76% sceglie il trimestre aprile-maggio, il 18,51% sceglie il trimestre ottobre-dicembre, infine il trimestre gennaio-marzo è scelto dal 15,17%.
DOVE VANNO GLI ITALIANI
Nel 2013 gli italiani hanno speso oltre 20 miliardi di euro per andare all’estero. Il 48,45% della spesa è stato effettuato per andare in Paesi dell’Unione Europea, gli altri Paesi del continente (Russia, Svizzera in particolare) hanno assorbito il 13 per cento dell’outgoing italiano, l’America ha assorbito il 15,9%, l’Asia il 12,76%, l’Africa il 7,63%, l’Oceania infine il 2,04%.
La Francia è la destinazione principale per gli italiani con 1,925 miliardi di euro, seguono gli Stati Uniti d’America con 1,87 miliardi di euro, la Spagna è al terzo posto con 1,431 miliardi di euro, quarta è la Svizzera con 1,312 miliardi di euro, quinto è il Regno Unito con 1,186 miliardi di euro, sesta è la Germania con 1,176 miliardi di euro, settima è l’Austria con 895 milioni di euro, ottava è la Cina con 646 milioni di euro, nona è la Grecia con 616 milioni di euro, decima è la Slovenia con 431 milioni di euro, undicesimo è il Brasile con 424 milioni di euro, dodicesima è la Russia con 405 milioni di euro.
Parigi val bene un viaggio all’estero, almeno per gli italiani. L’Alta Velocità Milano-Torino-Lione-Parigi consentirebbe di lasciare a terra un’infinità di aerei. Lo dicono le scelte filofrancesi degli italiani.
Crisi o non crisi, gli italiani vanno negli Stati Uniti costi quel che costi. Vanno in numero sempre maggiore anche in Cina, Brasile e Russia. Siamo diventati un popolo cosmopolita.
Il 34,58% degli italiani che va all’estero lo fa nel trimestre luglio-settembre, il 23,6% sceglie il trimestre aprile-maggio, il 20,22% va all’estero nell’ultimo trimestre dell’anno ottobre-dicembre, il 19,58% sceglie il primo trimestre dell’anno gennaio-marzo.
Il 64,44% va all’estero per motivi personali, di cui il 37,38% del totale lo fa per vacanze, il 7% per andare a visitare i parenti, il 5,23% per studi, il 34,56% lo fa per motivi di lavoro.
A differenza dell’incoming, dove è il Centro Italia a comandare seguito dal Nordest, nell’outgoing la classifica cambia sostanzialmente: comanda il Nordovest con il 38,32% seguito dal Nordest con il 25,08% e dal Centro Italia con il 22,28%. Sud e Isole sono sempre il fanalino di coda con il 14,32%.
Chi spende di più per andare all’estero? Tra le regioni, la Lombardia è di gran lunga il bacino più importante di viaggiatori italiani internazionali con 5,57 miliardi di euro, secondo posto per il Lazio con 2,898 miliardi di euro, terzo posto per il Veneto con 1,9 miliardi di euro, quarta l’Emilia-Romagna con 1,759 miliardi di euro, quinto il Piemonte con 1,57 miliardi di euro, sesta la Campania con 1,062 miliardi di euro, settima la Toscana con 954 milioni di euro, ottavo il Friuli-Venezia Giulia con 732 milioni di euro, nono il Trentino-Alto Adige con 657 milioni di euro, decima la Liguria con 542 milioni di euro, undicesima la Puglia con 485 milioni di euro, dodicesima la Sicilia con 457 milioni di euro, tredicesima le Marche con 408 milioni di euro, quattordicesimo l’Abruzzo con 356 milioni di euro, quindicesima la Sardegna con 241 milioni di euro, sedicesima l’Umbria con 232 milioni di euro, diciassettesima la Calabria con 138 milioni di euro, diciottesima la Basilicata con 79 milioni di euro, diciannovesimo il Molise con 67 milioni di euro, ventesima la Valle d’Aosta con 45 milioni di euro.
Sempre nell’outgoing, Roma è in testa come bacino territoriale con 2,491 miliardi di euro seguita da Milano con 2,096 miliardi di euro, terzo posto per Torino con 765 milioni di euro, quarto posto per Varese con 759 milioni di euro, quinto posto per Como con 675 milioni di euro, sesto posto per Napoli con 613 milioni di euro, settimo posto per Verona con 609 milioni di euro, ottavo posto per Bologna con 539 milioni di euro, nono posto per Bergamo con 484 milioni di euro, decimo posto per Brescia con 448 milioni di euro, undicesimo posto per Bolzano con 368 milioni di euro.
Roma continua a essere la prima fonte di turisti internazionali in Italia. Il settore pubblico, tra Comune, Provincia, Regione, Parlamento, Governo, rappresenta la prima industria della capitale e soprattutto rappresenta un settore che non ha conosciuto né delocalizzazione né riduzione di posti di lavoro durante la recessione economica che ha colpito l’Italia a partire dall’ottobre del 2008. All’opposto, il settore pubblico ha visto rivalutare i suoi stipendi grazie alla deflazione. La Lombardia regge la botta grazie alla capacità del sistema economico lombardo di cambiare pelle al mutare della congiuntura economica nazionale e internazionale con ben cinque città (Milano, Varese, Como, Bergamo e Brescia) tra i primi dieci posti, stesso discorso vale per il Nordest nonostante la drammatizzazione presente su giornali e televisioni. Chi è veramente in crisi è il Meridione d’Italia che per l’ennesima volta paga il prezzo sociale ed economico più pesante. Non si sconfiggerà mai la criminalità organizzata in regioni come Calabria, Campania e Sicilia se non si interviene in maniera radicale sulla struttura economica di quelle regioni. E’ pesante dirlo, e politicamente molto scorretto, ma la criminalità organizzata rappresenta la seconda industria se non la prima con quella legata ai posti di lavoro nella pubblica amministrazione. Il modello Sud Tirolo sarebbe perfetto per il Sud Italia se i centri finanziari di Roma e Milano smettessero di trattare il Sud come una colonia interna.

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