Hotel Domani

La meraviglia di essere italiani

In una divertente commedia inglese del 2005, “La famiglia omicidi”, quintessenza dello humour nero inglese, Rowan Atkinson, nei panni del reverendo Goodfellow, svolge la relazione introduttiva in un convegno di sacerdoti anglicani sul tema “il mistero di Dio”. A conclusione della sua brillante performance, Goodfellow spiega che Dio, di fronte alle perplessità di chi si rivolge a lui senza esserne esaudito chiedendogli un pizzico di grazia divina per risolvere i problemi, spiega: “Sono misterioso ragazzi. Rassegnatevi!”
Tutti i giorni mi sento come il reverendo Goodfellow quando penso al mio essere italiano, ai problemi che abbiamo di fronte, al futuro che ci attende.
L’Italia è stata un’espressione geografica prima riferita solo alla Calabria in epoca Greca, oltre 2500 anni fa, poi a parte della penisola in epoca romana (fino al fiume Rubicone in Romagna andando verso Nord) durante la fase repubblicana, quindi fino all’arco alpino in epoca imperiale ma sempre in chiave amministrativa, mai politica. Poi ci fu la lunga epoca delle invasioni germaniche dal Nord (Goti, Vandali, Ungari, perfino Unni all’epoca di Attila), mussulmane dal Sud, ci furono i Bizantini e poi i Longobardi quindi i Franchi e poi i Normanni, gli Angioini, gli Aragonesi, i Francesi, perfino gli Svizzeri (che nel 1500 si presero il Canton Ticino, antico possedimento milanese), gli Asburgo di Carlo V, i Borbone di Spagna, gli Asburgo d’Austria. Perfino i Turchi provarono a insediarsi in Italia come fecero a Otranto per un anno nel 1480. Quando dal mare affiorò un isolotto vicino alla Sicilia in pieno Ottocento, gli inglesi furono lesti a piantarci la loro bandiera. Per fortuna l’isolotto dopo alcune settimane scomparve nuovamente sotto i flutti altrimenti avremmo avuto anche le insegne della regina Elisabetta a poche miglia dalla nostra costa. I Francesi hanno soffiato la Corsica alla repubblica di Genova, che la possedeva dal 1401, con una sorta di gioco delle tre carte (mal gliene incolse: un anno dopo, il 15 agosto del 1769, ad Ajaccio nacque Napoleone Bonaparte…).
La Francia deve il suo nome ai Franchi che l’invasero oltre 1500 anni fa (il re Meroveo, che fondò la dinastia dei Merovingi, la prima dinastia franca, risale al 448), la Germania ha conosciuto un elevato livello di polverizzazione politica tra 1600 e 1800 ma l’humus germanico vi era diffuso fin da quando respinsero per la prima volta il tentativo di Roma di annetterla con il massacro di tre legioni nella selva di Teutoburgo oltre 2000 anni fa (nell’anno 9 della nostra era) per non parlare del ruolo centrale che la Germania svolse nel Sacro Romano Impero fondato da Carlo Magno nel Natale dell’anno 800 e abolito da Napoleone Bonaparte nel 1805 e poi nella Riforma protestante di Martin Lutero e nella guerra dei trent’anni (1618-1648) da cui è nata la moderna Europa. La Spagna, unificata definitivamente dai due re di Aragona e Castiglia nel 1492, è stata al centro di un impero mondiale transatlantico oltre che del più potente impero europeo con Carlo V nel 1500. Ancora oggi, lo spagnolo è tra le lingue più diffuse sul pianeta.
L’Italia è stata l’invenzione politica di piccole élite intellettuali urbane nell’ambito della formazione dei mercati nazionali del 1800 (il secolo del nostro Risorgimento) che ha incontrato il suo demiurgo in uno statista che parlava e scriveva assai meglio in francese e piemontese che in italiano, Camillo Benso conte di Cavour. Cavour conosceva assai meglio Ginevra, Parigi e Londra (le città dove trascorse lunghi periodi di soggiorno e studio) che non Roma, Napoli e Palermo (dove non mise mai piede, in Sicilia, in Campania, negli Stati della Chiesa).
La Germania fu unificata da von Bismarck 10 anni dopo l’Italia (il cui successo lo ispirò) ma era anche il frutto di una potenza militare tedesca (la Prussia) attorno alla quale si aggregò non solo l’élite intellettuale dell’intera Germania ma anche la popolazione, che si arruolò in massa. L’Italia fu fatta dalle truppe francesi che combatterono per nostro conto nel 1859 (nella battaglia cruciale di Solferino e San Martino il 24 giugno del 1859, combattuta da 235.000 uomini, a fianco degli 80.000 francesi dell’imperatore Napoleone III combatterono solo 35.000 sudditi dei Savoia). L’avventura garibaldina del 1860 ancora oggi è ammantata di molto mistero sulle alleanze locali che ne favorirono la crociera siciliana prima, quella lungo la penisola fino a Napoli poi. Basti riflettere sul fatto che Garibaldi, senza alcuna nave da guerra, prima sbarcò in Sicilia e poi attraversò lo Stretto di Messina per sbarcare in Calabria senza che la flotta del regno delle Due Sicilie (oltre 40 navi da guerra) riuscisse (o provasse?) minimamente a contrastarlo. L’arrivo tempestivo dell’esercito piemontese, che caracollò velocemente lungo la dorsale adriatica travolgendo l’esercito papalino a Castelfidardo, tolse a Garibaldi l’onere di dover mantenere le promesse, relative soprattutto alla riforma agraria, che il regno d’Italia evitò accuratamente di attuare nei decenni successivi. Si passò dal saccheggio delle proprietà della Chiesa (la mano morta) subito dopo il 1861 al sacco edilizio di Roma dopo il 1870. L’annessione all’Italia nel 1866 di Veneto e Friuli fu un gentile omaggio della Prussia che a Sadowa aveva sconfitto gli austriaci (espellendoli politicamente dalla Germania). La Francia moderna nasce dalla rivoluzione francese e dalla successiva epopea napoleonica, la Germania moderna nasce anch’essa da una rivoluzione, quella religiosa luterana, che ai tedeschi costò alcuni milioni di morti e incredibili sacrifici all’intera popolazione durante le guerre di religione del 1600 combattute soprattutto sul suolo tedesco. L’Italia non ha conosciuto rivoluzioni ma solo giochi di potere delle varie dinastie con il papa al centro di ogni gioco. Quando il papa sbagliava a distribuire le carte, erano dolori (il sacco di Roma del 1527 per esempio). Il regno d’Italia tra il 1880 e la seconda guerra mondiale ha conosciuto la più grande emigrazione di parte della sua popolazione (del Nordest e soprattutto del Sud) verso l’incognita del Nord e del Sud delle Americhe: si parla di 29 milioni di persone di cui 19 milioni mai più tornate in patria secondo quanto riportato nel Galata Museo del Mare di Genova (eravamo 21 milioni nel 1861, eravamo arrivati a 42 milioni alla vigilia della seconda guerra mondiale).
Il regno d’Italia ci ha regalato una disastrosa guerra coloniale nel 1896 in Etiopia (con la sconfitta di Adua), una misteriosa guerra coloniale contro l’impero ottomano nel 1911 per conquistare lo scatolone sabbioso della Libia e le lontane isole del Dodecaneso, due nuove guerre coloniali negli anni Venti e Trenta (per riconquistare la Libia abbandonata durante la prima guerra mondiale e contro l’Etiopia nel 1935 dove utilizzammo i gas iprite di cui avevamo sottoscritto la messa al bando in seno alla Lega delle Nazioni), la prima guerra mondiale (che rischiammo di perdere due volte, nel 1916 sul Pasubio e poi a Caporetto l’anno seguente), la guerra di Spagna tra il 1936 e il 1939, la seconda guerra mondiale. Se si pensa che i Borbone dallo sbarco a Napoli nel 1734 e la rapida riconquista della Sicilia (tolta agli Austriaci) non si erano più fatti coinvolgere in alcun genere di guerre (subirono l’invasione francese a fine 1700 durante la rivoluzione e l’epopea napoleonica, non andarono mai a cercarsele) fino allo sbarco di Garibaldi a Marsala nel 1860, i nostri manuali di storia dovrebbero riconoscere ai Barbone almeno l’onore delle armi. Loro, guerrafondai non lo sono mai stati. Nel 1854, all’opposto del regno di Sardegna, non parteciparono alla guerra di Crimea contro i Russi infastidendo non poco i britannici che li avevano sollecitati. Il Banco di Napoli nel 1860 era tra le banche più floride d’Europa…

Una Storia unica, originale
In compenso, il Sud d’Italia (Puglia, Calabria, Campania, Sicilia) ha conosciuto l’epopea della Magna Grecia a partire da 2800 anni fa (nato a Samo, fu calabrese Pitagora che insediò la sua scuola a Crotone, era siracusano Archimede, nato 300 anni dopo, uno dei più grandi scienziati dell’antichità), quella etrusca tra Toscana, Umbria e Lazio all’incirca nello stesso periodo, quella romana a partire dalla fondazione mitica della città il 21 aprile del 753 prima della nostra era (2771 anni fa) destinata a creare il più grande impero mediterraneo della storia (arrivato fino all’attuale Scozia a Nord, al Portogallo a Ovest, al Mar Rosso a Sud, al limes Reno-Danubio a Est), tra il 1000 e il 1300 la penisola italiana è stata al centro della rinascita culturale ed economica del continente europeo grazie alle repubbliche marinare (Amalfi, Pisa, Genova, Venezia) e alle città stato del Centro e Nord Italia. I banchieri e i mercanti italiani inventarono il sistema delle banche e imposero il fiorino d’oro come la moneta di riferimento internazionale, Fibonacci (il figlio di Bonacci che era il suo vero cognome, contemporaneo di Francesco di Assisi) nato a Pisa nel 1170 introdusse sia i numeri arabi che lo zero, fondamentale in matematica come nella finanza, gli italiani dettero vita al primo sistema mercantile e capitalistico dell’epoca moderna. L’arte della lana di Firenze era già industria al pari della cantieristica veneziana dove le navi erano costruite in serie nell’Arsenale. Nel 1400 si calcola che la penisola italiana fosse l’area più ricca del continente con un PIL doppio rispetto a francesi, inglesi e tedeschi. Il Sud nella prima metà del 1200 ha assistito all’avventura umana, politica e culturale di un personaggio che ha inciso nella storia non solo dell’epoca ma dei secoli successivi: l’imperatore Federico II di Hohenstaufen. Alla sua corte è nata la lingua italiana che il fiorentino Dante Alighieri, nato nel 1265, 15 anni dopo la morte di Federico, utilizzerà per la sua Commedia, capolavoro assoluto studiato ancora oggi in tutto il pianeta (Elisabetta I d’Inghilterra nella seconda metà del 1500 leggeva la Commedia in lingua originale…). Dante a sua volta era contemporaneo sia di Giotto (che rivoluzionò l’arte della pittura introducendovi la realtà fattuale e la centralità dell’essere umano) che di Marco Polo, mercante veneziano che trascorse ben 17 anni alla corte del Gran Khan Kublai a Pechino, aprendo la strada dell’Oriente ai mercanti occidentali. Duecento anni dopo, Cristoforo Colombo, al grido di “buscar el levante por el poniente”, provò a raggiungere la Cina circumnavigando il pianeta in senso contrario attraversando l’Oceano Atlantico: scoprì un nuovo continente, quello americano, e cambiò la storia dell’intero pianeta.
Tra il 1300 e il 1500 l’Italia ha inventato il Rinascimento, nel quale è stato fondamentale il ruolo del papato che da Roma governava spiritualmente l’intero continente e soprattutto drenava un oceano di risorse per la salvezza delle anime dei cristiani. Il Rinascimento, sull’asse Toscana-Umbria-Roma poi allargatosi al resto della penisola, ha finanziato conventi, monasteri, chiese in concorrenza con le città Stato e le dinastie emergenti che fecero a gara ad arricchire l’Italia di un incredibile patrimonio monumentale e artistico senza eguali sul pianeta. Citare i geni dell’epoca richiederebbe un’enciclopedia, da Leonardo da Vinci a Michelangelo Buonarroti a Tiziano Vecellio, i tre giganti vissuti a cavallo tra 1400 e 1500. Leonardo è stato contemporaneo di Cristoforo Colombo. L’Italia è una sorta di prezioso tappeto dove trama e ordito si intrecciano in maniera incredibilmente originale.
Mentre altrove, nell’Islam in particolare, il passato è diventato una sorta di macigno che a un certo punto della storia ne ha impedito il progresso, l’Italia è riuscita a ritagliarsi un ruolo da protagonista anche in un mondo che all’apparenza gli è diventato ostile: che ne sarebbe della scienza e della tecnologia contemporanee senza personaggi come Galileo Galilei, Alessandro Volta, Enrico Fermi, Guglielmo Marconi? Che ne sarebbe dell’arte contemporanea senza Caravaggio, il Barocco, i Futuristi, Giorgio De Chirico?

La penisola dei tesori
L’Italia resta un mistero insoluto che produce quotidiane frustrazioni ma anche incredibili sorprese. Una di queste è la famiglia Angela, Piero e il figlio Alberto.
Alberto Angela prosegue l’immane opera divulgativa di suo padre Piero, all’insegna di ciò che scrisse Dante Alighieri: “Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”, iniziata 50 anni fa, nel 1968, con una serie di documentari “Il futuro nello spazio” dedicati al programma Apollo che ci avrebbe portato allo sbarco sulla Luna l’anno seguente. Piero, sulla soglia dei 90 anni, continua a inseguire il suo sogno di un paese più laico, colto, consapevole, responsabile. E’ un inguaribile ottimista e il tempo, che è sempre galantuomo, gli dimostra un particolare rispetto.
L’opera televisiva più recente di Alberto Angela, “Meraviglie. La penisola dei tesori”, segna una sorta di spartiacque nella sensibilità dell’opinione pubblica italiana nei confronti della sua storia e di come viverla e raccontarla. Siamo italiani perché viviamo in questa sorta di piccolo continente delimitato tra l’arco alpino a Nord e il Mare Mediterraneo sugli altri tre lati dove tutto è accaduto e tutto continua ad accadere. Non di solo turismo si tratta ma del fenomeno antropologico di un popolo che fatica a riconoscersi in regole e comportamenti condivisi (perché vittima per troppi secoli di regole e comportamenti feroci quanto rapaci da parte di chi comandava) ma che nello stesso tempo crea continuamente nuove regole e nuovi valori all’insegna di una diversità diffusa, in tutti i campi, che è il valore aggiunto più unico e originale che la penisola italiana continua a regalare all’intero pianeta. Siamo diversi perché è diversa sia la storia collettiva che quella individuale di noi italiani che siamo tali con e senza lo stato, come è accaduto per la gran parte della nostra storia. Lo Stato, quando si afferma e impone regole cogenti, da noi ha fatto soprattutto danni. Da qui una sorta di anarchia diffusa che si manifesta nel rifiuto dell’omologazione anche quando questa rischia di essere autolesionista.
La Storia in Italia non è una sorta di fossile confinato nei musei o negli scavi archeologici. Siamo noi, è la nostra lingua, con tutte le sue infinite declinazioni territoriali e idiomatiche. La lingua italiana non è la lingua ufficiale dell’Accademia della Crusca, è il portato e il divenire di linguaggi assai diversi, con radici assai diversificate, ma nello stesso tempo incredibilmente comuni: Dante Alighieri scriveva tra fine 1200 e inizio del 1300, oltre 700 anni fa, Francesco di Assisi scriveva un secolo prima eppure siamo in grado di leggerli entrambi in lingua originale. A Siena nel 1309 fu redatta la Costituzione Senese in lingua volgare, perché tutti potessero leggerla. Tra le altre cose, vi era scritto che chi governa deve avere a cuore “massimamente la bellezza della città, per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini”. Che cosa c’è di più attuale di questa affermazione? Di per sé è già un manifesto politico.
Nessun’altra lingua del pianeta ha avuto una simile capacità di resilienza adattandosi al mutare dei secoli mantenendo intatta la sua base sintattica e perfino fonetica.
Con tutte le sue contraddizioni, umane e storiche, la Chiesa cattolica resta una delle tre religioni universali del pianeta, di certo la meno compromessa nell’attualità con il potere politico, semmai si pone spesso come una voce fuori del coro quando la ragion di Stato urta con i diritti umani di chi non ha nessuno a difenderli e non conta nulla dal punto di vista economico ed elettorale. L’humus cattolico ha permeato l’intera storia della penisola, con luci e ombre notevoli, ma di certo ci ha lasciato un retaggio di umanità e responsabilità verso i nostri simili assai ben sintetizzato nella figura di Francesco di Assisi di cui papa Bergoglio (gesuita argentino di ascendenze piemontesi) ha preso il nome per la prima volta nella millenaria storia di quell’organizzazione. Il suo è stato un manifesto politico e dottrinale profondamente italiano. Anche in questo l’Italia è unica se la paragoniamo al revanscismo antiscientifico del cristianesimo evangelico americano, al fanatismo di una parte consistente dell’Islam, quella che invoca la sharia, la reazionaria legge islamica che si rifà a una lettura antistorica del Corano, all’intransigenza dogmatica e paranoica degli ebrei dello Stato di Israele, al razzismo induista nel subcontinente indiano ma anche a quello buddista che si è palesato nel Myanmar, l’antica Birmania.
L’Italia è stata da sempre una sorta di luogo pedagogico dove gli stranieri venivano ad abbeverarsi non solo alla storia e ai valori del mondo classico ma in realtà anche a farsi contaminare dalla gioia di vivere di un popolo che proprio per non essere quasi mai nazionalista e peggio ancora razzista riesce a veicolare valori umani assolutamente universali nei quali si può riconoscere chiunque. E’ questo per esempio il segreto della nostra cucina basata su un corpus di oltre 70.000 ricette, unico anche in questo. Questa è la storia antica e contemporanea che noi italiani siamo chiamati a raccontare innanzitutto a noi stessi, alle nuove generazioni, e poi a tutti coloro che vengono in Italia attirati da uno stile di vita che è spensierato solo in superficie ma che in realtà è profondamente ancorato ai valori del vivere insieme, del rispettare le proprie e le altrui diversità, dell’essere orgogliosi di una storia che è stata grande e continua a esserlo soprattutto quando non diventa arrogante e prepotente.
Pensate se in ogni albergo in Italia si proiettassero sulle pareti libere delle hall filmati dedicati alla memoria storica del territorio in cui è collocato l’albergo, come introduzione e spiegazione di ciò che l’ospite, italiano e internazionale, troverà andando in giro per borghi, musei, ma anche per campagne, colline e montagne o lungo le infinite coste del nostro bel paese. Dalla realtà aumentata alla tecnologia degli ologrammi alle tecnologie multimediali più avanzate, c’è un nuovo modo di raccontare e attualizzare una storia che proprio perché è profondamente antica è anche incredibilmente moderna. ITALIA. La penisola dei tesori.