Hotel Domani

“Ospiti di gente unica. Unici per ciò che proponiamo”

“Per spiegare Collio e Friuli più in generale mi rifaccio alla metafora del bicchiere di vino” spiega Loretto Pali, classe 1945, imprenditore friulano con interessi nel settore dei mobili, del vino, della ristorazione e dell’hotelleria. E’ titolare tra l’altro del Castello di Spessa, una splendida dimora storica circondata da 30 ettari di vigneti ma anche da un efficiente campo da golf da 18 buche. “Quando ero giovane, il vino da noi si beveva nei gotti da 250 centilitri. L’oste lo mesceva colmandolo fino all’orlo Se lasciava un po’ di aria, il cliente protestava: Niente colletto, prego. Era un vino da tavola, era anche un integratore alimentare. Dava energia a chi lavorava soprattutto in fabbrica, nei cantieri e nei campi. Non era un vino da meditazione. Oggi il vino si versa nelle boule, i grandi calici panciuti nei quali si versano giusto due dita di vino. E’ un vino di grande qualità, da bere con attenzione, ruotandolo nel bicchiere per vedere gli archetti di alcol che crea e giudicarne il colore intenso, che sia rosso granata o bianco ambrato, per i Merlot o per i Ribolla, aspirandone prima i profumi, infine assaggiandolo un poco per volta. E’ un vino da meditazione anche quando lo si beve a tavola. Ma, mi chiedo, che cosa colma il resto del bicchiere che per oltre due terzi risulta vuoto o pieno d’aria a seconda dei punti di vista? Che cosa colma la parte intangibile del contenuto del bicchiere, quella che all’apparenza non si beve? E’ il territorio, le sue storie, la filiera delle eccellenze ciò che riempie il bicchiere e gli dà un valore aggiunto che mancava totalmente nel vecchio gotto che si beveva in osteria una volta. Il valore intangibile di un prodotto, come nel caso del vino, si chiama Marketing, ed è anche ciò che ne stabilisce il prezzo.”
“Per comprendere meglio questo concetto applicato alla mia terra è necessario fare un passo indietro. Sono nato nel settembre del 1945. Presumo di essere stato concepito nel gennaio di quell’anno. Quando sono stato concepito, nel mese di gennaio, il passaporto che mi era destinato sarebbe stato quello di cittadino tedesco. Dopo l’8 settembre del 1943, Friuli e Venezia Giulia (con Trieste) erano stati assorbiti nel Reich tedesco. Eravamo diventati cittadini tedeschi. Nel mese di maggio successivo, quando i tedeschi lasciarono l’Italia a causa dell’arrivo degli Alleati angloamericani che avevano sfondato la Lina Gotica ed erano giunti nella Pianura Padana, giunsero le truppe jugoslave di Tito. Erano comunisti, odiavano gli italiani per ciò che era accaduto in Jugoslavia durante la guerra, volevano occupare queste terre e fare di Trieste una delle loro capitali. Cercarono di fare pulizia etnica assassinando chi parlava la lingua italiana. Questi eccidi vennero alla luce solo molti anni dopo. Ancora oggi sono causa di risentimento tra le due comunità. Fossi nato sotto il regime titoista, sarei diventato jugoslavo. Invece del tedesco, avrei dovuto imparare lo slavo. La scelta comunista di Tito, e la sua ostentata autonomia da Mosca, aiutò le popolazioni italiane che furono protette dall’arrivo delle truppe americane che si opposero ai disegni politici jugoslavi. Non volevano cedere territorio al nascente impero comunista che si sarebbe affermato dietro la Cortina di Ferro, come la denominò Winston Churchill in un suo famoso discorso. Restammo italiani, lo eravamo diventati nel 1866 alla fine della terza guerra d’indipendenza dopo essere stati sudditi degli Asburgo austriaci per tre secoli e mezzo e prima sudditi della Serenissima Repubblica Veneta dal 1428 al 1510 e prima ancora sudditi del Patriarcato di Aquileia fin dall’Alto Medioevo. Trieste invece è diventata italiana solo nel 1918, dopo 500 anni di presenza asburgica in città. Restare italiano nel mio caso era la terza opzione che al momento del mio concepimento sembrava anche la più debole. Sono nato italiano e parlo la lingua italiana oltre a quella friulana che parlavano i miei avi. Per 44 anni, dal 1945 al 1989, siamo stati un territorio di confine tra Occidente e Oriente, tra democrazia e comunismo, tra due mondi che si guardavano in cagnesco, con i missili puntati sulle rispettive città, con le truppe stanziate sui confini con il dito sul grilletto. Oltre l’emigrazione, la principale industria sul nostro territorio l’ha fornita l’esercito: le caserme sono innumerevoli e sparse ovunque, il territorio è stato soggetto di infinite servitù militari. L’Occidente terminava qui. Era come vivere nel libro di Dino Buzzati Il deserto dei Tartari, in una fortezza protesa verso un deserto ostile dal quale poteva arrivare l’ennesima invasione, visto che queste sono le terre che da sempre sono state regolarmente invase da tutti i popoli che sono arrivati da Est attirati dalla ricchezza del Mare Mediterraneo. Roma dovette fronteggiarle fin da quando era ancora repubblica e questi popoli, una volta superate le nostre terre, prima o poi scendevano lungo la penisola per andare a scontrarsi con la nascente potenza di Roma. Brenno era uno di questi. Poi Roma arrivò da noi, stabilì la frontiera sul Reno e sul Danubio, e per secoli fronteggiò le minacce e gli sconfinamenti, anche di popoli interi come i Cimbri e i Teutoni, sconfiggendoli, massacrandoli e ricacciandoli oltre il limes romano finché la diga non cedette nel 400. Nel 452 arrivò Attila, il cui popolo, gli Unni, era partito addirittura dalla lontana Mongolia secoli addietro e aveva attraversato l’intera Asia, e fu la fine per Aquileia, la principale delle città romane sulla nostra costa. Morì Aquileia, iniziò la storia di Venezia, nella cui laguna si rifugiarono i latini in fuga. E’ da qui che sono passati i Longobardi nel sesto secolo quando lasciarono la Pannonia (l’attuale Ungheria) che era stata una terra di transito nel loro lento peregrinare verso Sudest dalla Scania, la Bassa Svezia, per puntare poi decisamente a Ovest e invadere l’Italia. Cividale fu una delle prime capitali del loro regno. Nell’899 arrivarono i magiari e trasformarono queste terre in un deserto, umano e materiale. Furono i Patriarchi di Aquileia a ripopolare questo territorio con popolazioni di lingua slava. La nostra è sempre stata una storia complicata, di popoli in perenne transito, di popoli che cercavano ogni volta di mettere radici. E’ una storia caratterizzata da confini molto permeabili, all’opposto della barriera alpina occidentale che non è mai stata superata da alcun popolo ma solo da spedizioni militari come quelle di Annibale e di Napoleone Bonaparte. Tutto questo spiega perché il Collio e il Friuli più in generale hanno impiegato cinquant’anni per emergere da uno stato di necessità che li trascendeva e recuperare il controllo del loro destino incominciando a farsi conoscere in Italia e nel mondo per le eccellenze che li caratterizzano. Torniamo al vino: rispetto al contenuto dei gotti di cinquant’anni fa, oggi il nostro vino, quello del Collio ma anche dei territori vocati dell’intero Friuli, è diventato un vino di grande qualità anche perché il territorio e il clima sono ideali per la produzione enologica. Ma non è solo il vino il prodotto di eccellenza di queste terre: pensiamo al prosciutto di San Daniele. Pensiamo ai formaggi friulani, dal Montasio dell’omonimo altopiano friulano all’Asino del Monte Asio nelle prealpi carniche, al Monte Re. Il miele di Carnia si avvale di una biodiversità floreale che è superiore all’intero patrimonio floreale di un paese come la Germania. Queste sono terre dove davvero scorre il latte e il miele dell’abbondanza. La cucina friulana poi è particolarmente sapida e speziata perché i friulani nel passato commerciavano le spezie che acquistavano a Venezia e andavano a vendere nel cuore del continente europeo. Disponendo della materia prima, le utilizzavano anche nella loro cucina, che risulta di conseguenza più ricca e saporita rispetto alla tradizionale cucina di montagna. Sui mercati di Vienna erano note le ciliegie del Collio. Produciamo un ottimo vino d’oliva extravergine. I luoghi della memoria storica abbondano in Friuli e si distribuiscono attraverso i secoli, dalle rovine uniche e magiche di Aquileia, con i suoi mosaici romani e bizantini, al tempietto longobardico di Cividale del Friuli, anch’esso unico nel suo genere, per arrivare a tempi più recenti con la piazzaforte militare di Palmanova, costruita dalla Serenissima Repubblica in funzione antiturca, che è ancora studiata per la perfezione del suo disegno architettonico, ai castelli come quelli di Udine e Gorizia, senza dimenticare Trieste, perla degli Asburgo per oltre 500 anni, che la favorirono e la arricchirono in tutti i modi anche in funzione antiveneziana. Il castello di Miramare a fine 1800 fu preso a modello per rifare quello di Spessa a Capriva del Friuli, che oggi è diventato anche albergo ed è circondato dalle nostre vigne. I mosaici romani di Aquileia hanno ispirato il recupero di quella tecnica: la scuola per mosaicisti di Spilimbergo è considerata tra le migliori al mondo. Sono stati i mosaicisti friulani del Tagliamento che hanno realizzato sia i mosaici che i famosi pavimenti alla veneziana. E’ stato un mosaicista friulano, Giandomenico Facchina, che nel 1858 ha inventato la tecnica a rovescio oggi utilizzata comunemente nel settore.”
“Di che cosa hanno bisogno oggi Collio e Friuli più in generale? Di Marketing, vale a dire della capacità di comunicare tutte queste infinite storie, di creare curiosità umana e intellettuale, che è da sempre il motore anche del turismo, di comunicare la filiera delle eccellenze che realtà come il Consorzio del Collio ha contribuito a far crescere nei suoi primi 50 anni di vita che festeggia giusto nel 2014. Fino al 1976 il Friuli era una terra pressoché sconosciuta, che i friulani portavano con sé come una reliquia nel loro peregrinare per il mondo come emigranti forzati dalla povertà e dalla mancanza di prospettive nella loro terra. Il 1976 ha fatto conoscere il Friuli a causa di una calamità, il devastante terremoto di quell’anno, che è diventata anche una grande opportunità per far conoscere al mondo la dignità, il senso del dovere, la caparbietà di un popolo che si è messo immediatamente a ricostruire, che ha stupito il mondo con la sua incredibile forza d’animo. Il 1976 ha fatto scoprire un territorio e il suo patrimonio di memoria storica e culturale. Poi è arrivata la caduta del Muro di Berlino e il mondo è cambiato. Il Friuli, che nei vent’anni precedenti ha conosciuto un progresso economico e industriale fantastico, si è ritrovato all’improvviso al centro del Vecchio Continente. E’ tornato al centro di quella Mitteleuropa che oggi va dagli Urali al Manzanarre, dalla Russia alla Spagna, dalla Svezia all’Italia. Si sono aperte prospettive turistiche prima impensabili. Tutto ciò richiede progettazione, organizzazione, comunicazione. Bisogna sviluppare politiche di Marketing coerenti ed efficaci con la qualità dei prodotti che questo territorio propone, dall’enogastronomia all’artigianato di qualità. E’ un territorio che permette in pochi chilometri di andare dal mare alla montagna, con un mare bello e ricco di suggestioni, compresa la grande laguna di Grado, altro ambiente poco conosciuto quanto magico, a partire dal bird watching. La montagna friulana e carnica propone cime, dai vari Jof al Mangart al Canin, sulle quali è nato l’alpinismo moderno nel nome di Julius Kugy, che tra fine Ottocento e prima guerra mondiale ha letteralmente inventato l’alpinismo contemporaneo. Il suo miglior allievo è stato Emilio Comici, altro alpinista che ha fatto la storia. Il Canin è noto in tutto il mondo per le sue cavità naturali meta di una speleologia che è diventata anche scuola di sopravvivenza. I nostri speleologi sono richiesti in tutto il mondo quando si tratta di organizzare azioni di recupero nella profondità delle montagne. Sella Nevea, vicino a Tarvisio, è una stazione sciistica assai ben frequentata.”
“L’enogastronomia friulana è tra le migliori d’Italia, che è la migliore in assoluto sul pianeta. Il nostro territorio gode di un’antropizzazione dolce, frutto di una cultura rispettosa da sempre del territorio, della sua qualità paesaggistica. I friulani sono fieri della loro identità e soprattutto di ciò che i nostri avi ci hanno lasciato in custodia: le colline, le montagne, i laghi, i fiumi, i boschi, i vigneti, le città. Amiamo il bello e lo sappiamo conservare. Dobbiamo però imparare a valorizzarlo, cosa che non è nel carattere chiuso e riservato dei friulani. Dobbiamo imparare da chi il Marketing lo pratica da secoli – francesi, americani, tedeschi – come si valorizza la qualità professionale del proprio lavoro e la qualità materiale e immateriale del territorio in cui si vive. E’ questa la grande sfida che attende Collio e Friuli più in generale: mettere in rete tutte le eccellenze e comunicarle al mondo attraverso i modi del Marketing contemporaneo: i Club di prodotto, i Consorzi di qualità, le tecniche dell’intrattenimento e della comunicazione più sofisticate utilizzando le tecnologie più avanzate, da Internet ai Social network. Ci sono voluti cinquant’anni perché i popoli che vivono in questo territorio – i carnici, i friulani della montagna e della pianura, i giuliani – imparassero a conoscersi e a lavorare insieme. I prossimi cinquant’anni devono servire per farci conoscere nel mondo oltre che nel resto dell’Italia come una terra votata all’eccellenza. E’ l’obiettivo che dobbiamo proporci insieme pubblico e privato, imprenditori e amministratori pubblici. Dobbiamo superare qualsiasi forma di gabbia burocratica. Dobbiamo renderci conto che è la Rete delle Eccellenze che ruota attorno al turismo la vera vocazione industriale del nostro territorio. La qualità intrinseca e professionale di ciò che proponiamo non è più seconda a nessuno, siamo davvero cresciuti in questi ultimi decenni. Ora però dobbiamo imparare a comunicare le nostre storie, quelle millenarie del nostro territorio ma anche quelle più immediate del piacere di degustare un buon piatto e bere un ottimo calice di vino o di grappa ambrata, riempiendo la boule con il Genius Loci di ciò che ci ha consentito di coniare lo slogan: Ospiti di gente unica, unici anche per ciò che proponiamo.”