La staffa

Per non farsi disarcionare

Da 5500 anni gli esseri umani cavalcano i cavalli ma è da soli 2500 anni che hanno imparato a sellarli aggiungendo le staffe, indispensabili per non farsi disarcionare. Gli arcieri a cavallo hanno creato il più grande impero terrestre della storia, quello mongolo di Gengis Khan, e prima ancora hanno giocato un ruolo cruciale nel crollo dell’impero romano d’Occidente. La staffa è stato l’elemento tecnico indispensabile per dar vita alle cavallerie corazzate del Medio Evo, perno del feudalesimo

Chi immaginerebbe che la storia del mondo sia stata influenzata in maniera decisiva dall’invenzione della staffa? Che cosa è innanzitutto una staffa? E’ un anello, normalmente in metallo, a fondo piatto, che pende al lato della sella, nel quale il cavaliere può infilare e appoggiare il piede. La staffa è molto utile come punto d’appoggio sia per issarsi sulla cavalcatura, sia per reggersi in equilibrio sulla sella. Quel che è strano è che la staffa per molti versi è una invenzione recente rispetto per esempio all’addomesticamento del cavallo. In altre parole, per quasi 3000 anni gli esseri umani hanno cavalcato a pelo, vale a dire senza sella, o con selle senza staffe. Greci e Romani per esempio non conoscevano le staffe. Il macedone Alessandro il Grande oltre 2300 anni fa conquistò la Persia e si spinse fin sulle rive dell’Indo, in India, cavalcando a pelo, anche quando caricava i nemici alla testa della sua cavalleria. 250 anni dopo Giulio Cesare usava il cavallo solo per spostarsi, in battaglia preferiva combattere a piedi come racconta nel “De bello gallico”. 50 anni dopo Alessandro, il cartaginese Annibale, forse il più grande generale dell’antichità, usò la cavalleria in maniera decisiva in due delle sue battaglie, sul lago Trasimeno e a Canne, cogliendo di sorpresa i Romani che marciavano in colonna lungo le rive del lago nel primo caso (con la cavalleria cartaginese che sbucò dalla foresta all’improvviso impedendo ai Romani di schierarsi), prendendoli alle spalle nel secondo caso, dopo aver cacciato dal campo di battaglia la scarsa cavalleria romana, impedendo letteralmente ai 90.000 legionari di combattere, stretti gli uni agli altri in un abbraccio mortale, mentre i cartaginesi li falciavano sui lati. A Zama, nel 202 prima della nostra era, Scipione l’Africano usò la stessa tattica di Annibale utilizzando la cavalleria numida dell’alleato Massinissa per prendere alle spalle le truppe cartaginesi impegnate fino a quel momento e allo stremo dalla fanteria romana. In tutti questi casi la cavalleria giocò un ruolo decisivo ma pur sempre di supporto all’arma principale che era costituita dalle truppe appiedate schierate in fitte masse affiancate. In tutti questi casi i cavalieri utilizzavano spade o giavellotti, mai l’arco, all’opposto dei Parti, i guerrieri iranici nomadi che avevano creato un impero alla periferia di quello romano, con il quale si scontrarono per secoli, che erano temutissimi proprio perché la loro cavalleria era armata di un micidiale arco. Furono i Parti a travolgere i Romani e uccidere Crasso a Carre, nell’odierna Turchia, nel 53 prima della nostra era. Anche i Parti cavalcavano senza staffa e sella.
I grandi medici dell’antica Grecia come Galeno e Ippocrate raccontavano che i cavalieri del loro tempo soffrivano di disturbi agli arti inferiori perché costretti a cavalcare con le gambe penzolanti ai lati del cavallo e prive di sostegno. Cavalcare con la staffa permette al cavaliere di spostare il peso verso il garrese mentre prima era spostato all’indietro determinando oltretutto una certa sofferenza alle reni del cavallo.
In territori montuosi come Grecia e Italia l’allevamento equino è fortemente penalizzato: il cavallo non ha il rumine e di conseguenza mangia il doppio rispetto a ovini e bovini, la sua salute è più delicata, il suo zoccolo rovina la sottile cotica erbosa mettendo a nudo il sostrato roccioso sottostante all’opposto di quanto fanno ovini e bovini. Bovini e ovini mantengono e allargano i pascoli, calpestando le radici e i germogli delle piante infestanti, concimando nello stesso tempo le superfici erbose. I cavalli i pascoli li danneggiano a meno che non siano territori ricchi di humus come nell’Europa centrale e in gran parte dell’Asia.
Presso i Greci il combattimento terrestre avveniva pressoché esclusivamente tra Opliti, i pesanti fanti corazzati di bronzo, armati di lancia e scudo. L’uso della cavalleria era considerato ininfluente, l’uso delle armi da getto, come arco e fionda, era considerato una pratica da vigliacchi. I loro combattimenti avvenivano su superfici piane dove formazioni compatte di opliti si scontravano cozzando letteralmente tra di loro. Il tutto avveniva di solito nei mesi di luglio e agosto, quando il grano era stato falciato, l’uva stava ancora maturando sui tralci delle viti, idem le olive sugli ulivi. Il combattimento oplitico non richiedeva un addestramento specialistico e lo poteva praticare chiunque, dai 16 ai sessant’anni. Gli unici soldati di professione della Grecia furono gli spartani, che furono protagonisti dell’eroico scontro delle Termopili durante la seconda invasione della Grecia da parte dei Persiani. Le battaglie decisive contro i persiani, sia nel 490 prima della nostra era che dieci anni dopo, furono gli ateniesi a sostenerle, la prima sui campi di Maratona, la seconda nelle acque antistanti l’isola di Salamina. Gli ateniesi erano artigiani, mercanti, contadini, perfino letterati. Nessuno tra di loro era un soldato di professione.
I Romani edificarono un impero che andava dal Mare del Nord fino al Mar Rosso, inglobando l’intero Mare Mediterraneo, grazie alla superiorità della loro fanteria di legionari. La cavalleria per loro fu sempre un’arma ausiliaria non a caso affidata ai loro alleati. Il nucleo del potere romano risiedeva nel fante di professione, il legionario, che trascorreva dai 20 ai 25 anni di ferma nell’esercito. Cavalieri, arcieri, frombolieri erano considerate armi minori rispetto al legionario catafratto (protetto con la pesante corazza detta lorica) armato di pilum, gladio e scudo.

L’arco, l’arma più antica
L’arco è una delle invenzioni umane più antiche. Gli esseri umani ne erano già muniti quando uscirono dall’Africa 70.000 anni fa. I boscimani africani, che ancora lo utilizzano nel deserto del Kalahari, probabilmente lo inventarono ben oltre i 100.000 anni fa. Era uno strumento da utilizzare da fermi, dopo essersi avvicinati il più possibile alle prede, scoccando frecce dalle punte avvelenate per provocare la morte dell’animale che di norma veniva solo ferito e inseguito finché non crollava stremato a causa del veleno che gli era entrato in circolo nel sangue. I boscimani sono piccoli come i loro archi. Popolazioni umane con corporature maggiori utilizzarono archi sempre più grandi capaci di colpire con una sufficiente forza di penetrazione anche a 100 metri di distanza e oltre. I popoli stanziali puntarono a creare archi grandi, pesanti, capaci di penetrare anche corpi corazzati, come il famoso arco lungo gallese con il quale gli Inglesi di Enrico V vinsero ad Azincourt, in Francia, nel 1415 disarcionando da lontano la cavalleria pesante francese. Una volta caduti nel fango, gli uomini d’arme non riuscivano a muoversi ostacolati da oltre 30 chilogrammi di armatura, vittime pressoché inermi dei coltelli degli agili arcieri. I nomadi che combattevano a cavallo invece inventarono gli archi compositi, più piccoli e maneggevoli, ma capaci di esprimere una incredibile potenza. Erano archi che abbinavano le qualità elastiche del legno con la robustezza dell’osso di corno e la flessibilità dei tendini d’animale che venivano usati per le corde. Grazie alle caratteristiche di questi materiali l’arco composito, al contrario dell’arco in solo legno, consente una costruzione molto riflessa, a “C”, e trazioni estreme durante il tiro. Stando a cavallo, l’arco non poteva avere grandi dimensioni, l’insieme dei materiali gli conferiva la forza di penetrazione che sarebbe mancata a un normale arco in legno. Ciò richiedeva ovviamente un’alta specializzazione da parte degli artigiani che lo costruivano oltre che dei guerrieri che lo utilizzavano.
La sella è stata inventata senza staffe. I cavalieri si reggevano alla sella stringendo le cosce. Così pare facessero gli Unni di Attila per essere più saldi mentre incoccavano le frecce con i particolari archi asimmetrici che utilizzavano stando a cavallo.

L’Asia, terra di steppe, montagne e deserti
Una ventina di anni fa a Trento, nel castello del Buonconsiglio, fu organizzata un’interessante mostra dedicata alle popolazioni che vivevano in Eurasia oltre il limes romano in quell’enorme territorio che all’epoca alternava foreste infinite con non meno infinite pianure e catene montuose che caratterizzano il continente eurasiatico che dal fiume Reno va verso il fiume Elba (dove i Romani tentarono invano di portare i loro confini), raggiunge la catena montuosa degli Urali a Est, frontiera naturale tra Europa e Asia, la valica, affronta pianure e deserti per raggiungere sia grandi laghi salati come il Mar Caspio, superare massicci montuosi come il Pamir e il Karakorum con vette che superano i 7000 metri di altezza e valichi che raggiungono i 4000/5000 metri di altezza, affrontare il Deserto del Gobi, un enorme altopiano freddo e ventoso a 1500 metri di altezza, incontrare infine la Grande Muraglia cinese costruita oltre 2200 anni fa per sbarrare la strada alle popolazioni nomadi che puntavano verso le ricche pianure agricole dell’Est e arrivare fino all’Oceano Pacifico. E’ un territorio immenso, che a Nord arriva fino alla Siberia e confina con il Circolo Polare Articolo, a Sud arriva fino alla barriera montuosa dell’Himalaya che divide l’Asia dall’India, con le cime più elevate del globo terrestre, cime che superano anche gli 8000 metri di altezza. In questo territorio si è svolta la vita di un’infinita congerie di popolazioni umane in continuo movimento come le onde del mare, mosse nel loro girovagare sia dall’opportunità di trovare migliori condizioni di vita che pressate a loro volta da altri gruppi umani in moto perenne alla ricerca di pascoli per il loro bestiame. Sono territori immensi dove la vita è difficile come in pochi altri luoghi, dove gli individui imparano a cavalcare prima ancora che a camminare, dove i bambini diventano adulti appena la loro statura supera l’altezza delle grandi ruote di legno cerchiate di ferro che trainano i carri su cui vengono accatastate le poche cose della famiglia e della tribù in perenne transumanza, dove la guerra è una condizione di vita quotidiana. L’allevatore nomade è anche un provetto cacciatore, soprattutto con l’arco, oltre che un cavallerizzo di destrezza insuperabile. Nella mostra del Buonconsiglio c’era la più antica staffa ritrovata in Europa, nel Caucaso. Era conservata in una teca collocata in un angolo segnalata giusto con una breve didascalia. Nulla di più.
L’essere umano, uscito dall’Africa circa 70.000 anni fa dopo aver rischiato l’estinzione come specie solo 4000 anni prima, nel suo peregrinare alla continua ricerca di cibo ha trovato nell’Asia una delle sfide evolutive e culturali più impegnative. Verso Nord, oltre la Siberia, almeno un paio di volte è riuscito a superare il braccio di mare che separa l’Asia dalle Americhe nei periodi glaciali in cui il mare si era ritirato lasciando scoperti degli istmi sui quali transitare per superare lo stretto di Bering che separa i due continenti. Le immense, ventose pianure asiatiche sono diventate più vivibili quando gli esseri umani hanno addomesticato il cavallo. Lo fece la cultura Botai, fiorita nel Kazakhstan circa 5500 anni fa, 2000 anni prima che il cavallo domestico fosse conosciuto in Europa. Il cavallo oltre che strumento di locomozione era anche un animale da latte. La simbiosi con il cavallo ha creato forme di vita specifiche, tipiche delle popolazioni nomadi, che si sono contrapposte da quel momento alle forme di vita delle popolazioni sedentarie, che abitavano luoghi climatici più temperati dove a partire da 10.000 anni fa aveva attecchito la più grande rivoluzione culturale che la specie umana abbia conosciuto dopo l’addomesticamento del fuoco, la rivoluzione agricola. La Mesopotamia tra i fiumi Tigri ed Eufrate nel Medio Oriente, la Cina in Asia, l’isola della Nuova Guinea nell’Oceano Pacifico, l’area dell’attuale Messico nel Centro America, sono alcuni dei luoghi in cui le evidenze archeologiche situano i primi insediamenti permanenti legati all’agricoltura. L’agricoltura consentì di dar vita a insediamenti stanziali sempre più importanti, per numero di esseri umani coinvolti, per l’organizzazione e la specializzazione che producevano. In Mesopotamia nacquero le prime città stato attorno a 5500 anni fa da cui si originarono i primi imperi con i Sumeri seguiti poi dagli Accadici e dai Babilonesi. Nelle grandi steppe asiatiche le città non potevano nascere: mancavano le condizioni materiali per poter sfamare migliaia di persone concentrate nello stesso posto. I piccoli gruppi umani che vagavano in questo immenso oceano verde erano costituiti da famiglie e da clan in cui si riconoscevano più famiglie imparentate tra di loro. Le mandrie di cavalli costituivano la loro principale ricchezza. La razzia era un modo per integrare le ricchezze del clan oltre che uno strumento per selezionare i più adatti (per forza e intelligenza) a sopravvivere in quelle lande immense dove la transumanza tra i pascoli primaverili e invernali dettava i percorsi da sostenere. I beni dei nomadi erano concentrati nei loro carri trainati dai buoi: la tenda (la yurta), la stufa, l’abito che si indossava, forse un secondo abito per le feste (soprattutto per le donne) e gli oggetti indispensabili per la vita quotidiana. I cavalli erano cavalcati a pelo, l’abilità con il tiro con l’arco costituiva la differenza tra la vita e la morte sia durante la caccia che nelle guerre spicciole tra famiglie e clan. Occasionalmente, un nomade più abile e intraprendente, oltre che fortunato a sopravvivere alle scaramucce che condizionavano la vita dell’individuo fin dall’adolescenza, riusciva a raccogliere attorno a sé più clan fino a costituire un vero e proprio esercito di guerrieri a cavallo, abili con l’arco, capaci di centrare con la massima precisione un bersaglio anche a 100 metri di distanza, incredibilmente mobili grazie alla resistenza dei piccoli cavalli asiatici che erano stati selezionati nel corso dei secoli. Le razzie spicciole si trasformavano in campagne militari capaci di far tremare i regni stanziali che vivevano ai confini della steppa e dei deserti che dividevano i territori temperati delle popolazioni stanziali da quelli aridi e semiaridi dei popoli nomadi. Fu per arginare le loro ripetute incursioni, di estrema ferocia nei confronti della popolazione civile quanto di notevole efficacia militare, che i cinesi nel momento in cui unificarono la Cina con il primo imperatore Qin Shi Huang ( Qin si legge cin, da cui il nome del paese), si impegnarono a costruire la Grande Muraglia, 2200 anni fa, opera ciclopica cui hanno lavorato milioni di cinesi con decine di migliaia di morti che nel corso dei secoli ha raggiunto una lunghezza ininterrotta di 8851 chilometri. Con i suoi vari rami, la lunghezza della muraglia supera addirittura i 21.000 chilometri. Sul pianeta non esiste un manufatto più grande.
Secondo alcuni storici, la costruzione della Grande Muraglia, bloccando le incursioni verso Est, spinse i popoli nomadi che vivevano attorno al deserto del Gobi a cercare uno sfogo verso Ovest spingendo davanti a loro gli altri popoli che incontravano quando non li assorbivano aumentando le loro dimensioni. Fu un processo secolare che alimentò prima, determinò poi l’arrivo sul Limes occidentale di formazioni guerriere sempre meglio organizzate che Roma alla fine non riuscì più a contenere ma dalle quali fu travolta. Nel 378 nella pianura bulgara di Adrianopoli un intero esercito legionario, con l’imperatore romano alla sua testa, venne travolto e massacrato dai Goti che solo pochi anni prima avevano superato il Danubio in fuga di fronte all’arrivo dei cavalieri nomadi per eccellenza, gli Unni. Fu la cavalleria pesante gotica che travolse le truppe appiedate romane travolgendole. Fu quello il giorno in cui cessò l’impero romano d’Occidente anche se la sua caduta definitiva viene spostata di un secolo, al 476, quando Odoacre, re degli Eruli, inviò a Bisanzio le insegne regali dell’impero sancendone la fine anche dal punto di vista formale. Gli Unni erano un coacervo di popoli, con il nucleo centrale asiatico di origine mongolica, che Attila raggruppò sotto di sé prima per intimidire l’impero romano d’Oriente, ed estorcere esosi tributi soprattutto in oro, poi per scatenarlo verso Occidente dove penetrò fino nel cuore della Francia dove fu fermato una prima volta nella battaglia dei Campi Catalaunici dove un generale romano, Ezio, alla testa di un esercito di barbari, ne sconfisse un altro non meno barbarico. Era il 20 giugno del 451. L’anno successivo Attila tornò e distrusse Aquileia, la più importante città romana dell’Alto Adriatico. Attila morì all’improvviso nel marzo del 453 dopo una notte di bisbocce con l’ultima e la più giovane delle sue mogli. Aveva 47 anni. Gli Unni combattevano a cavallo, con l’arco composito. Forse avevano le staffe, la cui invenzione, che alcuni collocano nella lontana India, era arrivata attraverso i popoli delle steppe caucasiche, gli Sciti e i Sarmati, che gli Unni avevano incontrato nel loro cammino verso Occidente.
La sella aiutava l’arciere a cavallo a sostenersi mentre incoccava la freccia e la scagliava con grande precisione contro gli avversari, che fossero altri cavalieri o le truppe appiedate. Gli arcieri correvano attorno alle truppe appiedate riducendole a veri e propri portaspilli alla fine scompaginandone le formazioni affinché la cavalleria pesante potesse travolgerli con maggiore facilità. La staffa consentì un ulteriore aiuto anche se non fu determinante nelle vittorie degli arcieri a cavallo. Fu determinante invece nel creare una nuova società, quella feudale, basata sul cavaliere corazzato a cavallo armato di una lunga lancia, di una spada ricurva o di una mazza ferrata con la quale sfondava il cranio degli avversari colpendoli dall’alto verso il basso. La cavalleria corazzata, i carri armati del Medio Evo, non sarebbe mai nata senza l’impiego della staffa.
Fu un esercito interamente in sella, con tanto di staffe, imperniato sugli arcieri, l’arma che Gengis Khan utilizzò a partire dal 1223 per creare il più grande impero terrestre che si sia mai conosciuto: quello mongolo che andava dall’Oceano Pacifico, dopo la conquista della Cina, della Corea e del Vietnam, fino alla Polonia e alla Lettonia sul Mare del Nord inglobando sia l’antica Persia che gran parte del moderno Medio Oriente oltre che i territori asiatici ed europei della ex Unione Sovietica.
Sella e staffa conferiscono un grande sostegno al cavaliere allorquando questi è in sospensione, ovvero non appoggiato alla sella, come avviene per esempio nell’andatura detta “galoppo in equilibrio sulle staffe”. Mentre c’è dell’incertezza sugli Unni, è certo che la staffa arrivò in Europa con gli Avari, popolo della steppa che occupò l’attuale Ungheria al tempo in cui essa fu abbandonata dai Longobardi che stavano migrando in Italia (attorno alla seconda metà del 500). In campo militare costituisce la più importante delle innovazioni perché garantendo maggior stabilità permette movimenti più complessi; per esempio assieme alla resta che agganciava la lancia all’armatura del cavaliere, è possibile caricare il nemico al galoppo e colpirlo con tutta la propria forza, senza per questo essere disarcionati dalla forza dell’impatto. Grazie a questa nuova tecnica la cavalleria pesante divenne il reparto più temuto degli eserciti medievali.
Abili arcieri erano gli Arabi che in pochissimi anni, nella seconda metà del 600, travolsero prima l’impero persiano e poi quello bizantino islamizzando una parte dell’Asia (quella percorsa da Alessandro il Grande), il Medio Oriente, il Nord Africa, la Spagna e la Sicilia. A Occidente furono fermati nel 732 a Poitiers, in Francia, dalla cavalleria pesante dei Franchi di Carlo Martello (il nonno di Carlo Magno) che travolse la cavalleria leggera araba, che pure usava le staffe ma non aveva cavalleria pesante. Si potrebbe affermare che fu la staffa a fermare l’islamizzazione dell’Europa. Lo stesso accadde a Oriente dove fu Bisanzio, o meglio ciò che era rimasto dell’impero romano d’Oriente, a fermare l’invasione araba grazie anche qui ai cavalieri armati di arco composito che avevano sostituito le legioni appiedate imparando il mestiere dagli Unni, affrontando cento anni dopo anche gli Avari. Con gli arcieri a cavallo Bisanzio riuscì a sopravvivere per un altro millennio, fino al 1453 quando determinanti per l’esito della guerra non furono l’arco e il cavallo ma le bombarde che aprirono una breccia nelle mura invitte della vecchia Costantinopoli destinata a mutare nome in Istanbul dopo la conquista da parte dei turchi ottomani di Maometto II.
La stagione della cavalleria stava avviandosi al tramonto: l’impiego progressivo delle armi da fuoco da campo e portatili si sarebbe rivelato esiziale per la cavalleria. Nel 1525, nel parco del castello di Pavia, la cavalleria pesante del re di Francia Francesco I fu distrutta dal fuoco della fucileria dei tercios spagnoli dell’imperatore Carlo V, che annientarono anche i quadrati di picchieri svizzeri. Gli Svizzeri, i migliori mercenari d’Europa, decisero di abbandonare i campi di battaglia proclamando la loro neutralità eterna. La cavalleria in realtà avrebbe vissuto ancora una lunga epopea nei secoli successivi, con il massacro di decine di milioni di cavalli lanciati al galoppo contro i quadrati irti di baionette della fanteria o le batterie di cannoni. I cavalieri, dotati di pettorali in acciaio, avevano abbandonato gli archi per sostituirli con le pistole. L’ultimo hurrà della cavalleria fu lanciato nella prima guerra mondiale, un hurrà che si andò a infrangere contro le mitragliatrici. Finita la prima guerra mondiale, gli Stati Uniti furono il primo paese a decidere di abbandonare per sempre l’arma a cavallo inviando al pubblico macello i cavalli sopravvissuti. Per la staffa, la sella, i cavalli, il futuro si chiamava ippodromi e percorsi ippici sportivi, dove il cavallo continua a essere il protagonista di un antico incontro con l’essere umano, decisamente meno cruento.

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