Spagna, la riapertura non decolla: il tasso di occupazione non copre i costi

Livelli di occupazione ben al di sotto dei livelli necessari a coprire i costi, con le grandi città d’arte che – similmente a quelle italiane – soffrono più delle altre. È questo lo stato dell’arte della ricettività spagnola, che dopo la ripresa dell’attività non ha ancora assistito all’attesa, e decisa, ripresa della domanda. A discuterne è la stampa di settore iberica, che imputa gli scarsi tassi di occupazione alle restrizioni al turismo internazionale, alla paura del contagio e alla recessione economica derivanti dalla pandemia di Covid-19.

Secondo i dati raccolti da STR e Cushman & Wakefield, gli hotel spagnoli che hanno riaperto registrano oggi occupancy rate comprese tra il 10% e il 40%. L’occupazione effettiva – una volta inclusi nel conteggio anche gli hotel chiusi – sarebbe compresa tra il 5% e il 20%, a seconda della destinazione.

Secondo le parole di Javier Serrano, country manager di STR per Spagna e Portogallo, “i principali mercati regionali (Andalusia, Costa del Mediterraneo, Spagna nord-orientale e nord-occidentale) si stanno riprendendo più rapidamente di quelli urbani e delle isole“. I primi, a Madrid e Barcellona, arrivano con difficoltà al 10%, mentre quelli delle Canarie e delle Baleari sono nel range del 20%.

Nei primi sei mesi dell’anno, l’occupazione negli hotel spagnoli si è attestata al 33%. Si tratta di un calo del 54,8% rispetto al 73% registrato nello stesso periodo del 2019. Le destinazioni con il miglior tasso di occupazione sono state – sempre nel semestre – Malaga e le isole Canarie, rispettivamente con il 47% e il 44,5%. Dall’altro lato del saldo ci sono le isole Baleari (21,2%) e Barcellona (32,5%). Per parte sua, Madrid raggiunge sul periodo il 41,2%, al di sopra della media spagnola.

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