Andrea Notaro, F&B Director Miramis. Creatività e precisione

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Cresceva a pane e ristorante molto prima che mangiare (e bere) bene andassero a nascondersi dentro l’acronimo f&b, Andrea Notaro. Fin da quando, ancora bambino, questo napoletano figlio e nipote di ristoratori tornava da scuola per sbirciare suo padre accogliere gli ospiti in sala, e rifocillarli da par suo nel grande ristorante di famiglia a Somma Vesuviana. E se il concetto di “lead by example” non è inventato di sana pianta, dev’esser stato lì – tra quei tavoli imbanditi degli anni ’90 – che Notaro ha posto le basi per una passione e una carriera di prestigio tra food e drink. La stessa che oggi lo vede, ad appena 33 anni, ricoprire la carica di f&b and Beach Club Director di Miramis, brand che fa capo alla famiglia svedese Jonsson e che vanta strutture di lusso tra Porto Ercole e Porto Santo Stefano come La Roqqa Isolotto Beach Club, Torre di Cala Piccola e Fattoria La Capitana.

Il food era nel suo destino.
Oggettivamente sì. Vengo da una famiglia di ristoratori e – con mio fratello – rappresento la quinta generazione di questa tradizione. Mio padre aveva un grande ristorante a Somma Vesuviana, e ho avuto la fortuna di imparare con il suo “lead by example” fin da quando tornavo da scuola e mi fiondavo in sala dopo aver lanciato lo zaino sul bancone dove mia nonna arrotolava le braciole.

Ha studiato fin da subito in tal senso?
No, vedere i sacrifici di mio padre mi aveva convinto a scegliere il liceo classico con la prospettiva di studiare giurisprudenza, e poi notaio o magistrato. Poi il DNA ha avuto la meglio, e ho iniziato la mia gavetta nel ristorante di famiglia, senza alcun occhio di riguardo. I magazzini, le pulizie, le cassette di limoni… poi la sala e, finalmente, un po’ di back: ordini, amministrazione, burocrazia… Nel frattempo mi sono iscritto ad Economia all’Università Parthenope con l’intenzione di entrare nella gestione del ristorante con mio padre. Dal quale ho ricevuto un “no” che mi ha fatto male ma per il quale lo ringrazio ancora oggi.

Come ha reagito?
Dopo la laurea, nel 2014, sono andato in Inghilterra a imparare la lingua. Poi, forte della volontà di fare hospitality, mi sono iscritto a un MBA a Glion: è stata un’esperienza sfidante ma molto importante, che mi ha aperto la mente e mi ha confermato nella mia scelta. Per il periodo di stage previsto dal corso sognavo Dubai, Toronto o gli States, ma un grave problema di salute di mio padre mi ha convinto a rimanere in Italia, al prestigioso Armani Hotel di Milano.

Com’è andata?
Ho fatto esperienza nei diversi reparti f&b: il Bamboo Bar, l’allora stellato Armani/ristorante e il room service. Poi ho chiesto e ottenuto di poter approfondire anche gli aspetti amministrativi, tanto che mi hanno dato il compito di redigere il budget per l’anno successivo. Una sfida importante e vinta. Nel frattempo, il direttore f&b era diventato Giorgio Bonotto, e mi è stato proposto di restare come assistant f&b manager. Ho dovuto rinunciare per stare più vicino a mio padre, che per la malattia aveva perso il ristorante. Serviva una nuova attività per la famiglia, così nel 2018 abbiamo aperto un piccolo ristorante a Mergellina. Contavo di restare un anno per avviare la nuova attività e poi riprendere in mano la mia carriera.

Invece?
Gli anni sono diventati cinque, tra opening, Covid e vita privata, che mi ha visto diventare due volte papà. A cambiare tutto è arrivata la telefonata di Bonotto, che dall’Armani era passato al ruolo di general manager in Miramis: mi ha chiesto di andare a lavorare con lui. Così sono andato a Porto Ercole e mi sono innamorato dei progetti della società, prendendo servizio a febbraio 2023, seguito dalla mia famiglia l’anno successivo.

Di cosa è fatta la sua giornata?
Mi occupo dei reparti f&b di tutte le strutture: il cinque stelle La Roqqa, l’Isolotto Beach Club – aperto anche agli esterni – e il quattro stelle Torre di Cala Piccola. Per gli eventi entra in gioco anche La Capitana, agriturismo attualmente chiuso e che sarà trasformato in un resort di lusso. Non mancano gli appuntamenti su più giorni itineranti nelle varie strutture. Per me è una sfida stimolante, in un progetto che sento davvero mio. Mi inorgoglisce farne parte, in una realtà aziendale splendida e che valorizza le idee e le competenze di ciascuno, in un territorio che può crescere ancora molto.

Qual è l’elemento più sfidante del suo lavoro?
Il problem solving, con gli ospiti come con i collaboratori. È importante trovare sempre l’equilibrio tra creatività e precisione, risolvendo i problemi e motivando lo staff. Come in tutti i mestieri a contatto con il pubblico, è fondamentale l’adattabilità, in senso darwiniano. Vince chi si adatta meglio, senza mai perdere di vista l’obiettivo.

Creatività e precisione: è necessario essere napoletani e svedesi.
Io sono una persona che ama essere di esempio agli altri, che non si risparmia e che è sempre cortese con tutti. L’esempio conta davvero tanto: l’ho imparato sulla mia pelle, osservando per anni mio padre nel suo ristorante. La mia napoletanità non l’ho portata tanto nei piatti quanto nel servizio: a Napoli  ci si mette a “disposizione”, e quell’intenzione la trovi nei ragazzi che qui lavorano con spirito di servizio e per vocazione, “senza essere servi”, secondo la filosofia di Roberto Benigni ne La vita è bella.

Passioni extra-lavoro?
Amo la mia famiglia e cerco di dedicarle quanto più tempo possibile. Sono innamorato di Napoli e di conseguenza del Napoli, così come del mondo del vino: qui in Toscana sono sempre a visitare cantine per apprendere nuove tecniche e conoscere nuovi prodotti.

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