Vito Spalluto, l’uomo dei resort

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“Impossibile is nothing”, disse cinquant’anni fa Muhammad Alì sfidando un George Foreman molto più giovane e in forma. Per poi batterlo e diventare icona, lui e la sua frase. Un concetto che – non per caso – oggi campeggia sul muro dell’ufficio di Vito Francesco Spalluto, managing director del 7Pines Resort Sardinia e grande sostenitore della consistenza e della caparbietà, sul lavoro e nella vita. Vero e proprio uomo dei resort passato anche per Borgo Egnazia, Verdura Resort e L’Andana, Spalluto ha le idee chiare e ama, con ogni evidenza, il lavoro che fa, anche se si era pensato aviatore solitario e si ritrova invece immerso tra centinaia di ospiti ai quali regalare ricordi di una vacanza da sogno in Costa Smeralda. Conscio che forse sia su un caccia dell’aeronautica che nella piazzetta di un resort si può volteggiare come una farfalla, e pungere come un’ape.

L’ospitalità era nel suo destino?
Non proprio. Da ragazzo volevo seguire le orme di mio padre ed entrare nell’aeronautica militare. Fu il mio forte astigmatismo, risolto solo anni dopo, a obbligarmi a cambiare i miei piani. Sempre a motivo del lavoro di mio padre, mi sono trasferito più volte, e la mia città natale, Catania, l’ho vista solo da piccolissimo. Ho vissuto molto più tempo altrove, ad esempio in Toscana e in Germania, dove ho frequentato il liceo linguistico.

Quando il primo lavoro?
L’estate la trascorrevamo in Puglia, terra di origine di mio padre e alla quale devo anche il mio nome di battesimo, che ho ereditato da mio nonno. Ed è stato proprio in Puglia che ho fatto esperienza della mia prima stagione in un hotel, più precisamente al ricevimento, dal momento che conoscevo bene le lingue. Da allora, sul piano professionale, non sono più uscito dal mondo alberghiero: è stato davvero amore a prima vista.

Delle molte esperienze professionali che ha vissuto, quale ritiene sia stata la più formativa?
Penso che ognuna abbia avuto un peso nel creare il me stesso di oggi. Credo che per ciascuno di noi funzioni un po’ come per la cassata, dolce simbolo della mia terra e frutto della stratificazione delle varie dominazioni che hanno attraversato la Sicilia nei secoli.

Ogni popolo ci ha aggiunto qualcosa: la zuccata, i canditi, la ricotta… Lo stesso vale per le esperienze professionali: ho iniziato la carriera nei quattro stelle, dove ho imparato la dinamicità e la necessità di essere multitasking e di conoscere tutti gli ambiti dell’hôtellerie, mentre le strutture di lusso in cui ho lavorato mi hanno insegnato gli standard di alto livello.

Tra queste c’è senz’altro Borgo Egnazia.
Certamente, anche se quando ci lavoravo non era ancora celebre come oggi. Mi ha permesso di vivere da dentro le dinamiche dietro il lancio di una destinazione che poi è diventata di richiamo mondiale. Al Verdura Resort, invece, ho avuto modo di rapportarmi per la prima volta con una struttura locale di altissimo profilo che però rispondeva anche alle esigenze di una società con un head office, strategie e rendiconti internazionali. All’Andana Resort, per parte sua, ho potuto fare tesoro di un turismo enogastronomico di eccellenza e della forza di una famiglia importante come quella dei Moretti. Sono tutte esperienze che hanno composto la mia “cassata”, e che ho portato con me in dote al 7Pines Resort Sardinia. Mia nonna mi diceva sempre che “nessuno nasce imparato”: magari non è del tutto corretto in italiano, però spiega bene l’idea. Noi siamo il frutto del nostro cammino, e se si ha l’opportunità di applicare ciò che si è appreso a un prodotto che si vede nascere fin dal cantiere, come è successo a me con il 7Pines, diventa davvero bellissimo.

Rispetto ad altre esperienze, qui la destinazione fuori dalle porte del resort c’era già.
Vero. Sciacca e la Puglia non erano ancora “destinazione”, quando c’ero io, mentre la Costa Smeralda è da sempre famosa in tutto il mondo. Lavorare in un contesto del genere da un lato rende tutto più semplice, ma dall’altro rende più complesso settare la propria identità e posizionarsi rispetto ai concorrenti, tutti di altissimo livello. È stato bello poter costruire una destinazione nella destinazione, nel contesto di un territorio con un turismo già ben definito, nel quale ci siamo inseriti con il nostro concept fatto di “sense of place” e di lusso rilassato. Un lusso che è fatto di attenzioni, più che di cose. Della voglia del team di andare al di là delle aspettative. E di esperienze autentiche. Perché la Sardegna ce l’hai solo qui, e non a New York.

Lei è un uomo da resort. Cosa la affascina di questo segmento?
È vero, negli anni ho sviluppato una predilezione per questo tipo di ospitalità, tanto che probabilmente in un hotel “classico” mi annoierei. Forse mi troverei bene in un urban resort. Per me il punto di forza dei resort sta nel fatto che i clienti lo vivono molto di più rispetto a una struttura cittadina, con soggiorni più lunghi. Un fattore che permette rapporti umani più forti, più profondi, e che permette di conoscere davvero i clienti e di esprimere l’ospitalità in maniera più evoluta e a 360 gradi. In un resort all’ospite devi “inventare” la giornata, la settimana, il mese. E devi convincerlo a tornare l’anno successivo. Devi conoscerlo per sorprenderlo, per cucirgli addosso ogni esperienza.

Bisogna uscire fuori menù, insomma.
Esatto. Trovo fantastica la possibilità di fare ospitalità in questo modo. È uno spirito sul quale insistiamo, perché sappiamo che il dolcino acquistato nel giorno di riposo da un membro dello staff per un ospite, sulla base del rapporto di vera amicizia che si è creato, vale più di qualsiasi calice di champagne complimentary e di qualsiasi amenities. È il vero fattore umano.

Che novità state preparando per la summer 2026?
Abbiamo tanti fronti aperti, a partire dal mondo dello sport, con nuovi campi da gioco e tanti campioni che ci affiancheranno nelle attività quotidiane, specie in riferimento al tennis. Per fare un altro esempio, sul fronte wellness, con la nostra spa manager stiamo preparando nuovi trattamenti sempre più radicati nel territorio, con l’utilizzo di prodotti sardi di eccellenza.

Qual è la qualità principale che si riconosce?
Sono sempre stato considerato da chi mi sta attorno, in primis dalla mia compagna, come una persona estremamente caparbia. Non concepisco il fatto di non raggiungere un risultato che mi sono proposto. Nel mio ufficio fa bella mostra di sé l’immagine di Muhammad Alì con la sua frase “Impossible is nothing”. Ecco, mi piace credere che se riesci a pensare qualcosa, puoi anche farla. Naturalmente alla base di ogni idea ci deve essere un progetto – altrimenti resta solo sogno – ma trovo fondamentale il fatto di non fermarsi davanti alle difficoltà, di non concentrarsi sul problema ma sul trovare le soluzioni. Il verbo “arrendersi” non è nel mio vocabolario, e sono felice di condividere questo atteggiamento con il mio gruppo di lavoro: è bello vedere che con la volontà e la concentrazione i risultati arrivano sempre.

Si sente più allenatore o capitano in campo della sua squadra?
Se devo scegliere, mi sento più vicino al ruolo di allenatore. Credo che ai membri della squadra vada data la possibilità di mettersi in luce. E anche quella di fare errori. Ho sempre pensato che imparare dai propri sbagli sia una delle scuole più importanti che abbiamo a disposizione.

Come vede le giovani generazioni con le quali collabora?
Viviamo in un mondo in cui l’apparire è a volte più importante dell’essere, e credo che sia necessario un lavoro differente da parte nostra, della società, dei genitori, della scuola. Bisogna tornare a insegnare la progettualità. Troppo spesso il lavoro non è visto come qualcosa che può appassionare, come una possibile fonte di crescita personale, ma solo come un mezzo per raggiungere risultati. Non sono passatista, anzi, ma credo che sia necessario riportare in auge l’idea che lavorare, pur con tutti i sacrifici che richiede, può essere una cosa piacevole, che non si esaurisce nel risultato economico ma che regala conoscenze e soddisfazioni. Non si può pensare di stare sedici ore al lavoro come si faceva un tempo, certo, perché la vita è importante. Si tratta di tornare a pensare al mestiere che si fa come parte di una progettualità, che rende tutto più facile e più bello.

Cosa le piace fare nel tempo libero, e cosa le manca della Sicilia, cassata a parte?
Mi piace viaggiare, giocare a tennis, mangiare e bere bene. E anche per questo, della Sicilia mi manca molto la pasta alla Norma.

Carta di identità
Nato a Catania nel 1978, Vito Francesco Spalluto ha alle spalle molti anni di esperienza nel settore alberghiero, dapprima nell’hôtellerie più tradizionale e successivamente nel settore luxury. Al 7Pines Resort Sardinia – di cui è managing director dal 2022 – Spalluto ha portato la sua esperienza ventennale nel mondo dell’ospitalità di lusso, avendo lavorato in alcune tra le più importanti realtà dell’hôtellerie italiana. Prima dell’attuale nomina, Spalluto ha ricoperto il ruolo di general manager a L’Andana Resort – Tenuta La Badiola a Castiglione della Pescaia. Determinanti nella sua crescita professionale anche le esperienze come resort manager al Verdura Resort, a Rocco Forte Hotel in Sicilia e come business development director presso Borgo Egnazia in Puglia. È specializzato in Hotel Revenue Management e Marketing Fundamentals for the Hospitality Industry alla Cornell University.

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