Oggetti che abitano lo spazio dell’ospitalità al Nilufar Depot

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Negli spazi del Nilufar Depot, durante la MDW 2026, è stata di scena l’arte dell’accoglienza, in un progetto espositivo dal forte impatto scenografico che ha espresso la visione creativa della fondatrice di Nilufar, Nina Yashar, valorizzato le figure autorevoli del design contemporaneo e storico e le nuove creazioni firmate Nilufar Edition: il progetto dove il design incontra l’alto artigianato della bottega rinascimentale. 

A spiegare il progetto è stata Nina Yashar: “Con Nilufar Grand Hotel ho voluto immaginare un luogo che non esiste, ma che allo stesso tempo sento profondamente reale. L’idea di confrontarmi con il mondo dell’ospitalità nasce da una curiosità personale, dal desiderio di capire come il collectible design possa abitare spazi vissuti, quotidiani, trasformandoli in esperienze intime e memorabili. Ogni ambiente è stato pensato come un racconto, fatto di incontri, sensibilità e visioni diverse che dialogano tra loro. Per me questo progetto è un passo naturale nel percorso di Nilufar, un modo per continuare a evolvere, metterci in discussione e aprire nuove possibilità, senza perdere quell’energia sperimentale che ci definisce fin dall’inizio”.

Immaginando spazi e ambienti ispirati al mondo dell’hôtellerie, si svela un racconto fluido capace di attivare i sensi e generare un’esperienza immersiva e ricca di significato. L’ingresso, luogo di arrivo e scoperta, segna l’inizio del percorso. Una soglia in cui architettura e arredi catturano il visitatore, rivelando da subito i codici e la ritualità dell’accoglienza. Nell’atrio principale la hall prende forma come una dimensione relazionale, viva e accogliente con sedute, luci e dettagli selezionati che organizzano un ambiente conviviale che favorisce l’incontro e stimola lo scambio. 

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La narrazione si sposta nella dimensione più intima delle camere da letto – tre progetti distinti che portano la firma di david/nicolas, Filippo Carandini e Allegra Hicks. Ciascuna si configura come un microcosmo coerente con la poetica del proprio autore e, al tempo stesso, come parte di un disegno più ampio. Interpretazione personale, materiali pregiati e cura artigianale trasformano ogni stanza in una composizione stratificata, dove forme, superfici e dettagli si offrono allo sguardo, svelando continui stimoli visivi e sensoriali. In un ulteriore spazio del piano terra si apre un ambiente che equilibra socialità e riservatezza: una sala da pranzo raccolta dominata dal tavolo Raw Pebble di Gal Gaon e un fumoir appartato, dove debuttano le sedute della collezione Disposition della giovane designer turca Derin Beren Yalcin. Insieme, questi spazi creano un’atmosfera in cui convivialità e discrezione convivono armoniosamente, evocando esclusività e raffinatezza. 

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Al primo piano, una stanza dedicata al riposo e alla meditazione si affianca ad ambienti dal carattere meta-espositivo, proponendo momenti di benessere attraverso la contemplazione estetica. 
Ispirato ai ryokan giapponesi e caratterizzato da pavimenti in tatami, il primo spazio presenta una ricercata selezione di arredi vintage di autori del calibro di Gabriella Crespi, Ingo Maurer e George Nakashima, uniti da un fil rouge fatto di artigianalità e sensibilità culturali radicate nella tradizione orientale. Raccolto e contemplativo, questo ambiente invita a rallentare, osservare e percepire il dialogo tra materiali, luce e spazio. 
Si inserisce nel percorso espositivo una selezione di dipinti di Rebecca Moses, provenienti da due cicli distinti: Hair: Structure, Ritual, Identity, una serie di grandi ritratti che indagano il valore simbolico dei capelli, trasformandoli in elementi architettonici ed espressivi capaci di definire identità e presenza, e Private Moments, scene intime di figure femminili immerse in interni ricercati, in dialogo con i lavori precedenti.

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Da qui prende avvio un itinerario che attraversa alcuni spazi del secondo livello, dove gli oggetti di design dialogano tra loro secondo una logica curatoriale rigorosa, ricordando le lounge degli hotel dedicate all’arte e alle esposizioni temporanee. Tra le opere esposte, le lampade della serie Carbon Cycles, il nuovo progetto di Maximilian Marchesani, e Deconstructed Bourgeoisie, la divertente collezione di lampade da tavolo con cui VON PELT Atelier si presenta per la prima volta da Nilufar. Nel percorso anche una versione inedita del tavolo Sgraffito di Andrea Mancuso, presentato per la prima volta in marmo nero Marquinia. Caratterizzato da una trama di minuti intagli riempiti di vernice bianca, questa nuova creazione ribalta la gamma cromatica degli esemplari precedentemente proposti nella collezione Pentimenti. La sua presenza scultorea dialoga con una selezione di arredi vintage firmati da maestri del design italiano quali Franco Albini e Gio Ponti

All’ultimo piano chiude il percorso la Penthouse Suite: un ensemble d’autore, sintesi dell’approccio eclettico di Nilufar. Lo spazio si anima di dettagli unici, tra cui spiccano gli arredi di Bethan Laura Wood, che propone nuove interpretazioni della linea Meisen, e un nuovo specchio realizzato in collaborazione con i maestri vetrai veneziani di Barbini, affiancati alla testiera da letto e alle lampade della collezione Ornate
Parte integrante dell’esposizione, il cortile esterno del Nilufar Depot ospita le nuove creazioni di Andrea Mancuso della collezione Punteggiato. Un dehor raccolto che richiama l’immaginario della vacanza e introduce una pausa dal ritmo urbano. 

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Più che una costruzione scenica, Nilufar Grand Hotel rappresenta un nuovo capitolo della ricerca che Nilufar conduce sul design inteso come pratica culturale ed espressiva. L’ospitalità diventa terreno di sperimentazione, un ambito in cui Nilufar afferma la propria identità aprendosi a nuove possibilità progettuali. Nel confrontarsi con i codici dell’accoglienza, la mostra apre uno spazio in cui al design non è richiesto soltanto di assolvere una funzione, ma di generare senso, bellezza ed emozione. È in questa prospettiva che l’ospitalità si rivela un campo fertile per immaginare nuove possibilità e ribadire il ruolo del design come disciplina viva, in continua evoluzione, capace di rinnovarsi restando fedele alla propria visione.  

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