È sottile ma esiste, il filo rosso che porta dalla cucina alla direzione di un grande hotel: nasce dal rispetto per il dettaglio, attraversa il lavoro di squadra e arriva dritto all’esperienza dell’ospite. È così che ha preso forma il percorso di Francesco Roccato, per un cammino che lo ha condotto dalla passione per il food&beverage ai vertici dell’hôtellerie internazionale. Chef per formazione e manager per evoluzione naturale, Roccato ha costruito la propria visione dell’ospitalità attraversando culture, città e stili diversi, portando con sé un’idea semplice e potente: il vero lusso vive nei particolari, nel calore umano, nella capacità di far sentire ogni ospite parte di un luogo. In Rocco Forte Hotels questa filosofia trova una casa naturale, fatta di hotel che raccontano storie, di team cresciuti come famiglie e di un servizio che non alza mai la voce. In questa intervista, Roccato ripercorre un viaggio professionale e umano in cui leadership, ironia e ascolto diventano strumenti di accoglienza, e dove l’eccellenza si misura nella memoria che resta, non nello sfarzo che passa.
L’ospitalità era già “di casa” nella sua famiglia?
Sono cresciuto a Torino, in un contesto familiare che non aveva legami diretti con il mondo dell’ospitalità o della ristorazione: i miei genitori si occupavano di tutt’altro. Proprio per questo, la mia scelta professionale è nata più da una passione personale che da un percorso già tracciato. Da ragazzo, in realtà, mi immaginavo anche in carriere molto diverse, come il pilota di rally o il giocatore di tennis, ma ho sempre avuto una forte curiosità verso il mondo f&b, la convivialità e il rapporto con le persone.
I suoi studi ne sono stati diretta conseguenza?
Sì, questa passione mi ha portato a intraprendere un percorso di studi al Culinary Institute of Canada all’Holland College, un’esperienza fondamentale che mi ha dato solide basi e mi ha fatto comprendere quanto il mondo dell’ospitalità potesse unire tecnica, cultura e relazione umana. Con il tempo, questa curiosità iniziale si è trasformata in una vera vocazione, che continua ancora oggi a guidare il mio lavoro.
Da chef a manager alberghiero. Come è successo?
Il mio percorso professionale è iniziato in cucina. L’esperienza come chef in contesti di alto livello mi ha insegnato disciplina, attenzione al dettaglio e la capacità di lavorare efficacemente sotto pressione. Ma, soprattutto, mi ha trasmesso il valore del lavoro di squadra: saper unire persone con culture e background diversi per offrire all’ospite un’esperienza coerente e impeccabile. Il passaggio alla gestione del food&beverage ha rappresentato un’evoluzione naturale, ampliando le mie responsabilità e permettendomi di coordinare team numerosi e un business f&b di alti volumi. Questo ruolo ha rafforzato una mentalità multitasking, in cui la gestione operativa si integra con obiettivi strategici e finanziari, senza mai perdere di vista la qualità e l’attenzione alle risorse. Con l’approdo ai ruoli di General Manager e di Managing Director ho ulteriormente esteso questa visione, applicando il mio background operativo a una prospettiva più ampia e strategica. Oggi porto con me un approccio fortemente orientato alla qualità del servizio, del prodotto e dell’atmosfera, convinto che siano questi elementi a rendere memorabile l’esperienza dell’ospite e a favorirne il ritorno.
Qual è la cosa che più di tutte ha portato con sé nella sua attuale professione, della sua precedente carriera?
Dalla mia formazione da chef ho tratto, più di ogni altra cosa, l’attenzione al dettaglio e la capacità di costruire team motivati e coesi: quando le persone condividono una visione e lavorano con passione e orgoglio, l’ospite lo percepisce immediatamente e l’esperienza diventa autentica e distintiva.
Delle molte esperienze in curriculum, quale ha contribuito maggiormente a formare il professionista che è oggi?
Quelle negli Stati Uniti, a Londra e a Marbella sono state determinanti e mi hanno permesso di costruire un approccio manageriale completo.
Rocco Forte. Come è avvenuto l’incontro con il brand per il quale oggi riveste un ruolo di primo piano?
Il mio primo approccio con il gruppo Rocco Forte Hotels è avvenuto in modo molto naturale: ho avuto occasione di conoscere Sir Rocco Forte durante l’ILTM di Cannes e, da lì, è iniziato un dialogo che si è poi concretizzato con la proposta di occuparmi dell’apertura dell’Hotel de la Ville a Roma nel 2019. È stata una grande opportunità, ma anche una sfida importante, che mi ha permesso di entrare a far parte di un gruppo con una visione molto chiara ed autentica dell’ospitalità di alta gamma.
Come gruppo, quali sono i vostri obiettivi per il 2026, e quale l’aspetto più sfidante?
Per il 2026 il gruppo ha obiettivi ambiziosi, in particolare per quanto riguarda l’espansione in Italia. Tra i progetti più rilevanti della mia area di competenza del Nord Italia rientra l’apertura in Sardegna, in Costa Smeralda, che rappresenta un passaggio strategico importante per il brand. La sfida più complessa sarà senza dubbio seguire e gestire due aperture in un anno, mantenendo al contempo gli elevati standard qualitativi che ci contraddistinguono. Aprire un hotel significa creare un’identità forte, costruire un team, trasmettere una cultura del servizio e applicarla in modo coerente con i valori del gruppo. È una sfida impegnativa, ma anche estremamente stimolante!
Quanto conta il concetto di “famiglia” nella governance del gruppo? E come lo si rende “concreto”?
Il concetto di famiglia è uno dei pilastri dell’azienda, sia nella governance sia nella cultura aziendale. Il gruppo Rocco Forte Hotels è nato come business familiare e rimane tale anche nella sua struttura attuale: Sir Rocco Forte e sua sorella Olga Polizzi hanno fondato l’azienda nel 1996, portando avanti una tradizione alberghiera di quattro generazioni e mantenendo la famiglia al centro delle decisioni strategiche e operative. Nella pratica quotidiana, questo concetto si rende concreto attraverso un forte senso di calore umano, accoglienza e cura individuale. Internamente, inoltre, l’azienda promuove programmi di formazione e sviluppo continuo, come The Art of Service e Forte Future Leaders, che mirano a far sentire ogni dipendente parte di una famiglia professionale, valorizzando le risorse come membri attivi di una comunità aziendale.
Ci dice una cosa che nessuno sa o immaginerebbe di Sir Rocco?
Un aspetto meno noto di Sir Rocco è la sua grande passione per lo sport, in particolare per il triathlon. Questo impegno sportivo riflette la sua determinazione e disciplina, valori che si rispecchiano anche nella gestione del gruppo alberghiero.
Qual è oggi il principale punto di differenza di RFH rispetto ai competitor di pari livello?
L’autenticità, intesa come capacità di offrire un approccio profondamente umano, non standardizzato e legato al contesto in cui ogni hotel si inserisce. Ogni albergo è unico, spesso ospitato in palazzi storici, e racconta la storia, la cultura e l’anima della destinazione, evitando qualsiasi logica di uniformità tipica delle grandi catene internazionali. Il servizio non è mai impersonale o meccanico, ma sartoriale e intuitivo, costruito sull’ascolto e sulla capacità di anticipare le esigenze dell’ospite con naturalezza e discrezione. Credo che oggi il vero lusso sia proprio questo: sentirsi accolti in un luogo con un’identità forte, vivere un’esperienza che non potrebbe essere replicata altrove e percepire un’attenzione genuina in ogni dettaglio. È questa combinazione di senso del luogo, personalizzazione e calore umano che rende Rocco Forte Hotels distintivo e riconoscibile nel panorama dell’hôtellerie di alta gamma.
Qual è la principale qualità personale che sente di portare sul lavoro, e che le viene maggiormente riconosciuta?
Direi che l’umorismo è una delle qualità che porto sul lavoro e che mi viene maggiormente riconosciuta, insieme all’empatia. Ritengo fondamentale essere una brava persona, non un dittatore, perché solo così si riesce a motivare e a guidare davvero il team. Spesso faccio un paragone con il calcio, mia grande passione. Se vuoi diventare un campione, non basta il talento naturale, bisogna lavorare costantemente e migliorare giorno dopo giorno. Prendiamo Cristiano Ronaldo, ad esempio: non ha lo stesso talento di Messi o di Maradona, ma grazie al lavoro quotidiano è riuscito a scalare la vetta e a diventare il numero uno. Credo che con volontà e dedizione tutti possano ottenere grandi risultati, e allo stesso modo un buon GM dà valore alle persone che guida. Ho imparato che ci sono tante persone straordinarie con storie incredibili, e incontrarle è un’opportunità preziosa: molte sono le persone che incontro, perché sicuramente loro lo fanno con me. Nel mio ruolo, cerco la stessa qualità nei miei collaboratori: qualcuno che sappia dare valore alle persone con cui lavora, che sappia ascoltare, comprendere e trasmettere calore umano. Spero di poter trasmettere qualcosa a tutte le persone che incontro, dedicare loro anche cinque o dieci minuti per ascoltarle trasmette energia positiva.
Quando si toglie la giacca da manager, quali sono i suoi hobby e i suoi interessi personali?
Nel tempo libero amo spesso e volentieri trascorrere giornate in montagna. Mi interesso anche di tennis, seguendo con attenzione le imprese di Jannik Sinner e Lorenzo Musetti. Tutte queste passioni mi permettono di staccare, ricaricarmi e trovare ispirazione anche nella gestione quotidiana del lavoro.
Ama ancora cucinare? Qual è il piatto che le riesce meglio?
Sì, amo cucinare e devo dire che mi riesce ancora piuttosto bene! Grazie alle mie radici piemontesi, il piatto che preparo meglio è sicuramente il risotto al barolo e castelmagno.
Il suo calciatore preferito, un libro che la rappresenta, una canzone che parla di lei.
Essendo cresciuto a Torino seguo con entusiasmo la Juventus e, tra i calciatori, ammiro particolarmente Alex Del Piero per la sua personalità, umiltà, resilienza e creatività. Il libro che mi rappresenta è Kitchen Confidential di Anthony Bourdain, mentre la canzone è Born to Run di Bruce Springsteen: riflette l’energia e la voglia di affrontare sempre nuove sfide.
