Hotel a cielo aperto

Uno dei cambiamenti più evidenti nell’hôtellerie contemporanea riguarda gli spazi esterni. L’outdoor sta diventando un’estensione dell’esperienza dell’ospite, uno strumento narrativo e un valore per la destinazione. Un confronto a tre voci con Marco Bay, Roberta Filippini e Bepi Povia
Masseria AuraTerrae, Polignano a Mare (BA)
Uno dei cambiamenti più evidenti nell’hôtellerie contemporanea riguarda gli spazi esterni. L’outdoor sta diventando un’estensione dell’esperienza dell’ospite, uno strumento narrativo e un valore per la destinazione. Un confronto a tre voci con Marco Bay, Roberta Filippini e Bepi Povia

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Negli ultimi anni l’ospitalità ha spostato il baricentro fuori dalla stanza. Non è soltanto una questione estetica o di atmosfera: glispazi esterni sono diventati parte integrante dell’esperienza di soggiorno, incidendo su benessere, percezione e valore complessivo del luogo. È un cambiamento che investe tanto gli hotel urbani quanto le strutture leisure e i resort. Se prima il giardino era una cornice, oggi è un dispositivo progettuale che modifica la relazione fra ospite, architettura e territorio. All’origine di questa trasformazione c’è una diversa cultura del tempo libero, più attenta alla qualità dell’aria, ai ritmi lenti, al rapporto con la natura e all’idea di salute come pratica quotidiana. L’outdoor è diventato il luogo dove si fa colazione, si lavora al computer, si pratica sport, si legge, si socializza, si medita, si nuota, si degusta. Funzioni che fino a qualche anno fa erano relegate in spazi interni, spesso iper-programmati, oggi si distribuiscono all’aperto con naturalezza e continuità, ridefinendo il progetto dell’hotel. A cambiare è anche la misura dell’esperienza:gli spazi non sono più soltanto contemplativi, ma attivi. Ci si muove, si partecipa, si apprende. In parallelo, l’outdoor intercetta tendenze trasversali come il wellness, la biofilia, la gastronomia, la cultura del camminare e la crescente attenzione alla sostenibilità. Il risultato è un ambiente esterno sempre meno ornamentale e sempre più infrastrutturale, capace di accogliere programmi diversi nel corso della giornata e delle stagioni. Per gli operatori, questo cambiamento non è neutro: l’outdoor contribuisce alla reputazione dell’hotel, al posizionamento del brand, alla soddisfazione degli ospiti e, in alcuni casi, al ritorno economico diretto o indiretto. E, quindi, mette in dialogo progettisti con competenze differenti – paesaggisti, interior designer, agronomi, esperti di wellness e del territorio – chiamati a immaginare uno spazio dove il fuori diventa un vero co-protagonista dell’ospitalità contemporanea.

Il giardino non è più una cornice

Il salto di qualità sta nel riconoscere al giardino un ruolo operativo, non più meramente decorativo. Se in passato lo spazio esterno serviva a creare un’atmosfera piacevole – l’ombra degli alberi, la vista sul mare, la quiete di un cortile – oggi si chiede all’outdoor di essere parte integrante del progetto dell’hotel. È qui che si definiscono percorsi e sguardi, momenti di sosta e di socialità, relazioni tra l’interno e il paesaggio, con una fluidità che cambia nel corso della giornata. Il giardino entra nel progetto dell’hotel e completa le funzioni del soggiorno: un “salotto” all’aria aperta, una sala da pranzo, un’area di lavoroo un rifugio silenzioso. A seconda dei contesti, può assumere dimensioni più intime – terrazze e corti private, orti aromatici, piccoli belvedere – oppure aprirsi a scale maggiori, legandosi alla campagna circostante, alla costa, ai vigneti o a un parco urbano. Questa integrazione ha due conseguenze immediate. La prima riguarda la gestione: gli spazi esterni devono funzionare tutto l’anno, o quantomeno per periodi estesi, adattandosi a stagioni e programmi diversi. La seconda riguarda la narrazione: l’outdoor diventa una forma di racconto, esplicita o implicita, capace di comunicare il carattere dell’hotel e della destinazione. È un racconto che passa dalla vegetazione, dai materiali, dalle viste, dal paesaggio e anche dal modo in cui l’ospite viene invitato a abitare lo spazio. In parallelo è cresciuta la competenza progettuale richiesta a chi si occupa degli esterni. Il giardino d’albergo non è più un giardino generico: dialoga con l’interior, con la struttura ricettiva, con il territorio e con una filiera di professionisti che comprende botanici, agronomi, tecnici della manutenzione e, sempre più spesso, esperti di benessere e operatori culturali. È dentro questa complessità che si posizionano oggi le nuove riflessioni sull’outdoor come parte del sistema ospitale.

L’outdoor come esperienza

Per il paesaggista milanese Marco Bay, l’outdoor è parte del paesaggio che ospita l’hotel. La progettazione inizia dal luogo e dai suoi caratteri distintivi: laguna, costa, collina mediterranea, entroterra agricolo. L’atmosfera e la botanica sono definite dal contesto culturale e geografico, e l’hotel si inserisce come episodio dentro un paesaggio più ampio. In questo approccio il giardino è costruzione di spazi attraversabili, fatti di luce e ombra, pergole, masse vegetali, vasche e piscine considerate vere e proprie architetture d’acqua. L’intervento misura il tempo lungo e punta a un risultato riconoscibile, capace di restituire all’ospite una percezione autentica del luogo. Roberta Filippini, architetta e paesaggista, lavora sul rapporto fra natura e benessere. Il giardino estende le funzioni della camera e delle suite, portando all’aperto colazioni, letture, pause di lavoro, yoga e pratiche wellness. L’approccio è site specific: clima, esposizione, vegetazione e biodiversità definiscono la palette botanica e le stagionalità. Anche la biofilia assume un ruolo progettuale, perché avvicina natura e architettura e favorisce il comfort ambientale e psicologico degli ospiti. Per Bepi Povia, progettista e agricoltore, l’outdoor coincide con il territorio e con la sua produttività. Uliveti, frutteti, orti e vigneti diventano parte del sistema ospitale e danno forma a un paesaggio attivo che produce cibo, cultura e identità. In questo caso, l’esperienza coinvolge la comunità e supera il perimetro dell’hotel, generando attività come degustazioni, vendemmie, laboratori culinari, percorsi sensoriali o momenti di benessere all’aria aperta. L’ospite non osserva soltanto il paesaggio, ma lo attraversa, lo interpreta e lo vive.

Materia, stagioni e progetto

Ogni scelta progettuale incide sul modo in cui gli ospiti vivono il giardino e sul modo in cui lo ricorderanno in futuro. La spazialità è il primo elemento: varchi, pergole, quinte vegetali e piani d’acqua definiscono l’orientamento, la privacy e le relazioni visive con l’architettura o il paesaggio circostante. La luce, naturale o artificiale, completa la scena e permette allo spazio di funzionare anche nelle ore serali. Il lavoro di Marco Bay nasce dalla lettura del contesto: sono la botanica e gli elementi minerali tipici del luogo – masse verdi, alberature leggere, cespugli testurizzati e superfici in pietra – a disegnare gli spazi. L’acqua – piscine, vasche o fontane – è un dispositivo architettonico che cattura riflessi e introduce il tema del clima. La stagionalità è cen trale: la primavera esprime la vitalità del giardino, l’estate accompagna il soggiorno. La manutenzione è parte integrante del progetto perché un giardino vive nel tempo e richiede competenza. Ogni progetto di architettura del paesaggio deve contenere un’idea ed esprimere il significato nascosto del luogo. La dimensione botanica torna anche nel lavoro di Roberta Filippini, dove la scelta delle specie definisce atmosfere e gradienti di biodiversità. Piante aromatiche, essenze perenni e alberature da frutto si combinano con prati e giardini d’ombra, favorendo comfort, benessere e interazione con insetti impollinatori e microfauna. Centrale è l’introduzione del wellness all’aperto: tappeti erbosi dedicati allo yoga, saune, tinozze riscaldate, biolaghi. Per Bepi Povia la materia è agricola:ulivi, viti, ortaggi e graminacee appartengono ai cicli produttivi e climatici del territorio. La progettazione interessa l’intera filiera del cibo e del vino, dalla coltivazione alla degustazione. Il risultato è un paesaggio che si attraversa mentre produce valore culturale ed economico. L’outdoor integra percorsi, aree di raccolta, foraging, cooking class e momenti di socialità legati al vino e alla tavola. Qui la stagionalità è un calendario che struttura il soggiorno: vendemmia, potatura, fioriture, raccolto. In tutti i casi, il giardino dell’hotel è un organismo che chiede equilibrio tra estetica, uso e manutenzione. La qualità risiede nella tenuta del progetto nel tempo, nella capacità di funzionare oltre la stagione estiva e di restituire all’ospite un’immagine chiara del luogo. È una questione di clima, di orientamento, di acqua, di vegetazione e di materiali, ma anche di management e di competenze tecniche che coinvolgono figure diverse.

Valore, gestione e territorio

L’outdoor sta diventando uno degli asset più interessanti dell’ospitalità contemporanea perché incide sulla reputazione dell’hotel, sul posizionamento del contesto e, in alcuni casi, su nuove forme di economia territoriale. È uno spazio che attira ospiti, genera contenuti, rafforza l’identità e intercetta fenomeni trasversali come la gastronomia locale, l’enoturismo, il wellness e il turismo lento. Nel lavoro di Bepi Povia questo passaggio è particolarmente evidente. L’outdoor esce dalla scala del giardino e assume quella del territorio, che a sua volta diventa parte della proposta di ospitalità. Uliveti, vigneti e frutteti costituiscono veri e propri dispositivi produttivi. Degustazioni, vendemmie partecipate, cooking class e passeggiate tra le colture trasformano l’esperienza in un racconto stagionale che coinvolge la comunità e mette in relazione l’hotel con il suo intorno. Masseria AuraTerrae, a Polignano a Mare (Bari), è un esempio interessante di questa evoluzione. Su 24 ettari di campagna pugliese, il progetto integra accoglienza, agricoltura, wellness e ristorazione. La gestione agricola produce vino, olio e frutta che entrano nel menu e nelle degustazioni, mentre le aree esterne sono dedicate a yoga, meditazione, percorsi sensoriali e attività leggere. La sostenibilità riguarda impianti, risorse idriche, biologico, filiere e manutenzione. La questione della gestione è un punto chiave anche quando l’outdoor si colloca dentro giardini più compatti o in contesti urbani. Marco Bay lo affronta in termini di manutenzione colta: il giardino deve funzionare nel tempo e richiede figure competenti capaci di interpretare stagioni, clima e crescita della vegetazione. Qui il valore risiede nella tenuta del progetto, nella sua capacità di durare e di essere leggibile nel corso degli anni, senza inseguire mode o tendenze. Per Roberta Filippini, invece, il valore dell’outdoor si concentra sulla relazione tra natura e benessere. Il giardino contribuisce al comfort psicologico, favorisce l’attenzione e la quiete e introduce un’estensione della suite che può essere vissuta dall’ospite nelle diverse ore del giorno. La biodiversità è un elemento che contribuisce al clima, alla percezione del luogo e alla qualità complessiva del soggiorno. La sostenibilità assume una forma quotidiana e operativa, legata a manutenzione, irrigazione, scelte botaniche e uso consapevole del suolo. In tutti i casi, ciò che emerge è una nuova forma di responsabilità territoriale. L’hotel non è più un corpo isolato che consuma risorse, ma un attore inserito in un ecosistema più ampio. Questo vale per la campagna pugliese come per i resort costieri o le aree urbane: l’outdoor costruisce relazioni e contribuisce alla percezione della destinazione. Per Povia questo passaggio interessa anche investitori e developer: l’outdoor agricolo, in quanto leva di sviluppo, amplia la proposta di ospitalità e il suo valore economico generando valore territoriale.

Tendenze e prospettive

La crescente attenzione per gli spazi all’aperto si collega a tendenze che stanno attraversando l’ospitalità a livello internazionale. La prima riguarda il benessere, inteso in senso esteso: movimento, quiete, respirazione, immersione nella natura e cura di sé. Il wellness open air, che fino a pochi anni fa era appannaggio di resort e destination spa, oggi entra nei boutique hotel, nelle masserie e persino negli alberghi urbani, trovando modalità di attuazione più leggere e diffuse. La seconda tendenza riguarda il rapporto con il territorio. L’outdoor permette di attivare relazioni con la comunità, con il paesaggio agricolo e con le filiere locali, contribuendo a una forma di turismo che non consuma soltanto, ma restituisce. La terza tendenza riguarda la biodiversità. Giardini aromatici, prati fioriti, bird gardens, piante nettarifere e microhabitat per insetti impollinatori e libellule sono sempre più presenti nei progetti, non per ragioni ornamentali ma per rispondere a esigenze climatiche e ambientali. In questo quadro, la scelta botanica si fa più consapevole e il giardino diventa un dispositivo ecologico che dialoga con risorse idriche e sistemi di manutenzione. Infine, c’è il tema della stagionalità allargata. L’outdoor prolunga l’uso degli spazi oltre l’estate e modifica il modo di vivere l’hotel nelle mezze stagioni e in inverno, introducendo pergole, tappeti erbosi per attività lente, biolaghi, saune e aree riscaldate. È un passaggio che interessa la filiera del progetto e quella della gestione, e che contribuisce a rendere il giardino un bene durevole. Se l’ospitalità ha imparato a progettare gli interni con attenzione al comfort e allo storytelling, oggi sta facendo lo stesso con gli esterni. I giardini di Bay, gli spazi biofilici di Filippini e i paesaggi produttivi di Povia mostrano tre traiettorie diverse, ma convergenti, di un fenomeno che ha cambiato il modo di pensare l’hotel. Il fuori non è un altrove: è uno dei nuovi centri dell’ospitalità contemporanea.

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