Gestito direttamente dalla Pro Loco di Cison di Valmarino, in provincia di Treviso, Case Marian rappresenta un modello di ospitalità in cui la dimensione territoriale non rappresenta solo il contesto e l’ospite, ma il punto di partenza del progetto e la sua continuità. È da questa scelta – rara nel panorama ricettivo – che prende forma un sistema di relazioni che attraversa gestione, architettura e comunità, dando nuova vita al borgo rurale ai piedi del Castelbrando, nel cuore delle colline del Prosecco.
Una rete di connessioni
Qui, dove un tempo la vita contadina organizzava in modo essenziale spazi domestici e produttivi, l’intervento di recupero per il complesso rurale ha scelto di non interrompere la continuità del luogo, ma di renderla leggibile attraverso una rete di connessioni tra ambienti, percorsi e usi contemporanei. Il nucleo, risalente al XVII secolo e passato sotto la proprietà della Pro Loco nel 2014, è rimasto a lungo in stato di abbandono ed è stato recuperato attraverso il progetto dell’architetto Fabio Nassuato mantenendo intatta la sua configurazione originaria, fatta di volumi semplici, materiali locali e una chiara distinzione tra residenza e spazi agricoli. “Ci siamo trovati di fronte a un edificio molto semplice dal punto di vista costruttivo, che non doveva essere snaturato, ma che al contempo doveva rispondere a nuove esigenze funzionali”, spiega il progettista. Da questa premessa è stato dunque sviluppato un intervento che ha lavorato per stratificazioni, dove il dialogo tra passato e presente è stato costruito attraverso dispositivi precisi: aperture, percorsi, elementi verticali.
Custodire la memoria
All’esterno, il recupero è stato filologico, con il mantenimento della tonalità rossa storica, propria della famiglia Brandolini, proprietaria originaria. Antica casata nobiliare legata alla Repubblica di Venezia, i Brandolini hanno organizzato per secoli il territorio della Valmareno – a cui appartiene Cison – attraverso un sistema di borghi rurali destinati alla mezzadria, di cui Case Marian rappresenta una delle testimonianze più integre. Le tipologie edilizie locali sono state quindi conservate nel loro impianto originario; all’interno, invece, il progetto ha introdotto una maggiore flessibilità, necessaria per accogliere le nuove funzioni culturali e ricettive, tra cui il Museo Ruralia, ospitato al piano terra e dedicato alla memoria della cultura contadina e delle attività agricole che per secoli hanno caratterizzato il borgo e il territorio circostante. L’antico fienile diventa così il punto di ingresso e di distribuzione, uno spazio aperto che connette accoglienza, esposizione e socialità, mentre i livelli superiori ospitano camere di diversa tipologia, organizzate per garantire autonomia ma anche una relazione equilibrata tra spazi privati e condivisi.
Il progetto dei collegamenti
È nel ridisegno dei collegamenti interni che il tema delle connessioni trova una delle sue espressioni più evidenti. “I collegamenti verticali sono stati ripensati: la scala originale, troppo stretta e ripida, è stata sostituita e integrata con nuove scale e un ascensore. In questi elementi è stato utilizzato il metallo, proprio per sottolineare il loro carattere contemporaneo”, rimarca Nassuato. Le nuove scale non sono quindi solo elementi funzionali, ma segni dichiarati dell’intervento, capaci di mettere in relazione i diversi livelli evidenziando la stratificazione temporale del progetto. Anche aperture e passaggi contribuiscono a costruire una continuità tra interno ed esterno: le grandi bucature del fienile sono state mantenute nel loro ritmo originario e chiuse con vetrate, creando un filtro che non interrompe la percezione del paesaggio; i materiali contemporanei, come ferro e vetro, dialogano con pietra e legno, segnando una distinzione chiara tra ciò che è stato conservato e ciò che è stato aggiunto. “L’idea è stata quella di dichiarare la contemporaneità degli inserimenti, distinguendoli dall’impianto originario”, prosegue l’architetto.

Un’infrastruttura collettiva
Questa rete di relazioni si estende oltre lo spazio fisico e coinvolge direttamente il modello di gestione. La struttura è infatti condotta dalla Pro Loco, in continuità con le attività e le iniziative del territorio. “La scelta della gestione interna deriva dall’acquisto effettuato dalla stessa Pro Loco, con l’obiettivo di mantenere sia un’identità locale per l’attività che il collegamento alle iniziative che svolgiamo durante l’anno”, racconta Simone Moret, presidente dell’associazione. Il coinvolgimento dei cittadini è stato centrale anche nella fase di recupero e continua a essere parte integrante del progetto. “La comunità locale ha creduto nel progetto effettuando delle donazioni che hanno permesso la ristrutturazione del borgo. Ancora oggi è grazie all’impegno dei volontari e alle attività organizzate che parte del mutuo viene rimborsato ogni anno”, continua Moret. Una dinamica che trasforma Case Marian in una vera infrastruttura collettiva, dove l’ospitalità diventa espressione di un sistema territoriale più ampio.
L’essenza dell’accoglienza
L’identità dell’accoglienza riflette questa impostazione: discreta ed essenziale, pensata per turisti, escursionisti e ospiti degli eventi locali, con permanenze brevi, solitamente di due o tre notti. “Si tratta di un’ospitalità semplice ma curata, in un’atmosfera naturale e intima, dove la comodità del restauro si sposa perfettamente con la storicità del luogo”, sottolinea Moret. Le otto camere, organizzate tra soluzioni private e dormitori, rispondono a esigenze diverse mantenendo un linguaggio minimalista, coerente con la natura originaria dell’edificio. Ne parla l’architetto Nassuato: “Gli arredi sono semplici ed essenziali. Anche le porte sono lineari, senza decorazioni superflue. L’obiettivo è stato quello di non introdurre elementi di ‘ricchezza’ estranei alla natura originaria dell’edificio, che nasce come spazio umile e funzionale”. In sintesi, tutto l’intervento è stato guidato da un’attenzione costante alla natura del luogo: conservare ciò che esisteva, valorizzarlo e farlo dialogare con interventi contemporanei, senza mai tradirne l’identità. In questo equilibrio tra conservazione e trasformazione, Case Marian si configura come un sistema aperto, dove ogni elemento – dalle scale ai percorsi, dalle aperture alla gestione – contribuisce a costruire connessioni. Connessioni tra livelli, tra materiali, tra passato e presente, ma anche tra persone e territorio. Un progetto che non si limita a recuperare un borgo, ma ne riattiva il significato, restituendolo alla collettività come luogo abitabile e condiviso.
