Palazzo Gentilcore, Castellabate (SA)

“A ciascun’alma presa e gentil core…”

E’ un versetto tratto dalla Vita Nova scritta dal giovane Dante Alighieri inneggiante all’amore. Ha ispirato il nome e il concept di un delizioso boutique hotel di 13 camere nel borgo storico di Castellabate, nel cuore del Cilento. Pancrazio invece è il nome del ristorante e richiama quello del fiore preferito dal santo patrono della cittadina

Chiara Fontana insegna diritto tributario all’università Federico II di Napoli. Giovanni Riccardi è un noto avvocato del foro della città originario della cilentana Sapri. I loro figli si sono conosciuti sui banchi delle scuole elementari e sono cresciuti come fratelli, impegnandosi soprattutto nello sport. “Sono nata a Napoli, mio padre è salernitano” esordisce Chiara Fontana, un’elegante signora con risorse interiori e una volontà tornita nell’acciaio che emergono a mano a mano che racconta la sua storia. “Da bambina abitavamo nel Salernitano con il mare all’orizzonte, circondati da verdi colline. Era la casa della mia infanzia e probabilmente nel mio inconscio era la casa in cui mi sarebbe piaciuto vivere per sempre. A Napoli insegno, mi occupo dell’associazione dei tributaristi, mi occupo dei miei figli, è una vita dinamica, intensa ma non sempre appagante. Con Giovanni si parlava di tanto in tanto di creare qualcosa insieme, come soci. Ogni tanto, per uno sfizio, leggevo sui giornali le offerte relative ad alberghi sulla costiera piuttosto che ad altre amenità simili. Non conoscevo il Cilento, come molti campani. Lessi un’inserzione relativa a un vecchio albergo in vendita. Mi recai a Castellabate. Il posto era magico. Era il mio posto con il mare all’orizzonte e colline verdi coltivate a ulivo, vigneti, piante di fichi tutt’intorno. Anche Castellabate è un luogo magico, con una storia commovente. Venne Giovanni, vennero i nostri figli. Intavolammo una lunga, difficile trattativa. Palazzo Gentilcore è assai antico, risale al 1100. Fu fabbrica prima, palazzo gentilizio dal 1745 della famiglia De Angelis, sede del Comune e della Prefettura dal 1931, infine albergo dal 1967 a opera di una società tedesca. Fu il suo momento di maggior gloria, con il pianoforte sulla terrazza sommitale. Dai De Angelis passò a un’altra famiglia nobiliare, i Matarazzo. Negli anni Novanta nuovo passaggio di proprietà, alla signora dal quale l’abbiamo acquistato. Ci vollero nervi saldi e sangue freddo oltre che una forte determinazione. Riuscimmo a concludere il rogito davanti al notaio. Giovanni ci convocò in albergo, aveva portato picconi per tutti, compresi i nostri figli, e ce li distribuì. Smontammo a picconate i pavimenti, i sanitari, tutto ciò che andava rimosso senza che l’edificio ci cascasse sulla testa. Mi ritrovai perfino, vestita con un elegante tailleur, a guidare un pick up pieno all’inverosimile di sanitari fino all’isola ecologica. Non avrei dovuto farlo io, era un’emergenza, così guidai quel bestione su quattro ruote fino all’isola ecologica. Da noi è difficile trovare un rettilineo. Quando gli operai del posto scoprirono che cosa avevo fatto, mi adottarono: ero una di loro. Sono stati i nostri figli a scegliere i tre colori chiave che hanno improntato la ricostruzione dell’albergo: il verde, il turchese, il blu di prussia. Le tredici camere sono tutte diverse fra di loro tranne che per il modulo del bagno, che prevede un box doccia a tutta parete con un elemento verticale con soffione e getti laterali e una doccetta mobile. Due delle 13 camere hanno due camere matrimoniali, ideali per le famiglie con figli. Alcune camere hanno degli archi in roccia viva che abbiamo voluto conservare. Li troviamo molto suggestivi oltre che segno del tempo e delle modifiche vissute dall’edificio, idem un angolo bruciato, che richiama i moti del 1828, memoria permanente impressa anch’essa nella materia viva dell’edificio. Abbiamo adottato le ceramiche di Vietri per i pavimenti con colori e disegni cangianti camera per camera rifacendoci anche a disegni di Giò Ponti, alcuni pavimenti alternano il legno di ulivo con le ceramiche di Vietri. Sono state dipinte a mano nella fabbrica Ceramica Artistica Solimene di Vietri. Le pavimentazioni degli spazi comuni sono in cotto di Ogliara, la patria del cotto salernitano. I nomi delle camere si rifanno alle frazioni di Castellabate, Comune diffuso che comprende anche il litorale che fronteggia il golfo antistante il borgo. L’unica camera che non si rifà alle frazioni è la camera Castello perché ricorda il precedente Hotel Castello, che abbiamo acquistato nel 2018. I letti sono grandi, con materassi concepiti per facilitare il sonno. Un personaggio del mondo del cinema assai famoso in una serata di pioggia giunse da noi stanco, nervoso. Volle vedere tutte le camere, scelse una delle due che hanno il loggiato. La mattina successiva volle vedermi: voleva sapere chi ci aveva fornito i materassi. Voleva comprarne uno per casa sua, a Roma. Non aveva mai dormito così bene. Lo indirizzammo alla Citera Materassi di Sapri che li realizza. Doveva fermarsi un giorno, sostò per un’intera settimana. Non è stato l’unico caso. Abbiamo utilizzato artigiani e aziende del territorio e solo del territorio. Abbiamo recuperato armadi di antiquariato per inserire la storia nell’arredo contemporaneo. Sulle pareti ci sono opere di José Ortega, pittore rivoluzionario spagnolo allievo di Picasso, che visse per vent’anni a Bosco, nel Cilento, dove esiste un museo a lui dedicato. L’artista decise di stabilirsi a Bosco perché il borgo contadino era simile a quello della sua infanzia e gli abitanti – poveri, con il viso scurito e indurito dal sole – richiamavano la sua gente. Poi, la storia di Bosco – fatta di gente ribelle al potere borbonico – si intreccia al vissuto del pintor, che ha combattuto la dittatura di Franco dall’età di quindici anni, pagando con il carcere e l’addio all’amata Spagna. Da Bosco nel giugno 1828 erano partiti i primi moti libertari del Cilento, repressi violentemente nel sangue. Il paese fu dato alle fiamme dai Borbone, raso al suolo e cancellato per sempre dall’Albo dei Comuni “per tirannica vendetta combusta, perché prima spiegò il tricolore”. A ricordare l’accaduto è un murales maiolicato dipinto dallo stesso Ortega, sito all’ingresso del paese, a tutti ormai noto come la Guernica cilentana. Oltre a Ortega, i quadri esposti sono di artisti locali con l’obiettivo di trasformare le 13 camere dell’albergo in camere d’autore.
Palazzo Gentilcore è su tre piani con l’accesso alla Reception al secondo piano, con i piani inferiori che scendono seguendo l’andamento verticale del borgo con camere speculari al piano inferiore (molte con terrazza esterna o con loggiato), con la cantina che esce su entrambi i lati con un cortile sul lato del borgo e un giardino su quello che si affaccia sulle colline all’interno. Il giardino è dominato da alcune piante secolari di fico, di una bellezza struggente. Anche nel cortile c’è una pianta di fico, che è cresciuta direttamente sul muro di contenimento. Non si sa come abbia fatto, come faccia a sorreggersi, ma è robusta come acciaio. Palazzo Gentilcore è in posizione dominante rispetto all’orizzonte e nello stesso tempo defilato rispetto alla piazza periferica del borgo che ospita un grande parcheggio, condizione assai favorevole anche per noi. Il ristorante è stato affidato alle cure del fratello di Giovanni, Mario, un enogastronomo di vaglia che conosce i migliori produttori del territorio, come l’opificio Santomiele, di cui utilizziamo e promuoviamo i prodotti soprattutto a base di fichi, mandorle e miele. L’edificio propone anche una terrazza sommitale panoramica di 70 metri quadrati che in futuro ospiterà due suite dotate anche di vasche jucuzzi, vasche che metteremo anche nelle camere con loggiato. Le camere diventeranno 15. La superficie dell’albergo invece ammonta a 800 metri quadrati.”
Castellabate deve il suo nome al castello che fu costruito nel 1123 per difendere il territorio dalle frequenti incursioni dei pirati saraceni. Fu l’abate benedettino Costabile Gentilcore ha farlo edificare. Era il quarto abate della Badia di Cava, da cui dipendeva Castellabate. Costabile, diventato santo, è diventato anche il patrono del borgo. Dei primi sette abati di Castellabate, tre sono diventati santi, gli altri quattro sono considerati beati. Non dovevano essere tempi facili se si ascendeva così facilmente all’onore della santità… Il fiore preferito da Costabile era il pancrazio, il giglio di mare. Chiara e Giovanni nel loro albergo hanno voluto rendere omaggio sia al santo patrono di Castellabate, chiamandolo Palazzo Gentilcore, che al suo fiore preferito, cui hanno dedicato il ristorante, ristorante nella cui cucina troneggia Giuseppina Figliola, detta anche mamma Pina, “una anziana massaia cilentana cui si sono affezionati tutti i nostri ospiti” conclude Chiara Fontana. “Le materie prime provengono dal territorio e sono spesso di qualità unica, non solo eccezionale, come l’olio d’oliva proveniente da olive denocciolate, l’Oliva salella ammaccata del Cilento. Idem per i formaggi, i salumi, gli ortaggi, la carne, il pesce. In futuro proporremmo prodotti etichettati Palazzo Gentilcore per garantire ulteriormente la nostra qualità.”

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here