Il Turismo nell'era del Covid-19

Calma e gesso. Ma anche progetti concreti

Diamo vita a un progetto Italia nel settore del Made in Italy e dello Stile di Vita (questo dovrebbe essere il nome vero del ministero del turismo) per promuovere meglio tutta l’Italia e non solo le destinazioni più note

Paul Kennedy nel 1987 pubblicò il libro “Ascesa e declino delle grandi potenze” in cui analizzava ciò che è accaduto dal 1500 fino all’età contemporanea partendo dagli imperi europei del 1500 (spagnolo, portoghese), del 1600 (olandese, inglese, francese), le guerre europee del 1700, l’avventura napoleonica, l’ascesa dell’impero britannico, quello dell’impero tedesco guglielmino, la prima e la seconda guerra mondiale con il declino degli imperi tradizionali europei a tutto vantaggio di quelli nuovi, l’Urss e gli Stati Uniti d’America, arrivando al periodo di Reagan e di Gorbacev con la Cina di Deng Xiaoping che si stava affacciando in maniera sempre più prepotente vista soprattutto in funzione antisovietica. Nel 1987, quando fu pubblicato il libro, la Guerra Fredda sembrava al suo culmine e la guerra termonucleare la minaccia più concreta per l’umanità. Nell’Europa continentale c’era la CEE (la Comunità economica europea) a 12 Paesi, gigante economico, nano politico.
Kennedy, nato in Inghilterra nel 1945, è considerato, con merito, tra i massimi storici contemporanei. Quel che colpisce, in uno storico così rigoroso quanto acuto, è che nel 1987 non avesse minimamente previsto la caduta del Muro di Berlino e la repentina scomparsa dell’impero comunista. Tratta la guerra dell’Afghanistan nella quale l’Urss si era infilata improvvidamente nel 1979 come un fatto secondario e non come un nuovo Vietnam nel quale l’Urss avrebbe perso sia la faccia che la testa. Stranamente non era stato informato che il crollo del prezzo del petrolio che caratterizzò gli anni Ottanta era conseguenza proprio dell’avventura russa: Stati Uniti e Arabia Saudita si erano messi d’accordo perché gli arabi pompassero petrolio a manetta per far crollare i prezzi e lasciare i russi nei guai visto che il loro petrolio, che veniva estratto dalle parti del Mar Caspio da grandi profondità, aveva costi di estrazione che lo rendevano troppo costoso quando il prezzo del barile scendeva sotto i 17 dollari. La guerra in Afghanistan era finanziata innanzitutto dal petrolio russo che dopo la shock petrolifero del 1972 era diventato una sorte di cornucopia per l’impero comunista. Il crollo del prezzo del petrolio riportato attorno ai 10 dollari fu la vera causa della sconfitta assai più dei morti che furono solo una frazione di quelli sopportati dagli americani in Vietnam (15.000, altre fonti dicono 26.000 morti russi, contro i 56.000 morti americani).
Kennedy nel 1987 temeva il crollo dell’Urss perché tale fatto avrebbe portato alla terza guerra mondiale e non al suo superamento, come è stato. Pensava che la Cina sarebbe stata un alleato strategico degli Usa e non il suo principale rivale strategico quale è diventato.
Proprio perché Kennedy è uno storico serio e rigoroso, la sua mancanza di preveggenza spiega perché gli storici sono sempre dei pessimi politici e i politici sono sempre dei dilettanti allo sbaraglio. Storici, politici, economisti sono come i generali al tempo di Napoleone Bonaparte: buoni per vincere le guerre del passato, assai meno per contrastare un giovanotto di 29 anni libero dai pregiudizi del passato che sapeva inventare ciò che non era mai esistito, come avevano fatto prima di lui sostanzialmente Alessandro il Grande, Annibale, Scipione l’Africano, Giulio Cesare, tutta gente che aveva avuto più fortuna che scienza. Alessandro con la sola spada in pugno si gettava nella mischia a cavallo con il rischio di prendersi una freccia nell’occhio (come accadde al re d’Inghilterra ad Hastings nel 1066) o un colpo di lancia, Annibale un occhio ce l’aveva rimesso giusto attraversando gli Appennini, Scipione era sopravvissuto alla carneficina di Canne in cui aveva combattuto come legionario, Cesare erano state più le volte che aveva rischiato il disastro di quelle che aveva pianificato con intelligenza le sue battaglie: fu sempre incredibilmente fortunato finché non esagerò, ritenendosi immortale, e fu sbudellato nel Senato, lontano da qualsiasi pericolo militare. Nel 1796 Napoleone a Lodi portò il cavallo su una granata per suicidarsi convinto di aver perso la battaglia e quindi anche la guerra. All’epoca in Francia i generali sconfitti finivano sulla ghigliottina. La granata scoppiò, il cavallo morì, Napoleone non si fece neppure un graffio, arrivò una staffetta a cavallo che gli comunicò che avevano vinto.
Quando Andrea Doria a Genova nel 1528 organizzò un colpo di Stato per portare la repubblica ligure dall’alleanza con i francesi a quella con gli spagnoli, poco tempo dopo un gruppo di giovani aristocratici ordì una congiura per togliergli il potere. Si impadronirono del porto, assassinarono il nipote di Doria, Giannettino, che era corso al porto convinto che stessero per arrivare i Turchi, quindi si imbarcarono per andare a occupare gli altri porti della costa ligure. L’avessero fatto, avrebbero vinto. Il capo dei congiurati, Gianluigi Fieschi, armato di tutto punto con tanto di corazza in metallo che gli ricopriva la gran parte della persona (qualcosa come una trentina di chili di peso), salì con passo spedito sulla pedana che portava alla galea. Scivolò sul legno fradicio, cadde nella melma del porto, annegò. Con lui annegò anche la congiura… Paradossalmente, quell’aborto di congiura fu la fortuna di Genova che per tutto il 1600 fece da broker agli spagnoli che portavano in nave l’argento delle miniere del Potosì (nella lontana Bolivia), lo sbarcavano a Siviglia e da lì, a dorso di mulo, raggiungevano Genova da dove poi prendevano la strada delle Fiandre, dove gli spagnoli dovevano pagare gli stipendi ai loro eserciti impegnati in un’assurda quanto onerosa guerra contro gli Olandesi. Genova da buon broker incassava una sostanziosa percentuale di quel fiume d’argento, pardon… di palanche. Il 1600 non a caso è stato chiamato il siglo d’oro di Genova (alla spagnola). Doria nel 1528 sapeva che Carlo V era diventato il padrone dell’Europa ma né lui né il sovrano spagnolo erano a conoscenza dell’argento degli Inca visto che Francisco Pizarro ci sarebbe andato solo nel 1534…
La Storia è la più imprevedibile delle scienze ed è bene ricordarlo sia quando ci si fa prendere da un eccesso di ottimismo che quando si scivola nel più nero dei pessimismi. Il 2020 passerà alla storia come un anno incredibile, per molti versi unico almeno per la storia contemporanea. C’è stata una sorta di guerra planetaria senza che si sia sparato neppure un colpo eppure i morti sono stati centinaia di migliaia, l’economia è crollata ovunque, allo stato attuale non si ha la più pallida idea di quali saranno le conseguenze sia a breve termine che sul più lungo periodo. Ammesso che la pandemia di Covid-19 si esaurisca entro l’anno, la ripresa è affidata davvero alla volontà degli dèi perché riguarda tutto il pianeta e non solo una sua parte come di solito è accaduto, nello stesso tempo non si riparte dalle macerie, dalle distruzioni, dalla vendetta dei vincitori sui vinti e dalla voglia di rivalsa di questi ultimi. Abbiamo perso tutti, quindi all’apparenza non ha perso nessuno. Se l’economia riparte e ritrova i venti del 2019, nell’Unione Europea si tornerà a litigare tra italiani, francesi, olandesi, tedeschi, gli americani continueranno a litigare con tedeschi, russi e cinesi su scala più ampia, ma alla fin fine l’economia ritroverà la sua strada e così anche la gran parte degli Stati e dei popoli. Se invece la pandemia ritornerà in autunno, magari più assetata di sangue che mai, difficile immaginarne le conseguenze.
Per il turismo, il settore a noi più caro, l’immediato è la necessità di sopravvivere a tutti i costi nonostante il crollo dei trasporti e di conseguenza anche dei flussi turistici. I Governi, tutti i governi, stanno elargendo soldi come fossero elemosine anche perché i politici per loro natura ragionano più in chiave elettorale che proiettandosi sull’interesse delle generazioni. Bisogna investire perché il presente non diventi un cimitero ma bisogna anche investire perché le prossime generazioni abbiano un futuro e non solo un passato, anzi un trapassato…
Stiamo ripartendo, con ostacoli che sembrano montagne, ma stiamo ripartendo. Ogni giorno che passa, ogni settimana che passa, ogni mese che passa, ci avvicina alla fine dell’emergenza e al ritorno di una normalità che nella Storia, per definizione, non è mai uguale a se stessa. In Italia può essere l’occasione per ripensare ciò che non ha funzionato dalla sanità affidata alle Regioni al Turismo, affidato al nulla visto che neppure le Regioni se ne occupano più di tanto. Diciamocela tutta, al turismo è andato bene che Stato e Regioni latitassero: ci pensavano le OTA (le terribili, maledette OTA), il papa, i beni culturali e archeologici, la cinematografia internazionale, l’esperienza enogastronomica a rendere l’Italia la più visibile e desiderata delle destinazioni turistiche. Lo dicono i numeri, le statistiche. Nel 2019 abbiamo registrato più di 90 milioni di stranieri in Italia con problemi di over tourism (Venezia, Firenze, Roma, sulla costiera amalfitana e non solo) di cui quest’anno proveremo nostalgia. Di solo incoming siamo passati dai 30 miliardi di euro del 2011 a 45 miliardi di euro nel 2019 con la prospettiva di arrivare a quota 48 miliardi di euro nel 2020 se non fosse arrivato il virus. Con tutta la consolidata abitudine ad autodenigrarci, siamo stati bravi, davvero bravi! E tutto questo nonostante l’assenza di un Ministero del Turismo degno di questo nome, nonostante le ristrettezze economiche dell’Enit, che dovrebbe promuovere l’Italia nel mondo ma spesso non ha i soldi neppure per pagare le bollette della luce (esagero ma è un modo per far capire che non si possono fare le nozze con i fichi secchi…).
Ne usciremo, questo è certo. Cerchiamo di uscirne tutti assieme, aiutando chi non ce la fa a superare il 2020, impostando una volta per sempre uno straccio di progetto Italia nel settore del Made in Italy e dello Stile di Vita (questo dovrebbe essere il nome vero del ministero del turismo) per promuovere meglio tutta l’Italia e non solo le destinazioni più note, per portare i turisti italiani oltre che stranieri nelle aree meno conosciute del Meridione, per migliorare il livello scolastico di chi lavora nel turismo dando vita a una Università di management per tutte le professioni che sia ancorata al mercato del lavoro per garantire sbocchi di mercato a chi merita e non solo a chi è figlio di o amico di…

Isola Bella, Palazzo Borromeo. Galleria Berthier

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