Il futuro è sempre nelle nostre mani

“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”

Bill Gates dopo essere diventato uno degli uomini più ricchi del pianeta ha deciso di investire una buona parte della sua ricchezza (che ammonta ad alcune decine di miliardi di dollari) a favore delle popolazioni più povere, in particolare in Africa e in India. I suoi viaggi gli hanno fornito una particolare sensibilità umana oltre che una notevole apertura culturale. Si è reso conto per esempio che il pianeta è alle prese con una incredibile rivoluzione demografica che in soli 75 anni ha triplicato la popolazione mondiale passata da 2,5 miliardi nel 1945 a 7,5 miliardi con l’Asia che è letteralmente esplosa (Cina e India da sole hanno raggiunto i 3 miliardi di persone) e l’Africa che entro cinquant’anni colmerà il deficit storico dovuto alla tratta degli schiavi tra il 1600 e il 1800 raddoppiando gli attuali 1,21 miliardi di residenti (l’Africa è tre volte più grande della Cina e ha meno abitanti).

Gli esseri umani della specie Homo Sapiens hanno impiegato grosso modo 200.000 anni per diffondersi sull’intero pianeta e arrivare a quota 5 milioni (tanti si ritiene fossero i cacciatori/raccoglitori di 15.000 anni fa prima della rivoluzione agricola), hanno impiegato circa 12.000 anni per arrivare al primo miliardo (nel 1800, all’epoca di Napoleone Bonaparte), soltanto 150 anni per raddoppiare, 75 anni per triplicare ulteriormente.
Questa rivoluzione è stata innescata soprattutto dalla distribuzione di massa degli antibiotici, dei vaccini, dei disinfettanti, dalla realizzazione delle fognature e degli acquedotti nelle città, dei bagni pubblici e di quelli privati nelle case, degli ospedali, che hanno ridotto quando non eliminato del tutto le grandi pandemie del passato (peste, lebbra, vaiolo, colera, tifo, difterite) e malattie feroci come malaria, tubercolosi, poliomielite, sifilide, più di recente l’HIV, che provocavano innanzitutto una notevole mortalità infantile oltre a ondate pandemiche che si lasciavano alle spalle territori desertificati dal punto di vista della presenza umana.
Nel 2015 durante un convegno internazionale Gates pronosticò che la prossima crisi mondiale non sarebbe stata di tipo economico ma di tipo sanitario provocata da una pandemia indotta da un virus. Cinque anni dopo, siamo entrati nell’era del Covid-19, probabilmente il primo di una serie di coronavirus con i quali dovremo combattere e convivere nei prossimi anni e decenni.
Chi è abituato a guardare il dito anziché la Luna, si concentrerà sulla ricerca delle responsabilità politiche e culturali dei territori dove si è originata la pandemia (la Cina nel caso del Covid-19) sorvolando sul fatto che un pianeta disseminato di megalopoli di 10, 20 e più milioni di esseri umani (Shanghai da sola ne vanta 27 milioni) concentrati in territori ristretti, dove spiccano centinaia se non migliaia di grattacieli per poterli contenere, è sempre più esposto a qualsiasi forma di contagio.
C’è chi si illude che l’eugenetica sia una forma di soluzione: lasciamo che le pandemie creino un’immunità di gregge eliminando gli anziani (dai 70 anni in su), i malati (di cuore, di diabete, di cancro, di malattie immunodeficienti), i poveri, vale a dire tutti coloro che non hanno i soldi per scappare in luoghi ameni all’arrivo della pandemia (come fecero i giovani aristocratici fiorentini descritti nel Decamerone di Boccaccio) o farsi curare in ospedali forniti delle attrezzature sanitarie più sofisticate (come negli Stati Uniti). Le pandemie, la Storia insegna, sono animali assai strani quanto democratici: la peste mieté ricchi e poveri, aristocratici e plebe, così pure la lebbra, il vaiolo, la poliomielite (una delle vittime più illustri fu Franklin Delano Roosevelt, presidente degli Stati Uniti dal 1933 fino alla morte, nel 1945), senza contare che certe malattie, come le malattie cardiovascolari e il diabete, sono più tipiche dei ricchi che dei poveri, come era una volta la gotta.
Un pianeta unificato prima dall’economia globale e poi dai virus può continuare a giocare agli Stati, all’egoismo dei singoli popoli (“prima Noi”) salvo poi scoprire che una bolla speculativa innescata dal mercato immobiliare negli Stati Uniti diventa una pandemia economica per l’intero pianeta, come è accaduto nel 2008, e che un virus pressoché invisibile viaggia più velocemente di un satellite e contagia l’intero pianeta, come sta accadendo in questo fatale 2020, prima ancora che le autorità sanitarie se ne rendano conto e i politici, non sapendo a che santo votarsi, inizino a chiudere le frontiere. Peccato che i virus non abbiano passaporto… Sono apolidi per definizione. Chi crede nei complotti e nei virus fabbricati in laboratorio, appartiene alla genìa dei Don Ferrante descritto da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi: troppo stupidi per essere presi sul serio…
Il che fare include un approccio molto complesso, che affronta gli stili di vita oltre che le condizioni sanitarie, di certo impone una profonda revisione degli stili di vita che caratterizzano la nostra specie.
L’Homo Sapiens quando era cacciatore/raccoglitore viveva in piccoli gruppi umani sparsi su immensi territori. Non conosceva pandemie perché eventuali infezioni sterminavano i gruppi parentali isolati localmente risolvendo il problema alla radice. L’isolamento dei gruppi umani evitava i contagi. I cacciatori/raccoglitori avevano un solo gruppo sanguigno, lo 0. Non avevano bisogno di antigeni particolari perché non avevano animali domestici o addomesticati che avrebbero trasmesso loro i virus che passano da una specie all’altra, come è accaduto con la pastorizia e le città stanziali. Le civiltà della pastorizia e dell’agricoltura hanno imposto all’Homo Sapiens un prezzo drammatico legato alle pandemie, nello stesso tempo hanno immunizzato i sopravvissuti, che hanno cambiato gruppi sanguigni diventando A, B e AB. Il gruppo 0 non ha antigeni motivo per il quale i nativi americani, che non avevano addomesticato ovini, bovini, equini, pollame (sterminati nelle Americhe dai cacciatori/raccoglitori nomadi che a ondate vi posero piede tra i 28.000 e i 15.000 anni fa), quando incontrarono gli europei nel 1492 rischiarono l’estinzione: nei cinquant’anni successivi al 12 ottobre del 1492 si calcola che 50 dei 60 milioni di nativi americani morirono a causa principalmente dei batteri e dei virus importati dagli europei.
Homo Sapiens ha modificato l’habitat che avevano incontrato i suoi antenati fin da quando è uscito dall’Africa, più volte ma in maniera definitiva a partire da 70.000 anni fa. Ha iniziato a modificarlo quando era cacciatore/raccoglitore sterminando gli animali di grossa taglia a causa di tecniche di caccia efficaci quanto distruttive: il fuoco che bruciava la sterpaglia e abbrustoliva letteralmente gli animali che vi restavano intrappolati, i burroni verso i quali venivano spinti i branchi che in quel modo venivano sterminati affinché il piccolo gruppo di cacciatori potesse portare al villaggio alcune decine di chili di carne, i cacciatori/raccoglitori secondo Jared Diamond e gli archeologi sono stati per esempio i responsabili della scomparsa degli equini dalle Americhe sottraendo ai popoli amerindi la possibilità di disporre di una forza locomotrice naturale quale quella fornita dai cavalli nell’Eurasia, estesa geograficamente soprattutto in orizzontale e in quel senso offrendo nicchie ecologiche nelle quali gli animali di grossa taglia sono riusciti a sopravvivere ai nostri antenati del Paleolitico. Il bisonte americano, all’opposto dell’Uru eurasiatico (progenitore dei bovini), non è mai stato addomesticabile. Gli amerindi non hanno mai inventato la ruota perché non disponevano di animali da tiro. Più importante fu l’impatto prodotto dalle civiltà agricole stanziali, che deforestarono progressivamente porzioni significative del pianeta producendo enormi quantità di anidride carbonica che iniziarono a creare un effetto serra fondamentale nello stabilizzare il clima del pianeta e allungare la fase interglaciale nella quale stiamo vivendo. Senza l’effetto serra prodotto dalle civiltà agricole, forse saremmo già in una nuova fase di glaciazione, come era avvenuto nel corso degli ultimi 2,5 milioni di anni. I Neanderthal in Europa, come i Denisoviani in Asia, erano cacciatori/raccoglitori che nel corso di almeno 300.000 anni si erano adattati assai bene alle fasi glaciali e interglaciali del pianeta. I Neanderthal erano esseri cognitivi quanto i Sapiens: sono state ritrovare grotte affrescate dai Neanderthal 120.000 anni fa. Sono stati i Neanderthal a insegnare tali tecniche ai Sapiens in Europa. In Africa non sono mai state ritrovate grotte affrescate dai Sapiens come è accaduto per esempio in Spagna, affreschi risalenti a solo 40.000 anni fa. Non sappiamo ancora quali cambiamenti climatici abbiano portato alla scomparsa di questi ominini (lo siamo anche noi) attorno ai 30.000 anni fa: si sospettano cambiamenti climatici legati al Sole. Ma allo stato attuale delle ricerche sono solo congetture.
La rivoluzione industriale, a partire dalla metà del 1700 prima nelle isole britanniche poi nel continente europeo, ha accelerato in maniera drammatica questi fenomeni: la deforestazione da un lato, la produzione di gas serra dall’altro, hanno innescato un cambiamento climatico antropico come non era mai accaduto nel corso della storia del pianeta. Non a caso si parla di Antropocene per indicare l’epoca geologica nella quale stiamo vivendo.
Le modificazioni climatiche portano con sé anche modificazioni dell’habitat e dei patogeni che vi prosperano. E’ accaduto durante l’impero romano quando fenomeni vulcanici importanti (l’eruzione a grappolo di vulcani esplosivi nella lontana Asia) si sono assommati a una civiltà basata sulle 1000 città che caratterizzavano l’impero per diffondere le prime pandemie conosciute, le due di vaiolo del 165-180 e del 265, quella di peste bubbonica del 453 che tagliò le gambe ai sogni imperiali di Giustiniano. Qualcosa di analogo è avvenuto anche nel 1348 quando un’altra esiziale pandemia di peste mise in ginocchio un’Europa in piena rinascita dopo la grande crisi politica e demografica che aveva caratterizzato i 500 anni successivi alla fine dell’impero romano d’Occidente (476). L’impero romano si è sviluppato nel corso di un mezzo millennio di Optimum climatico, tra il 200 prima della nostra era (la vittoria di Zama che regala l’impero a Roma è del 202 prima della nostra era) e la fine del quinto secolo, che corrisponde anche a un periodo di gloria dell’impero cinese (formatosi nel 221 prima della nostra era con l’imperatore Qin Shi Huangdi).
Non è casuale che la prima autentica pandemia della civiltà globale del Terzo Millennio si accompagni a una crisi climatica sempre più evidente. Lo scioglimento dei ghiacciai sulle montagne e delle calotte polari innalzerà i mari di alcune centinaia di metri, sommergendo le coste e le città che vi si affacciano. Non è una previsione, è una certezza. Gli eventi climatici – tornadi, cicloni, maree, tempeste – diventeranno più intensi a causa della maggiore energia presente nell’atmosfera e della quantità di acqua accumulata negli oceani. Saranno sconvolgimenti biblici cui Homo Sapiens si adatterà come si è adattato ai cambiamenti climatici avvenuti nel passato, soprattutto nelle altre fasi interglaciali di cui non abbiamo alcun reperto archeologico mentre conosciamo assai bene la scansione geologica.
C’è chi romanticamente implora che ci si occupi del pianeta prima che questo muoia. Sbagliato. Il pianeta Terra non corre alcun rischio a causa di una delle migliaia di forme vivente che lo caratterizzano. Sarebbe a rischio se incrociasse l’orbita di qualche pianetoide a spasso per il cosmo o se un flusso di magma solare spazzasse via la sua atmosfera come pare sia accaduto su Marte qualche miliardo di anni fa. Gli umani al più possono suicidarsi come specie, oltre che come singoli. Il pianeta non se ne accorgerebbe. Quando un meteorite, 65 milioni di anni fa, è piombato con incredibile violenza sullo Yucatan, nell’America Centrale, furono i dinosauri a esserne le principali vittime, spinti all’estinzione, sia i dinosauri marini che quelli terrestri mentre si salvarono i loro discendenti con le ali oltre ad altre specie come le tartarughe, i pescecani, i coccodrilli, la gran parte degli insetti. Il pianeta continuò a ruotare attorno al Sole con un’orbita ellittica e un periodo di 12 mesi e sul proprio asse con un tempo di rivoluzione di 24 ore. La Luna era più vicina di 2.600 chilometri (attualmente dista 384.400 chilometri). I mammiferi occuparono progressivamente le nicchie ecologiche rimaste libere. Noi discendiamo, come tutti gli altri mammiferi presenti sul pianeta, da quei piccoli topiragno che all’epoca dei dinosauri vivevano sostanzialmente sottoterra e si avventuravano in superficie di notte.
La crisi del Covid-19, assieme ai cambiamenti climatici, è il segnale forte e chiaro, politicamente significativo, che la civiltà umana per continuare a essere civile, vale a dire coesa dal punto di vista sociale ed economico, deve effettuare un nuovo salto di qualità, come è avvenuto quando passò dalla fase dei cacciatori/raccoglitori a quella dei pastori nomadi e degli agricoltori stanziali e infine alla fase della rivoluzione industriale, che è stata soprattutto rivoluzione della scienza, della conoscenza, della tecnologia, della politica. Il Covid-19 e i cambiamenti climatici avvengono anche alla vigilia di una nuova, incredibile rivoluzione, quella indotta dall’Intelligenza Artificiale, che renderà obsolete la gran parte delle professioni oggi esistenti in quanto saranno le macchine a sostituirci non solo nell’attività muscolare ma anche in parte in quella intellettuale, fino a oggi monopolio esclusivo dell’Homo Sapiens.
E’ folle pensare di gestire 7,5 miliardi di esseri umani, che diventeranno 9 miliardi entro i prossimi cinquant’anni, senza cambiare in profondità il sistema economico, gli stili di vita, l’impatto stesso dell’attività umana sul pianeta. Lo possiamo fare attraverso gli strumenti della condivisione dei valori e della democrazia politica oppure lasciare che sia il Fato a decidere del nostro destino, come avvenne nel 1914 quando una civiltà sostanzialmente omogenea (quella europea e americana) pur di far trionfare gli egoismi dei singoli compromise il futuro dell’intera collettività attraverso due allucinanti guerre mondiali che costarono la vita a oltre 100 milioni di esseri umani quando sul pianeta non superavamo i due miliardi.
Il prezzo che pagheremmo oggi sarebbe incomparabilmente maggiore.
Non si tratta solo di battere il Covid-19 e ridimensionare e rendere più vivibili i cambiamenti climatici. Si tratta di salvare l’Homo Sapiens da se stesso, dai suoi egoismi arcani, dalla mancanza di empatia per gli esseri umani interpretata dalla politica come dai mass media.
E’ un processo alle battute iniziali, piene di contraddizioni e anche di passi all’indietro. Si tratta di riportare al centro dell’attenzione politica gli esseri umani, i loro diritti, i loro doveri. Si tratta di allargare gli orizzonti della democrazia politica, rimettendo al centro della sua sfida la libertà in tutti i suoi aspetti, delle idee come del potersi muovere, di approfondire gli aspetti identitari dell’Unione Europea contro le forze centrifughe che la stanno torcendo come se fosse uno straccio per i pavimenti, di riscrivere le regole del commercio mondiale affinché tutti i maggiori protagonisti, Cina, India, Russia, Stati Uniti, Unione Europea, gli stati maggiori e minori di America Latina, Africa e Asia, sottoscrivano un nuovo patto che abbatta i livelli di inquinamento del pianeta, che raccolga dai fiumi e dagli oceani i miliardi di tonnellate di plastica che vi sono state riversate, che ponga fine alle guerre per procura che stanno insanguinando soprattutto l’Africa e il Medio Oriente, che si faccia carico dell’istruzione e della sanità per i Paesi più poveri in cambio dell’accettazione degli strumenti sostanziali della democrazia politica (la libertà di espressione in primis), che liberi dalla fame chi ancora è costretto a vivere di elemosine e a raccogliere gli scarti dei Paesi più ricchi.
E’ utopia? Sì. E’ la stessa utopia che ha consentito all’Homo Sapiens di emergere dalle foreste e dalle savane per dar vita alle prime forme di civiltà, che gli ha consentito di inventare la scienza e la conoscenza, di dar vita alla parola scritta come all’arte, di creare una civiltà che con tutte le sue luci e le sue ombre lo ha proiettato nello spazio e nello stesso tempo lo ha emancipato dalla fame, dalle carestie, dalle malattie che rendevano la vita dei suoi avi più breve e soprattutto più sofferente. L’Homo Sapiens è una specie votata all’Utopia perché il giorno che smetterà di sognare un mondo migliore, a partire da se stesso, smetterà di esistere. “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” scrisse Dante Alighieri. Non è utopia, è la condizione umana.

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