Alcune riflessioni a margine di un’esperienza radiofonica nel Cadore veneto

Fu turismo? o Futurismo?

Le Olimpiadi della neve Cortina-Milano del 2026 e le Paraolimpiadi della neve di Cortina d’Ampezzo del 2026 rappresentano un’occasione unica e irripetibile per far scoprire un nuovo brand, le Dolomiti Bellunesi, protagoniste del brand Dolomiti patrimonio dell’Umanità Unesco. E’ un percorso lungo, è una sfida assai impegnativa ma è soprattutto una fantastica opportunità per tutto il territorio della provincia di Belluno
CORTINA D’AMPEZZO

Mercoledì 7 luglio ho partecipato alla prima trasmissione ufficiale di “Fu-Turismo” andata in onda su Radio Club 103 di Valle di Cadore, nelle Dolomiti Bellunesi. E’ una trasmissione organizzata con Gildo Trevisan, un amico albergatore di Pieve di Cadore (Hotel al Pelmo), presidente del Consorzio turistico Centro Cadore, che conosco da almeno 25 anni. La trasmissione la si può ascoltare anche in podcast nel sito web della radio www.radioclub103.it. In Facebook la radio la si trova in www.facebook.com/RadioClub103Dolomiti. In Istagram in www.instagram.com/radioclub103. C’è ovviamente anche la app per chi la voglia ascoltare sul proprio cellulare. La trasmissione Fu-Turismo va in onda tutti i primi e terzi mercoledì del mese alle ore 10,30. Dura 60 minuti.
L’idea della trasmissione nasce da una elementare constatazione: non esiste il brand Dolomiti Bellunesi che pure rappresentano la parte più cospicua delle Dolomiti patrimonio dell’Umanità Unesco che coinvolgono le province di Belluno, Trento, Bolzano e Pordenone, vale a dire le regioni del Veneto, del Friuli Venezia Giulia e del Trentino-Alto Adige. La parte più rilevante delle Dolomiti, tutte di una bellezza incommensurabile, in termini proprio di quantità appartiene alla provincia di Belluno, piccolo, delizioso capoluogo (35.000 abitanti), ai piedi delle Dolomiti della Schiara, sulla confluenza del torrente Zardo con il fiume Piave (in veneto è la Piave), che gode di una elevata qualità della vita dei propri residenti certificata più volte nelle statistiche nazionali quanto poco presente sui mass media.
Belluno ha origini celtiche e significa “città splendente”. I primi insediamenti umani risalgono a 3000 anni fa. Fu fondata dai Romani come Bellunum tra il 220 e il 200 prima della nostra era, circa 2240 anni fa circa. Si diede alla Serenissima Repubblica di Venezia nel 1404. Dopo le parentesi austriaca e francese (all’epoca di Napoleone) e ancora austriaca, divenne italiana nel 1866 e tale è rimasta. L’ampezzano (con Cortina d’Ampezzo) passò dal Patriarcato di Aquileia a Venezia nel 1420 salvo diventare asburgica nel 1511 dopo la guerra contro la Lega di Cambrai persa da Venezia. Diventò italiano solo nel 1918, dopo la fine della prima guerra mondiale. Da qui una diversità che è anche culturale degli ampezzani rispetto al resto della provincia.
L’occhialeria rappresenta il 71% dell’export provinciale (dati del 2019), seguono i macchinari industriali e i prodotti in gomma-plastica. Il turismo si è concentrato soprattutto a Cortina d’Ampezzo (conosciuta a livello internazionale), nel Cadore, nell’Agordino e nel Comelico (con Sappada che però dal 2017, dopo un locale referendum del 2008, è diventata friulana).
L’industria manifatturiera ha reso ricco il Bellunese e ha invertito il fenomeno storico dell’emigrazione che ha riguardato l’intero arco alpino italiano oltre che la dorsale appenninica. Se l’occhialeria ha riscattato in particolare il Cadore e l’Agordino, la gelateria ha dato da vivere all’emigrazione della Val di Zoldo i cui gelatieri sono diventati famosi soprattutto in Germania dove sciamavano tutti gli anni all’inizio della bella stagione. Ancora oggi il gelato più buono lo si gusta in Val di Zoldo mentre Longarone, allo sbocco della valle, organizza ogni anno a cavallo tra novembre e dicembre una delle più importanti mostre internazionali del gelato artigianale.
La montagna del Bellunese, per chi ne analizzi la cartina geografica oltre ad averla frequentata per sport o diletto, appare come una sorta di arcipelago (le Dolomiti sono state degli atolli tropicali qualcosa come 180 milioni di anni fa) dove le valli sono separate tra di loro dall’orografia di montagna come le isole di un arcipelago sono separate tra di loro dal mare che le circonda. Le strade di accesso sono strette e tortuose, soggette a frane e valanghe d’inverno laddove non sono stati costruiti tunnel e paravalanghe, il territorio è particolarmente verticale con verdi altipiani assolati che si aprono all’improvviso davanti all’esterrefatto visitatore. L’industria manifatturiera e il turismo hanno riscattato luoghi dove la vita è sempre stata dura, dove la falce saliva e scendeva lungo i costoni prativi della montagna, dove le calchere e le carboniere aiutavano a sbarcare miseramente il lunario di chi respirava i fumi della calce piuttosto che quelli del carbone in queste improvvisate fornaci, dove il calcare diventava cemento e il legno carbone, fornaci che ancora oggi danno il nome a diversi borghi sperduti sulla montagna. La vita in montagna (lo so per discendere da una numerosa famiglia di contadini di montagna della Bergamasca: mio padre aveva 10 fratelli…) era particolarmente dura e selettiva, sia dal punto di vista fisico che mentale. I montanari sono sempre stati persone di poche parole cui in moltissimi casi è stata preclusa l’istruzione: finita la scuola elementare, se riuscivi a finirla, andavi garzone. Bisognava che tracimassero verso il piano perché i loro figli e nipoti scoprissero l’arte della scrittura e della parola…
Soprattutto, chi emigrava, in Italia o all’estero, trovava solo lavori di fatica (in miniera, nei cantieri, in fabbrica) o lavori di servizio (camerieri, facchini, cuochi, impiegati). Da qui la pulsione sociale e culturale a far studiare i figli perché non seguissero le orme dei padri, da qui l’idea che certi lavori (come quelli in albergo e nei ristoranti) fossero lavori da morti di fame. La classe operaia italiana (ne so qualcosa perché mio padre è stato operaio edile per trent’anni) si è battuta negli anni Sessanta e Settanta perché i figli non finissero alla catena di montaggio come operai ma semmai negli uffici come impiegati, che non dovessero più scendere nel ventre della terra come minatori o dovessero arrampicarsi su precarie impalcaure nei cantieri edili. Il mito del diploma e della laurea per tutti ha creato un esercito di sbandati che hanno tralasciato i lavori artigianali e tecnici, che hanno disdegnato il lavoro nel turismo e nei cantieri (lasciato agli extracomunitari arrivati sempre più numerosi a partire dagli anni Ottanta), che oggi ripiegano sul reddito di cittadinanza (strumento parassitario che ha sostituito l’indennità di disoccupazione per chi una occupazione non l’ha mai avuta) perché il Paese non ha sviluppato l’industria del turismo, vista ancora come un settore marginale e come un’attività di ripiego. Viviamo perfino il fenomeno di un’importante fuga di cervelli verso l’estero da parte di un Paese che ha dimostrato di averne poco, di cervello…
Nel turismo in Italia ci sono state splendide eccezioni come la Valle d’Aosta, il Trentino, il Sud Tirolo, Portofino, Capri, Taormina, il Salento, la Costa Smeralda, il Forte Village e Villasimius in Sardegna, la Versilia, le costiere sorrentina e amalfitana, la costiera romagnola, le coste friulana e veneta, le città d’arte (Roma, Venezia, Firenze, Verona, Siena) e più di recente i miracolati delle Olimpiadi (Torino nel 2006) e dell’Expo (Milano nel 2015). La presa di coscienza che il turismo è industria, non l’industria manifatturiera inquinante e distruttiva del territorio del passato ma quella ecologica (green) e responsabile del presente e del futuro, è ancora in divenire. L’Italia è diventata un gigante nel turismo suo malgrado, grazie all’incredibile patrimonio archeologico e culturale che abbiamo ereditato dal passato (per molti versi unico sull’intero pianeta), grazie al clima mediterraneo che garantisce almeno 10 mesi di turismo l’anno, a un mare che non scende mai sotto i 13 gradi anche nell’inverno più rigido, a una natura particolarmente rigogliosa che ha regalato all’Italia l’orto più opulento e differenziato che esista, il tutto in un fazzoletto di territorio (300.000 chilometri quadrati). L’Italia grazie alla storia, al clima, all’orografia ha dato vita alla maggiore biodiversità culturale che esista che si è riverberata in un’offerta enogastronomica davvero unica sul pianeta Terra: siamo l’unico Paese al mondo che propone oltre 70.000 ricette, la più ampia tipologia di formaggi, la più ampia tipologia di vini e superalcolici. Siamo diventati perfino esportatori di birra artigianale! Cina e Francia, i nostri maggiori concorrenti, non arrivano a quota 5000 ricette. Disponiamo della maggiore quantità di DOP (prodotti certificati) del continente europeo.

Un problema di mentalità
La sindrome dei montanari, che associano il loro passato di miseria in patria con i lavori miserevoli che sono stati costretti a fare all’estero, è diventato l’ostacolo maggiore per una crescita consapevole e responsabile dei territori di montagna. Nel Bellunese come in Abruzzo, altro territorio verticale che conosco abbastanza bene.
Nel Bellunese oggi c’è una opportunità che è unica e irripetibile: le Olimpiadi della neve Milano-Cortina del 2026 e le Paraolimpiadi della neve di Cortina del 2026. Sono eventi unici che stanno attirando capitali pubblici e privati sempre più consistenti. Nella sola Cortina d’Ampezzo i 10 alberghi che erano in vendita sono già stati acquistati ed entro i prossimi due anni verranno ristrutturati in maniera radicale. Idem per la ristrutturazione di gran parte degli alberghi esistenti. Alcuni di loro riapriranno con brand internazionali. L’Hotel Cristallo, albergo iconico di categoria 5 stelle, è stato acquistato da un fondo americano per una cifra degna di un campione di calcio, la famiglia Gualandi che lo possedeva dal 2001 ha già acquistato un altro albergo in loco e altri ne sta acquisendo per creare un cluster di pregio, il Grand Hotel Savoia è stato acquistato da una società di armatori greci che l’hanno sottoposto a una profonda ristrutturazione riaprendolo con il brand americano Radisson, uno dei più importanti al mondo. Cortina d’Ampezzo, regina dei mass media più che del turismo dolomitico, si appresta a diventare regina a tutto tondo sia delle Olimpiadi della neve che del turismo internazionale. Soprattutto, come hanno dimostrato il Giubileo del 2000 a Roma, le Olimpiadi delle neve di Torino del 2006, l’Expo Milan 2015, questi eventi non sono punti di arrivo ma semmai punti di partenza per entrare in un nuovo mondo, quello del turismo come industria che in Italia si abbina al brand Made in Italy, il brand più conosciuto nel mondo come stile di vita. Noi non si vende solo turismo, noi si vende uno stile di vita ammirato quanto invidiato in tutto il mondo, soprattutto uno stile di vita che milioni di turisti benestanti internaazionali vogliono condividere con noi italiani venendo a trovarci durante tutto l’anno.
Il Distretto turistico delle Dolomiti e i vari Consorzi del turismo del Bellunese hanno promosso una raccolta di desiderata, investimenti che vanno finanziati a fondo perduto o con tassi agevolati, che hanno visto sia le amministrazioni pubbliche che gli operatori privati aderire con sempre maggiore entusiasmo: oggi i desiderata raccolti hanno raggiunto quota 160 milioni di euro, metà dal settore privato, metà dal settore pubblico. E’ una cifra che dovrebbe come minimo raddoppiare a mano a mano che aumenterà sia la fiducia che la consapevolezza da parte del territorio. “Gli organizzatori delle Olimpiadi del 2026 hanno chiesto all’intero territorio di bloccare le camere per le Olimpiadi, ricevendo una risposta positiva e totale” spiega Gildo Trevisan. “Senza l’apporto degli albergatori del Bellunese, la domanda delle Olimpiadi sarebbe stata a rischio. Da qui il diritto morale e materiale a ricevere parte dei fondi miliardari che verranno spesi per quell’evento tenendo conto che è interesse anche degli organizzatori che il territorio migliori sotto tutti i punti di vista, per la qualità delle strutture e del servizio come per la qualità delle infrastrutture e dell’arredo urbano. Molto è in cantiere, soprattutto per le infrastrutture, molto è da fare. Oltretutto, da qui al 2026 il Governo italiano deve spendere oltre 240 miliardi di euro legati al Recovery Fund per migliorare le infrastrutture e guidare la transizione ecologica del Paese. Noi agiamo in coerenza con questi formidabili obiettivi.

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