Giorgio Biscaro: la luce e gli infiniti modi per schermarla!

Il ruolo dell’illuminazione nei luoghi dell’ospitalità è mettere l’ospite a proprio agio, valorizzare la magia di un ambiente, emozionare. Giorgio Biscaro, designer e imprenditore, racconta la sua visione del progetto della luce
Il ruolo dell’illuminazione nei luoghi dell’ospitalità è mettere l’ospite a proprio agio, valorizzare la magia di un ambiente, emozionare. Giorgio Biscaro, designer e imprenditore, racconta la sua visione del progetto della luce

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Progettare la luce è una continua sfida progettuale, che deve saper mediare le istanze della funzionalità con quelle della semplicità di uso e del comfort visivo; ed è una sfida che si rinnova perché si modificano, nel corso del tempo, le tecnologie e anche le modalità di uso della luce stessa. Il designer Giorgio Biscaro racconta il suo punto di vista.

La luce svolge un ruolo fondamentale nella definizione di tutti gli spazi, sia quelli indoor che quelli outdoor. Qual è il valore che le attribuisci e come è cambiato il suo ruolo negli ultimi anni?
Disegno e progetto oggetti per mascherare la luce da più di vent’anni (escludendo quelli più teneri della mia adolescenza quando utilizzavo gli apparecchi che mio papà mi portava a casa come giocattoli per smontarli, studiarli e ricombinarli maldestramente) ma ancora credo che disegnare una lampada corretta sia una delle sfide più ardue che un qualunque designer possa trovarsi ad affrontare, tante sono le complessità, la velocità con cui la tecnologia si migliora e – per l’appunto – il suo ruolo nell’ambiente che la accoglierà. Il suo valore per me, nella cifra di un ambiente in cui mi trovo a vivere, è dunque elevatissimo e rappresenta una continua sfida progettuale. Credo che il ruolo dell’apparecchio luminoso non cambierà mai, perché serve a codificare la nostra realtà restituendocene un riflesso che sia il più corretto possibile: la sua luce evidenzia, spiega, nasconde, dà selettivamente voce e volume agli oggetti; è il direttore d’orchestra del mondo che ci circonda. Ciò che è cambiato negli ultimi anni è semmai chi la utilizza e come la utilizza: non riesco a identificare delle tappe precise, ma ricorriamo alla luce in modo sempre diverso a seconda degli oggetti con cui popoliamo la nostra esperienza di vita, la velocità con cui ci spostiamo, il tipo di socialità a cui ambiamo in un dato momento storico e così via. Tutte variabili di un sistema che vede la luce assecondarci nel nostro percorso di esseri sociali trasformandosi a sua volta: si potrebbe persino descrivere la storia recente solo attraverso l’analisi delle abat-jour che un dato periodo ha prodotto, ci pensate?

Quando progetti una nuova lampada quali sono le considerazioni da cui parti? Quali i “segreti” per conciliare fin dall’inizio estetica e funzionalità?
Il tema estetica/funzionalità è a mio avviso stato superato ormai da quello che contrappone invece significato/interfaccia: per l’utente finale il valore estetico è stato trasceso da una scala semantica che tralascia il semplice formalismo (ma davvero è semplice?) per estendersi al legame che si riesce a stabilire coll’oggetto. Non più “bello”, “equilibrato” ma “attinente”, “mio”, “me”: va da sé che progettare un oggetto che possa contemporaneamente essere molti “me” è impossibile, e forse il motivo per cui non stiamo più producendo icone del design risiede anche in questa incapacità dell’oggetto di incarnare una omogenea massa critica di utilizzatori. La sua interfaccia invece è più facile da progettare in modo oggettivo perché afferisce a una dimensione operativa che invece è comune a molti (almeno nel coccolatissimo mondo occidentale) e nella quale molti si possono specchiare.
Disporre della possibilità di regolare l’intensità luminosa con facilità adeguando l’apparecchio ai diversi momenti della giornata è un tema comune, così come il comfort visivo o la capacità del prodotto di inserirsi in un ecosistema digitale preesistente in modo seamless: dare risposta a queste e altre esigenze rappresenta un indubbio vantaggio competitivo. Contrariamente alla progettazione (direi analogica) del passato, però, quella contemporanea riesce a far convivere le due anime del progetto agevolmente, proprio in virtù dell’inconsistenza fisica dell’interfaccia di questo, la quale non deve necessariamente azzuffarsi con le volumetrie che la “contengono”.
D’altra parte, sono ormai anni che i cellulari non presentano più formalismi che ne pregiudicano l’utilizzo come in passato accadeva con modelli a conchiglia piuttosto che full-body: il motivo è lo stesso.

Come è cambiata secondo te la qualità della luce nei luoghi dell’ospitalità? Quali sono le “regole” da seguire per progettare una corretta illuminazione nei diversi ambienti di una struttura ricettiva?
Sicuramente c’è più rigore e attenzione anche alle proprietà quantitative della luce; direi che la progettazione illuminotecnica di uno spazio ha oggi delle basi più salde. Tuttavia, il drive principale è rimasto lo stesso: mettere l’ospite a proprio agio.
È un’operazione decisamente intuitiva ma proprio per questo complessa da teorizzare, che procede dalla comprensione degli spazi e delle caratteristiche talvolta uniche dei medesimi per ricreare sensazioni familiari che mettano il visitatore in una condizione di comfort. Facile? Tutt’altro, e questa difficoltà trova a volte esito in soluzioni prefabbricate o one-size-fits-all che non rendono giustizia né agli spazi circostanti né a chi li abiterà.
Al contrario, chi sa adattare la funzione luminosa agli ambienti e alle interazioni che questi ambienti provocano crea situazioni di grande suggestione e impatto: in questo caso le nuove tecnologie possono fornire un supporto notevole.
Un altro aspetto sul quale mi sento di insistere sempre è la dinamica dell’illuminazione: troppo spesso vedo soluzioni illuminotecniche piatte che uccidono la magia di un ambiente perché troppo omogenee, evidentemente progettate da un software intelligentissimo ma poco conscio dell’importanza che ha alternare luci e ombre per generare sbilanciamenti e “muovere” le emozioni. A ben pensarci, in questo caso l’illuminazione funziona come la nostra stessa esistenza: Cesare Pavese diceva, a ragione, che “senza contrasti, la vita è banale”!

Giorgio Biscaro: la luce e gli infiniti modi per schermarla!
- Ultima modifica: 2021-09-15T16:50:40+02:00
da Davide Cattaneo

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