Turismo & Società

La Sindrome dell’Emigrante

L’Italia nel turismo è un gigante maculato. A zone e destinazioni trionfanti affianca zone e destinazioni perdenti. Superare la Sindrome dell’Emigrante consentirebbe di migliorare nettamente posizione e risultati dell’intera penisola

Nel 1975 andai in pullman a Ceresole Reale, nel Canavese, sul versante piemontese del Gran Paradiso. L’obiettivo era andare a piedi fino al Monte Rosa, a 200 chilometri di distanza, superando una dozzina di ghiacciai tra Gran Paradiso, Gran Sassière, Monte Bianco, Grand Combin, Cervino, Monte Rosa, con un dislivello complessivo di parecchie migliaia di metri. Avevo 24 anni ed ero in gran forma. Ce la feci in 17 giorni con due soste intermedie. Dormii in rifugi e bivacchi e due notti all’adiaccio a 2000 metri di altezza riparato dal solo sacco a pelo. Tornai a casa che sembravo più un orso che un essere umano… Un orso magrissimo.
La prima tappa iniziò male: a una svolta non vidi il segnale del sentiero, che in seguito scoprii essere stato messo malaccortamente in alto su un albero (quando cammini, guardi davanti o in basso, non in alto), persi il sentiero, poi ne trovai un altro segnalato con vernice sbiadita. Lo seguii finché capii che mi ero perso. Raggiunsi un gruppo di case dove trovai un contadino al lavoro assistito dal figlio adolescente. Mi consigliò di prendere il sentiero delle vacche, perché scavato nel terreno dagli zoccoli dei pesanti animali, per salire verso delle malghe abbandonate e lì avrei dovuto ritrovare le tracce di vernice del sentiero principale. Mi accompagnò all’inizio del sentiero, nascosto tra le basse nuvole di una giornata grigia dove la nebbia ti assaliva a raffiche. Mi raccontò della loro vita di contadini di montagna, una vita di sacrifici, senza strade, senza luce, senza gas, senza telefono. “Qui voglio morire perché qui sono nato” mi disse. “Ma mio figlio se ne andrà perché non è questo il futuro che voglio per lui.” Ricordo incredibili acquedotti di pietra lunghi chilometri, per portare l’acqua dai ghiacciai agli Alpe (le malghe in Piemonte), costruiti nei secoli precedenti dai contadini del luogo a 2500 metri di altezza, abbandonati e rotti in più punti.
L’anno successivo l’estate andai in campeggio in Sud Tirolo, in Val Venosta, a Malles. Mi colpirono i numerosi trattori che incrociavi per strada, le mucche pulite meglio dei cristiani (quelle piemontesi erano a dir poco immerdate), le case con i balconi fioriti, l’irrigazione artificiale dei prati e dei frutteti fino in alta quota. Piemonte e Sud Tirolo parevano essere non solo in Paesi diversi ma anche in epoche storiche diverse. Mi colpì l’ostilità diffusa e ostentata dei residenti di lingua tedesca verso noi italiani. Ti sentivi straniero in patria.
Sono tornato nel Canavese trent’anni dopo. Stesse strettoie sulla strada provinciale di trent’anni prima, stessi sentieri fantasma in montagna, perfino un torrente glaciale a 2500 metri di quota che sono stato costretto a superare entrando in acqua togliendomi scarponi e calze alle 6 del mattino perché il ponte era stato portato via dalla piena chissà quando e mai più rimesso. Come trent’anni prima, bastava superare la cresta che divide il Canavese piemontese dalla Valle d’Aosta e compivi un balzo in avanti nel tempo. Passi dal Terzo al Primo Mondo in una manciata di chilometri. La stessa situazione l’ho incontrata in Carnia nel Terzo Millennio, con malghe a 1500 metri di quota senza luce né telefono, con un territorio bello da toglierti il fiato quanto abbandonato a se stesso dal punto di vista turistico. Perfino i lavori forestali li fanno ad agosto, in piena stagione turistica, bloccando il traffico per ore. Scavalchi la cresta un centinaio di metri più in alto e ti ritrovi in Austria con una situazione pressoché identica a Sud Tirolo e Valle d’Aosta. Il turismo, in Austria come in Valle d’Aosta e in Sud Tirolo, è industria e come tale è rispettato anche dalla politica. Tale e quale in Svizzera, nel Canton Ticino. In Piemonte e in Carnia, ma anche in Lombardia e in Veneto, no. Sono tornato più volte in Sud Tirolo e ho toccato con mano la profonda trasformazione turistica di quel territorio a partire in particolare dal 1989, quando Luis Dornwalder diventò presidente della Provincia autonoma di Bolzano. Hanno costruito tunnel e circonvallazioni per evitare i centri abitati, che sono stati pedonalizzati, migliorato decisamente gli impianti di risalita, sempre più avveniristici, creato una rete di malghe dove puoi sostare anche per assaggiare i prodotti del territorio. In estate in alcune valli sali gratis sugli impianti di risalita. Basta presentare la tessera dell’albergo in cui alloggi. Sono diventati amichevoli da quando hanno scoperto che gli italiani sono formiche quando lavorano e cicale quando si divertono. Hanno creato un habitat sicuro quanto gradevole che gli italiani sono i primi ad apprezzare. Hanno creato un prodotto turistico per un turismo benestante che ha alimentato il benessere diffuso di chi vive nel territorio. Da dove nascono tutte queste differenze?

E’ la Storia, Bellezza. La Storia…
L’Italia vanta ben 59 siti classificati come Patrimonio dell’Umanità Unesco cui vanno aggiunti un’altra ventina di siti classificati come Patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco. Siamo nettamente in testa in questa prestigiosa classifica internazionale. Un albergatore di San Cassiano, sulle Dolomiti sudtirolesi a cavallo con il vicino Veneto, mi ha confermato che dal 2009, quando le Dolomiti sono entrate nel prestigioso elenco del Patrimonio dell’Umanità Unesco, i nordamericani sono arrivati in numeri sempre maggiori. Si è trattato semmai di insegnargli ad andare sulle nostre montagne, ad affrontare sentieri impervi e spesso esposti, ad arrampicare sulle ferrate o sulle vie di roccia all’insegna dell’avventura nella sicurezza. Ciò spiega perché l’Italia sia una delle mete più gettonate del turismo culturale cui si aggiungono il turismo sportivo, quello enogastronomico, quello termale, quello legato alle vacanze al mare e in montagna. C’è poi un turismo legato allo stile di vita italiano che alimenta lo shopping, la moda, il design, lo spettacolo e procura una notevole ricaduta anche al settore dell’export.
Disponiamo di 20.000 borghi storici (unici anche in questo), di città d’arte come Venezia, Firenze, Verona, Siena, Napoli, Assisi, di siti archeologici unici, di musei assai ben frequentati, dai Musei Vaticani di Roma al Museo Egizio di Torino. Nel cuore della nostra capitale c’è lo Stato del Vaticano, sede del capo della religione cattolica, una delle tre religioni più diffuse sul pianeta. Non si diventa vescovi o cardinali di Santa Romana Chiesa senza aver imparato la lingua italiana soggiornando per alcuni anni a Roma. Di conseguenza, vescovi e cardinali sono anche i maggiori sponsor turistici del nostro Paese. Il pellegrinaggio religioso a Roma è un fenomeno che dura da almeno 15 secoli. Eventi come i Giubilei (il primo fu nel 1300, il prossimo sarà nel 2025) muovono un’incredibile massa di persone che necessitano anche di accoglienza e ospitalità, non solo a Roma ma anche nelle tappe intermedie del loro viaggio verso e da Roma. Lo stesso accade per un luogo come Assisi, dove si è svolta la gran parte della vicenda umana di Francesco, il fondatore dell’ordine dei Francescani nel 1209, che da sola vanta oltre 1,2 milioni di visitatori ogni anno a fronte di soli 28.000 abitanti.
Vantiamo 8300 chilometri di coste, la gran parte balneabili, centinaia di laghi carichi di storia (il Lago di Garda da solo rappresenta il terzo bacino turistico del Paese con 25 milioni di presenze), una dorsale alpina che parte con i ghiacciai dei 4000 metri del Nordovest (Gran Paradiso, Monte Bianco, Monte Rosa) prosegue con le punte innevate di Bernina, Gran Zebrù e Cevedale sulle Alpi centrali per arrivare alle Dolomiti, Patrimonio dell’Umanità Unesco dal 2009, nel Nordest.
Per un verso vantiamo numeri importanti, con oltre 60 milioni di visitatori internazionali ogni anno (e 430 milioni di presenze complessive), un fatturato legato all’incoming che nel 2019 aveva raggiunto quota 44,5 miliardi di euro, in costante crescita da almeno 10 anni. Siamo tra le prime cinque potenze internazionali del settore turistico sopravvanzati da due continenti (Stati Uniti e Cina) e da due altri Paesi europei (Francia e Spagna). Il turismo in Italia pesa per il 13 per cento sul PIL nazionale, numeri che raddoppiano se si considera la stretta interdipendenza dei settori legati al Made in Italy con lo stile di vita italiano che è diventato il motore più importante dello sviluppo economico e sociale del nostro Paese, dall’agroalimentare alla moda, dal design alla cultura, dallo sport allo spettacolo.
Eppure, l’Italia per chi si occupa di turismo appare una sorta di pelle di leopardo dove a territori nei quali talento e vocazione turistica coincidono, con splendidi risultati, dalla Valle d’Aosta al Trentino-Alto Adige alla Toscana alla riviera romagnola a Capri alla costiera amalfitana al Salento a Taormina alla Costa Smeralda, corrispondono altri territori dove la vocazione turistica è rimasta mediocre o addirittura allo stato larvale, Abruzzo, Molise e Calabria su tutti. La Calabria, con 650 chilometri di coste balneabili, montagne immense e boscose e un patrimonio culturale di primordine, è una meta pressoché sconosciuta al mondo oltre che agli stessi italiani. Nell’incoming incassa 156 milioni di euro, meno della metà della sola città di Varese…
La montagna piemontese non ha beneficiato delle Olimpiadi della neve di Torino del 2006 come la città capoluogo e le Langhe, per fare un esempio. Le infrastrutture della Valsesia sono ancora quelle degli anni Settanta, il Canavese è terra ignota anche per gli stessi piemontesi. Noasca, piccolo borgo ai confini con la Valle d’Aosta, con un referendum nel 2006 il 75% dei votanti si espresse per lasciare il Piemonte per la Valle d’Aosta. Non hanno avuto neppure il piacere di una risposta da parte della Regione Piemonte. La volontà popolare, in Piemonte, si ferma a fondo valle… La montagna lombarda forse verrà rivitalizzata dalle prossime Olimpiadi della neve Milano-Cortina 2026, dove la Valtellina ha un ruolo da protagonista, ma resta sconosciuta spesso agli stessi lombardi. Vanno di certo meglio i laghi, con il Lago di Como che ha saputo cogliere al meglio l’occasione di Expo Milano 2015. La montagna carnica e friulana soffre da sempre rispetto per esempio alla costa giuliana e friulana. La costa adriatica vive due realtà opposte, da Trieste fino a Cattolica, e poi da Pesaro fino al Salento. La prima funziona, la seconda assai meno. La montagna appenninica, dall’Abruzzo al Molise alla Basilicata, è stata abbandonata dopo l’unità d’Italia quando l’economia di montagna fu penalizzata a favore di quella della costa, dove arrivò il treno. E’ ancora così.
La Sardegna vive 40 giorni l’anno, poi vegeta. Vive soprattutto di enclave turistiche autosufficienti come il Forte Village sulla costa sudoccidentale (100 milioni di euro di fatturato), il Timi Ama sulla costa sudorientale, la Costa Smeralda per l’appunto sulla costa nordorientale.
La Sicilia va meglio ma non di molto. Palermo e il suo territorio sono uno scrigno di ricchezze culturali, basti pensare alla Cattedrale di Monreale e alla Cappella Palatina di Palermo, ma è uno scrigno troppo spesso chiuso a doppia mandata. Napoli ha conosciuto una splendida ripresa bloccata dalla pandemia. Si spera che questa sorta di rinascimento continui agganciandosi alla costiera sorrentina e amalfitana da sempre tra le perle turistiche del nostro Paese.
Finalmente, dopo oltre sette decenni di repubblica, abbiamo un Ministero del Turismo con portafoglio, vale a dire dotato di poteri e finanziamenti adeguati. Sarà perché è nato in piena pandemia, sarà perché Massimo Garavaglia, il ministro, era un emerito sconosciuto per chi lavora nel turismo, lui a noi e noi a lui, ma per ora il suo ministero sembra più un indirizzo stradale che una entità politica. Abbiamo aspettato 75 anni, possiamo aspettare ancora un poco…
Che cos’è che ostacola in Italia la creazione di un settore turistico più omogeneo e maturo, in grado di cogliere le occasioni che l’economia globale ci propone selezionando i flussi turistici, migliorandone decisamente le rese? Più che un problema di priorità politiche sembra che si tratti soprattutto di un problema di mentalità degli italiani. Gli italiani amano fare i turisti, amano assai meno il turismo come attività economica e chi ci lavora.

Dalla valigia di cartone al trolley di Gucci…
L’Italia per 120 anni, dal 1861 al 1980, è stato uno dei Paesi dove l’emigrazione ha inciso più profondamente sul tessuto demografico e sociale dell’intero territorio, da Nord a Sud. Al Galata Museo del Mare di Genova l’ultimo piano è stato riservato alla storia della nostra emigrazione poiché la gran parte degli emigranti partiva proprio dal porto di Genova. Gli abitanti della penisola nel 1861 erano 21,2 milioni (26 milioni considerate le popolazioni venete e friulane acquisite nel 1866). Erano 36 milioni alla vigilia della prima guerra mondiale. Nel museo di Genova si certifica che tra il 1861 e la prima guerra mondiale ben 29 milioni di italiani lasciarono il Paese per veleggiare verso le Americhe. Di questi, 19 milioni non sono mai tornati. Si calcola che gli oriundi di origine italiana siano all’incirca 80 milioni sparsi tra Americhe, Australia ed Europa. Si calcola che il 50% degli argentini ha sangue italiano. La più grande città italiana nel mondo non è Roma, è San Paolo del Brasile con 4 milioni di cognomi italiani. A Paysandú, la terza città più popolata dell’Uruguay, si stima che oltre il 60% della sua popolazione di quasi 100.000 abitanti sia di origine italiana. E’ stata una migrazione biblica, in particolare al Sud come nel Nordest del Paese. Dopo la seconda guerra mondiale, l’emigrazione riprese più robusta che mai: la gran parte dei dalmati e degli istriani di lingua italiana fuggiti dalle loro case in quella che era diventata Jugoslavia, dove Tito procedette a una vera e propria pulizia etnica ai nostri danni, scelsero di tentare l’avventura dell’Australia, altre centinaia di migliaia di nostri connazionali andarono nelle miniere e nelle fabbriche tedesche, belghe, francesi a sostituire la forza lavoro morta in guerra. I soli tedeschi durante la seconda guerra mondiale patirono ben 7,5 milioni di morti di cui 5 milioni i soli militari (maschi, adulti). L’8 agosto del 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, un incendio provocò una strage di minatori: morirono in 262. Di questi, 136 erano immigrati italiani (62 gli abruzzesi). I sopravvissuti furono solo 13.
Altri 5 milioni di italiani si trasferirono dal Sud verso il Nord per andare a lavorare nei cantieri edili e nelle fabbriche di Genova, Torino e Milano. A Milano i settori economici legati al commercio dei prodotti ortofrutticoli sono diventati monopolio o quasi della comunità pugliese, la più importante tra gli immigrati nella città della Madonnina. E’ stata una migrazione di massa che ha desertificato l’arco alpino quanto l’Appennino, la Sicilia quanto la Sardegna.
L’emigrazione verso l’estero e verso il Nord Italia è terminata attorno al 1980 quando il processo si è esaurito e semmai è stato sostituito progressivamente dall’avvio dell’immigrazione extracomunitaria, dal Nord Africa principalmente ma poi anche dall’America Latina e dall’Asia. E’ continuata invece la fuga dei cervelli (dotati di laurea o diploma) dal Sud verso il Nord e dall’Italia verso l’estero, che prosegue.
Tra il 1980 e il 1990 l’Italia ha stabilito un altro record mondiale, questa volta di segno opposto: ha moltiplicato per 7,25 volte le sue spese per andare all’estero per turismo o per affari. Tra il 1950 e il 1980 l’Italia era riuscita, grazie al Piano Marshall e alle rimesse valutarie degli emigranti, a diventare uno dei Paesi più sviluppati del pianeta con un sistema industriale diventato addirittura il secondo nel continente europeo dopo il gigante tedesco. L’Italia è diventata uno dei Paesi più ricchi del globo con una delle popolazioni più longeve del pianeta.
La ricchezza industriale accumulata in così breve tempo, unita alla ricchezza di ritorno degli emigranti tornati a casa con il portafoglio gonfio, proiettò l’Italia tra le maggiori destinazioni turistiche, a partire soprattutto dalle Olimpiadi di Roma del 1960, che rilanciarono l’immagine del Grand Tour in Italia tipico delle classi colte e benestanti del continente europeo tra 1600 e 1800. La ricchezza accumulata dagli italiani ci rese anche uno dei Paesi più esterofili del pianeta con crescenti masse di italiani che viaggiavano verso l’estero non più con la valigia di cartone dei poveracci in cerca di fortuna e di lavoro ma con quelle griffate sostituite in seguito dai trolley dei nuovi ricchi del pianeta.
Nello stesso tempo, gli emigrati di ritorno ma anche i residenti non hanno mai dimenticato che quando si recavano all’estero per svolgere i lavori più umili messi a disposizione se non finivano in fabbrica o nei cantieri edili, finivano nei ristoranti o negli alberghi per impiegarsi come facchini, camerieri, cuochi, impiegati. Erano i lavori meno pagati e quelli con gli orari di lavoro più prolungati. Erano attività che richiedevano un elevato spirito di sacrificio e sopportazione. Erano i lavori destinati a un popolo di vinti. Molti ex emigrati ricordano ancora i cartelli che vietavano l’entrata nei negozi ai cani e… agli italiani.
Tornati in patria ricchi, o comunque benestanti, gli ex emigrati hanno acquistato case e negozi, hanno aperto fabbriche e officine, hanno mandato i figli a scuola perché acquisissero l’agognato “pezzo di carta” (che fosse un diploma o la laurea) che una volta distingueva i letterati dagli ignoranti (i villici e i cafoni del passato), vale a dire i ricchi dai poveri. Ancora nel 1945 l’Italia registrava uno dei più alti tassi di analfabetismo dell’intero continente europeo.
Nello stesso tempo, centinaia di migliaia di italiani si sono accodati allo sviluppo economico del Paese evitando l’emigrazione grazie al turismo, al piccolo ristorante diventato nel tempo locanda e poi albergo, allo stabilimento balneare, al campeggio, al villaggio turistico, grazie alla nostra tradizione contadina che alle donne ha consegnato un patrimonio gastronomico unico quanto articolato per regioni, comuni, borghi, che hanno utilizzato nelle cucine dei ristoranti improvvisati, che hanno trasmesso ai figli e ai nipoti trasformandoli in cuochi sempre più consapevoli e raffinati a mano a mano che il mondo ha scoperto l’originalità della cucina italiana, declinata in ben 70.000 ricette da Nord a Sud (unici sull’intero pianeta), scoprendo che la cucina italiana grazie alle sue origini contadine legate al territorio e all’incredibile biodiversità della nostra industria agroalimentare, frutto del clima temperato mediterraneo, è anche tra le più sane.
Il turismo in Italia non è nuovo, ha ben 2000 anni di storia, dalle mansiones romane alle locande medievali agli alberghi per l’aristocrazia ben descritti per esempio da Thomas Mann nel suo “Morte a Venezia” ambientato nel presigioso Hotel Des Bains. Era un turismo elitario riservato alle fasce più abbienti del Paese come di chi veniva a visitare il nostro Paese. Numeri molto ristretti anche se particolarmente facoltosi. Erano turisti che si spostavano in alberghi che erano stati concepiti come dependance dei palazzi aristocratici dei loro ospiti, con tanto di ultimo piano (il più basso fisicamente e il più caldo d’estate e freddo d’inverno) riservato alla servitù degli ospiti e al personale di servizio dell’albergo. Erano ospiti che soggiornavano in albergo per mesi e nelle destinazioni turistiche usavano l’albergo come rimessaggio per i loro bauli di abiti che a fine stagione venivano mandati in lavanderia, lavati e stirati, e poi riposti nei bauli in attesa della nuova stagione, d’estate come d’inverno. Quella realtà sociale è stata spazzata via dalla seconda guerra mondiale, che ha azzerato la rendita fondiaria e rovinato finanziariamente l’aristocrazia europea, sostituendola progressivamente ma con un ritmo sempre più accelerato con i ceti medi borghesi nazionali e internazionali che sono cresciuti in maniera esponenziale in Europa tra gli anni Cinquanta e il ventennio successivo, affiancati da una classe operaia che ha raggiunto anch’essa il benessere andando a militare nelle file dell’esercito di massa che si è riversato sulle riviere, sulle montagne, sugli appennini per l’agognata vacanza. Il turismo di massa è cresciuto all’insegna della quantità, sacrificando spesso la qualità. Soprattutto si è concentrato lungo le coste, facilitandone la cementificazione. A fianco degli alberghi sono nate successivamente le seconde case, una sorta di cancro del turismo all’insegna dei nuovi ricchi desiderosi di investire nella seconda casa al mare o in montagna, nella quale a fatica riuscivano a trascorrere più di 40 giorni di vacanza l’anno, feste comandate comprese, intasando il territorio non solo di cemento armato ma anche di fognature sovradimensionate per un numero di residenti che dalla stagione turistica a quella nella quale i turisti restavano a casa loro faceva crollare i residenti anche di 100 volte costringendo nello stesso tempo i Comuni a tenere conto dei carichi di acqua e deiezioni legati al picco della stagione. La Liguria è stata uno dei territori più interessati da questo fenomeno. Ciò ha determinato un consumo di territorio tra i più selvaggi del continente in un Paese geologicamente fragile e delicato qual è l’Italia.

La Sindrome dell’Emigrante
Il settore turistico in Italia è stato costruito da un paio di generazioni di italiani dotati di tantissima buona volontà, e una notevole propensione al lavoro, ma scarsi di studi in uno dei Paesi con il più elevato livello di analfabetismo d’Europa. Non è un caso che mentre per il nascente settore industriale manifatturiero lo Stato si è impegnato a creare un sistema universitario di primordine, per il settore turistico si è limitato alla scuola di base, l’istituto alberghiero, nato come biennio e infine arrivato al diploma ma sempre percepito come scuola culturalmente inferiore fatta per chi doveva fare prima ancora che pensare. Nulla a che vedere con quanto c’era in Svizzera, Austria, Francia, Germania e perfino in Spagna, l’ultima arrivata, per non parlare della Cornell University americana, la più prestigiosa di una collana di perle universitarie distribuite sul territorio americano dedicate anche al nostro settore.
In quarant’anni di attività nel settore turistico ho appreso un principio universale: il turismo è sempre stato relegato quando non emarginato laddove comanda l’industria manifatturiera, che pesca nello stesso bacino di forza lavoro. L’industria grazie alla superiore capacità di lobby (vale a dire di influenza politica) offre condizioni di lavoro migliori: paghe superiori, orari di lavoro scanditi sulla vita sociale dell’intera collettività, periodi di ferie più prolungati, pensioni migliori.
Questa situazione però sta cambiando, velocemente: la delocalizzazione di molte fabbriche in Paesi con costi del lavoro inferiori (e spesso con protezioni sindacali più deboli quando non inesistenti), l’automazione del lavoro che sostituisce gli esseri umani con i robot, l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale che svuoterà molti uffici, renderà sempre più difficile e aleatoria l’occupazione nelle fabbriche e nel settore pubblico. Il turismo ha il vantaggio invece non solo di essere un settore in continua espansione a livello planetario ma anche di non essere delocalizzabile. Possono nascere nuove destinazioni turistiche un po’ ovunque ma il clima, la cucina, i beni culturali che ci sono in Italia resteranno in Italia qualunque cosa accada sul pianeta. Lo hanno ben compreso nel Sud Tirolo, che è una delle destinazioni turistiche più vincenti in Europa, dove la filiera produttiva non è più incentrata sul settore manifatturiero ma su quello del tempo libero, dove il Museo archeologico dedicato alla mummia del Similaun è diventato un caso da manuale su come si deve organizzare un ente museale vincente anche dal punto di vista economico, idem in valle d’Aosta, a Capri e Amalfi come in Romagna. Si continueranno a produrre manufatti ma in funzione del tempo libero, come sta accadendo per esempio per le e-bike, l’incredibile fenomeno industriale del nostro tempo. L’Italia è il maggior produttore ed esportatore di biciclette in Europa. Esportiamo in tutto il mondo. E’ industria manifatturiera ma è soprattutto un’industria al servizio del turismo e non l’opposto.
Siamo i primi per la produzione farmaceutica, i secondi per la produzione di robot, dovremmo essere i primi in assoluto anche nel turismo.
Il secondo principio universale che ho imparato riguarda i territori legati all’emigrazione. Lì il turismo fatica a decollare. Il suo peggior nemico è la mentalità del posto che si riflette sia nell’opinione pubblica che nei gruppi dirigenti.
Gli abruzzesi sono stati emigranti da sempre e prima, in epoca aragonese-borbonica, dovettero affrontare anche il fenomeno del banditismo. A Pescosolido ci sono ancora le case fortezze in cui si asserragliavano i padroni di casa con le loro famiglie assediati di tanto in tanto da bande di malviventi. La sicurezza era molto affidata al fai da te. Il benessere in Abruzzo è arrivato solo dopo la seconda guerra mondiale. Il territorio dal punto di vista turistico offre montagna e mare che si specchiano con un clima fortunato che garantisce uno degli orti più rigogliosi che ci siano e l’allevamento ideale di pecore, mucche, maiali. I cuochi abruzzesi sono tra i migliori anche perché possono attingere a una tradizione incredibilmente ricca quanto articolata. Tutto ciò che è coltivato cresce rigoglioso, tutto ciò che è allevato diventa carne prelibata piuttosto che formaggio degli dèi. Il vino non è secondo a nessuno. Eppure l’Abruzzo dal punto di vista turistico è terzo mondo: lo sono le strade provinciali, spesso perfino fuori squadra, la cementificazione delle coste che ha impoverito la qualità ambientale del territorio, il menefreghismo delle amministrazioni pubbliche. Mancano i parcheggi interrati, le automobili soffocano letteralmente città e cittadine. L’arredo urbano lascia troppo spesso a desiderare. Gli abruzzesi sono gente fiera e forte eppure al visitatore occasionale danno l’impressione di non amare la loro terra. Queste riflessioni in Italia si potrebbero fare su molti altri territori, dalla Carnia a Nord alla Calabria a Sud.
A Bergamo, la mia città natale, una simpatica guida turistica che ci stava accompagnando a visitare la città e i suoi musei durante un educational per giornalisti, ce lo disse francamente: “Finché le fabbriche a fondo valle producono ricchezza, i bergamaschi i turisti non li vogliono tra i piedi. Per i bergamaschi gli stranieri iniziano a 15 chilometri dalla città dove nessuno è in grado di comprendere il nostro dialetto.” All’epoca l’Accademia Carrara, un museo formidabile che ospita tra l’altro la miglior collezione di quadri di Lorenzo Lotto, non aveva neppure il parcheggio onde evitare seccatori…
La Val di Zoldo, sulle Dolomiti Bellunesi, è da sempre una delle patrie dei migliori gelatieri d’Italia. Emigranti che sono diventati ricchi soprattutto in Germania dove si recavano tutti gli anni all’inizio della bella stagione. La Val di Zoldo è piena di ville costruite dagli emigranti con i soldi guadagnati all’estero. E’ una valle dolomitica tra le più intonse e belle con gruppi dolomitici maestosi come Civetta, Moiazza, Sasso di San Sebastiano, Piz di Mezdì. Termina ai piedi del Pelmo, forse la più bella delle montagne delle Dolomiti. A Longarone, dove inizia la valle, lungo la statale di Alemagna che arriva fino a Cortina d’Ampezzo, ogni anno a dicembre la locale fiera organizza una delle più importanti fiere internazionali dedicate al gelato. In Val di Zoldo non esiste un museo multimediale dedicato al gelato, alla sua storia, un museo laboratorio dove insegnare ai bambini come fare il gelato, dove insegnare agli adulti a distinguere tra il gelato artigianale, genuino, e quello industriale, con i conservanti. Entri in valle e non c’è neppure uno striscione che ti accolga nella valle dei migliori gelatieri del mondo oltre che Patrimonio dell’Umanità Unesco. L’unico museo dedicato al gelato in Italia è ad Anzola dell’Emilia nella sede della Carpigiani, una delle più importanti fabbriche di macchine per fare il gelato. La Sindrome dell’Emigrante ha colpito ancora…
A Pieve di Cadore nel 1480 (forse nel 1490, Tiziano ci giocava con la sua data di nascita) è nato Tiziano Vecellio, morto nel 1576 a Venezia, il più grande pittore del Rinascimento. C’è la sua casa natale, nella quale non è ospitata neppure una delle centinaia di tele realizzate da Tiziano nella sua lunghissima vita. Tiziano tornava in Cadore con una certa frequenza perché vi possedeva boschi, segherie, case. Era un montanaro assai attento ai soldi, che sapeva far fruttare. A Pieve di Cadore non esiste alcun museo multimediale che mostri magari anche solo in maniera virtuale la sua immensa opera che ha influenzato non solo la sua epoca ma anche quelle successive. C’è il Museo dell’Occhiale (nel mondo sono centinaia), assai poco frequentato, a memoria di una vocazione dell’occhialeria che ha improntato e non poco la vita sia del Cadore che del vicino Agordino dove ha la sede Luxottica.
La sindrome dell’emigrante spiega molto bene perché territori ricchi di bellezza naturale, vestigia storiche, un patrimonio enogastronomico indiscutibile non riescono a trasformarlo in un prodotto coerente quanto attrattivo, non riescono soprattutto a conquistare il consenso dei residenti che continuano a considerare il turismo come un fenomeno invasivo, da respingere. Il turismo, come ben dimostra dove è considerato uno strumento di ricchezza, migliora la qualità della vita dei residenti, attira investimenti per infrastrutture migliori, produce valore che poi si riflette anche nella qualità turistica percepita del territorio.
La sindrome dell’emigrante si supera solo se politica e opinione pubblica collaborano nel progettare un territorio bello, accogliente, dotato delle migliori infrastrutture, capace di educare gli ospiti ai valori dell’etica civile. Un territorio che sappia formare e premiare professionalità dedicate all’accoglienza e all’ospitalità.
 Dimenticavo… il ministero c’è, chissà se il ministro sa ascoltare…

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