Società & Turismo

Speriamo che ce la caviamo

Il mondo ha imparato le lezioni del passato e sta affrontando gli effetti economici prodotti dalla pandemia di coronavirus immettendo liquidità Whatever it’s take, quanta ne occorrerà, come disse Mario Draghi. Per l’Italia è l’occasione di ripensare il suo modello di turismo, che è stato anarchico ma anche vincente, dotandolo di quegli strumenti di governo, come il Ministero del Turismo con portafoglio, indispensabili per affrontare la grande sfida che ci sta davanti

Certezze in questa situazione ce ne sono ben poche: è la più grave crisi planetaria che i Paesi ricchi (Stati Uniti, Unione Europea, Russia, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Singapore, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Israele) stanno affrontando dal 1945, non paragonabile alla crisi del 2001 o a quella del 2008, è una crisi altrettanto drammatica per chi alla ricchezza ci era appena arrivato (Cina, India, Tailandia, Indonesia, Egitto, Algeria), non ci sono aggettivi per descrivere l’inferno che aspetta chi ricco non è mai stato ed era come sempre sulla soglia tra sviluppo e sottosviluppo (America Latina, Africa, parte dell’Asia, parte del Medio Oriente).
Chi può, stamperà moneta Whatever it’s take, finché è necessario. Abbiamo imparato sia la lezione del 1929, quando l’egoismo e l’inazione degli Stati aggravarono la crisi economica mondiale spianando la strada alla seconda guerra mondiale, che quella del 2008, quando l’Unione Europea si comportò in maniera analoga con la Grecia ma anche con noi tre anni dopo. Il problema è di vedere fino a che punto l’economia del pianeta sopporterà questa eccezionale emissione di debito pubblico senza collassare. Mai come oggi il futuro appare come una terra incognita.
Nel turismo abbiamo capito che il 2020 è andato. In montagna il danno sarà minore ma pur sempre cospicuo, idem al mare, che vedrà la stagione contrarsi al solo mese di agosto. Da suicidio nelle città d’arte e d’affari e in molti borghi minori dove non sono arrivati gli stranieri (per mancanza di voli oltre che per la quarantena che li ha bloccati nei rispettivi Paesi), dove difficilmente arriveranno e solo dai Paesi dove si può arrivare in automobile (Unione Europea). Contiamo sugli italiani, che lo scorso anno hanno speso 25 miliardi di euro per andare all’estero (gli stranieri ne hanno spesi più di 45 miliardi per venire in Italia) e che quest’anno non troveranno i voli oppure, se non sono abbastanza patriottici per utilizzare questa situazione per scoprire o riscoprire l’Italia, avranno un po’ di timore ad andare all’estero con il rischio, se si ammalano, di non capire neppure la lingua di chi li curerà. E’ una tendenza in atto, ed è una felice tendenza.
I maggiori laboratori farmaceutici del mondo sono impegnati freneticamente per arrivare quanto prima al vaccino anche perché rappresenta l’affare del secolo: chi vince produrrà dai 5 ai 10 miliardi di vaccini all’anno per i prossimi anni. Da qui la concreta possibilità che il vaccino arrivi entro l’inverno tra 2020 e 2021. In quel caso, il pianeta dovrebbe risorgere con una velocità degna dell’economia globale nella quale viviamo da almeno vent’anni. Le scaramucce tra le maggiori potenze militari ed economiche, responsabili di gran parte dei focolai di guerra nei quali sfogano l’impossibilità di un confronto diretto, non impediranno a 7,5 miliardi di persone di continuare a lavorare, a crescere, a viaggiare.
In Italia e in Europa viviamo tra la scure del declino demografico ed economico, inevitabile in un pianeta abitato da 7,5 miliardi di persone di cui noi siamo non più di 500 milioni (70 anni fa eravamo sempre 500 milioni ma il pianeta era abitato da 2,5 miliardi di esseri umani, un terzo rispetto al 2020), con tassi di crescita in Asia dell’istruzione e di conseguenza anche dei brevetti che ci ridimensionerà non poco, e l’egemonia culturale e materiale nei confronti di un fenomeno, il turismo, che è nato e cresciuto in Occidente, che è diventato patrimonio della maggior parte dei nostri simili, che crescerà ulteriormente anche se in forme più responsabili ed ecologiche. Nel 2019 sono stati 1,4 miliardi i viaggiatori internazionali, erano solo 25 milioni 70 anni prima, erano 500 milioni 30 anni fa. Il turismo è figlio della medicina che grazie agli antibiotici e ai vaccini ha eliminato le grandi pandemie e le più gravi malattie del passato (tifo, lebbra, peste, vaiolo, colera, poliomielite, morbillo, malaria, le influenze da coronavirus, l’HIV), della scienza che ha scoperto virus e batteri e il modo di sconfiggerli o ridurne l’impatto, della società civile (fognature, bagni pubblici e privati, il sapone…), dell’economia e della politica che hanno distribuito la ricchezza a masse enormi di esseri umani.
L’Italia è stata il sistema turistico anarchico di maggior successo del pianeta. Stati Uniti, Francia, Spagna, Germania, Gran Bretagna, Svizzera e Austria per un diverso processo storico (iniziato a volte anche uno o due secoli prima) hanno governato la crescita del fenomeno attraverso scuole e università per i processi educativi e formativi, e attraverso associazioni professionali e imprenditoriali in simbiosi con i gruppi dirigenti politici dei rispettivi Paesi. Nulla del genere è accaduto in Italia. Siamo stati il principale Paese fornitore di forza lavoro scarsamente scolarizzata ai maggiori sistemi turistici europei per la gran parte del 1900. Il nostro sistema turistico durante la Belle Époque (tra il 1880 e il 1914) era confinato in piccole enclave come Roma, Venezia, Firenze, la riviera ligure, esplose letteralmente nel secondo dopoguerra a partire dalla fine degli anni Cinquanta e in particolare dopo le Olimpiadi di Roma del 1960, che ci fecero scoprire, o riscoprire, dalla borghesia europea, americana e mondiale. La cinematografia ebbe un ruolo decisivo per l’incoming: basti pensare ai colossal hollywoodiani girati a Cinecittà a Roma (da Ben Hur a Vacanze romane ad Antonio e Cleopatra per citarne tre dei più famosi) che forgiarono anche la cinematografia italiana, destinata a diventare una delle maggiori al mondo. Il cinema internazionale ama l’Italia e questo amore si è rinnovato attraverso i decenni. L’Italia era una destinazione turistica all’inizio inconsapevole che aveva l’incredibile potenziale della sua originalità storica, sociale, culturale, naturale: la presenza del papa a Roma, il patrimonio museale e archeologico del paese, i 2000 chilometri di arco alpino al Nord (dai ghiacciai dei 4000 metri a Occidente ai pinnacoli dolomitici a Oriente), gli 8000 chilometri di coste lungo tre quarti del Paese che si affacciano su un mare caldo da giugno a ottobre con un clima temperato 10 mesi l’anno, l’affabilità tradizionale delle nostre popolazioni, una tradizione enogastronomica all’inizio molto popolare poi affinatasi nel tempo fino a diventare di tendenza all’insegna della dieta mediterranea (alimentata dal Chilometro Italia che inizia a Trieste, al Brennero, nei valichi alpini di Veneto e Lombardia, prosegue a Courmayeur, a Ventimiglia, corre lungo l’Appennino e le sue coste, supera lo stretto di Messina, attraversa la Sicilia e finisce nelle isole Egadi).
Tutto questo è ancora vivo, anzi negli ultimi anni ha alimentato una crescita assai robusta del turismo italiano che nel solo settore incoming è passato dai 30 miliardi di euro del 2010 a 45 miliardi di euro nel 2019 con la prospettiva, stroncata dal Covid, di arrivare a quota 48 miliardi di euro nel 2020. Cifre importanti ma che rappresentano solo una frazione dell’impatto reale di questo fenomeno sulla nostra economia.
L’autunno sarà il momento della verità non solo per l’Italia ma anche per l’Unione Europea, per gli Stati Uniti e tutti gli altri protagonisti dell’economia mondiale. Con i conflitti e le inevitabili contraddizioni che segnano il cammino della storia, l’ipotesi più concreta e che governi e finanza continueranno ad alimentare l’economia immettendo liquidità in maniera articolata, a seconda delle necessità sociali ma anche investendo laddove il ROI (il ritorno sull’investimento) è più certo. Per l’Italia non è il solo turismo a essere un settore certo, è tutta la filiera dello Stile di Vita italiano, del Made in Italy, che va dall’agroalimentare alla moda, dalla tecnologia (spaziale, della meccanica fine, del tessile) al design, dall’edilizia al turismo. Questo settore influenza almeno un quarto del PIL nazionale, ha dimostrate possibilità di crescita, va governato meglio anche per migliorare i valori aggiunti prodotti a partire dai segmenti di mercato che deve saper conquistare. L’Italia è un paese maturo con un tenore di vita elevato. Il turismo deve produrre guadagni, ricchezza, stipendi adeguati a mantenere questi standard di vita (che includono anche sanità, istruzione, infrastrutture) selezionando segmenti di mercato benestanti, riducendo l’impatto dell’over tourism penalizzando il turismo mordi e fuggi. Gli esempi ci sono: Capri, la costiera amalfitana, l’interno della Toscana, il Lago di Como, Milano, il Trentino, il Sud Tirolo. Ci vogliono scelte coraggiose, opposte per esempio a quelle effettuate per Venezia che è da sempre una città isola e non può essere trasformata in città metropolitana facendola diventare nei fatti un quartiere di Mestre. Ci vogliono scelte coraggiose per aiutare i territori italiani a essere più puliti e vivibili innanzitutto per i residenti. La Napoli delle isole pedonali è un esempio virtuoso quanto vincente. Roma, no. Forse Roma dovrebbe diventare una città Stato, come Washington negli Stati Uniti, con una sostanziale indipendenza politica e finanziaria dal Governo che gli consenta di gestire il territorio in maniera decisamente più efficiente e soprattutto più responsabile. Ci vuole un Ministero del Turismo con portafoglio che possa coordinare sia l’attività dei ministeri che hanno competenze che impattano con il nostro settore (dall’educazione alle infrastrutture) che quello di promozione delle Regioni, che fanno parte di un humus culturale che è italiano non per scelta politica ma perché geografia, clima, storia hanno disegnato la Penisola, la cultura, la mentalità dei mille popoli che l’abitano. Nessuno è più diverso di due italiani, nessuno è più simile di due italiani.
Alessandro Manzoni notava come la popolazione sopravvissuta alla pandemia di peste di Milano del 1630 cambiò sensibilità umana (tranne il don Abbondio interpretato dall’ineffabile Alberto Sordi) e civile, diventando più responsabile nei confronti del proprio destino. A Venezia fu costruita l’imponente Basilica di Santa Maria della Salute nell’area della Punta Dogana, di fronte al bacino di San Marco. Migliorò la spiritualità della popolazione che si avvide di quanto importante era la vita umana. Spero che anche questa pandemia ci aiuti a ritrovare un po’ di spiritualità (laica nel mio caso: mi sa che discendo da don Abbondio…). Siamo un popolo magnifico perché in noi scorre un’autentica vena di follia. Speriamo che ce la caviamo.

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