Augusto Girardelli, l'uomo dei cirmoli

Storie di eccezionale umanità

Nato contadino sul versante trentino del Monte Baldo, ai piedi del Monte Altissimo, Augusto Girardelli da contadino diventò albergatore ma sempre con una missione chiara nella mente: proteggere e migliorare la sua montagna. Ha piantato oltre mezzo millione di pini cirmoli

Mio padre Celeste è nato nel 1919, mia madre Luigia nel 1922. Entrambi non hanno finito le scuole elementari, mia madre perché all’epoca si usava così con le donne: il loro destino era diventare spose e madri, l’istruzione era considerata perfino pericolosa…Mio padre era nato in una numerosa famiglia di contadini di montagna della bergamasca Valseriana (le bocca da sfamare in casa erano 13 compresi i genitori): a 10 anni si andava in montagna come garzoni. Potete immaginare come mi specchio nella storia di Augusto Girardelli, classe 1923, nato a Besagno, a sud di Mori sulla costa del Baldo che sale verso Brentonico, a 380 metri sul livello del mare. Augusto era contadino nel poverissimo Trentino dell’epoca, In famiglia di bocche da sfamare era in 11 compresi i genitori Domenico e Luigia. Per non proseguire le scuole nella lontana Mori (le distanze all’epoca si misuravano a piedi…) e restarsene in montagna, Augusto si fece bocciare per ben tre volte in quinta elementare. Non mancava di personalità già a quell’età. E’ stato malgaro (“el vachèr”, il vaccaro) e contadino. In gioventù era una vera forza della natura, forte come un bue. Fu un ottimo atleta di sci di fondo e discesa: nel 1941, durante il servizio militare nel secondo Reggimento di Artiglieria Alpina, fu campione nazionale dei “giovani fascisti”. In guerra perse un fratello, Elio, anche lui affezionato al Monte Baldo e in particolare alla zona del Monte Altissimo, dove erano cresciuti. Al fratello aveva promesso di proteggere e salvaguardare la loro montagna. Augusto, uomo profondamente religioso, interpretò quella promessa come una vocazione. Sarebbe piaciuto al John Steinbeck di “Al Dio Sconosciuto”.
Nel 1948, ormai uomo fatto, con una famiglia da mantenere assieme alla moglie Bruna, acquistò il Rifugio San Giacomo, senza luce elettrica e acqua, e lo trasformò in albergo. L’albergo era a 1100 metri di altezza sulle falde trentine del Monte Baldo, quella sorta di immensa dorsale rocciosa che supera i 2000 metri di quota, antica di centinaia di milioni di anni, che separa il Lago di Garda dalla Vallagarina (dove scorre il fiume Adige). Nell’aspetto, il Monte Baldo ricorda un antico dinosauro addormentato, di quelli che effettivamente hanno lasciato le loro orme nella zona dei Lavini di Marco, a sud di Rovereto, tra i blocchi di roccia calcarea dove si possono ancora vedere le impronte, lasciate duecento milioni di anni fa, in pieno Giurassico, da animali sia carnivori che erbivori.
Augusto fu comproprietario per diversi anni delle Sciovie San Valentino e sempre con a fianco la moglie Bruna, donna dotata di una sporta infinita di pazienza, nel 1958, caricandosi di debiti con la serena convinzione di chi sa che è in grado di onorarli, inaugurò un nuovo albergo, l’odierno Hotel San Giacomo oggi gestito dai figli dei figli, e diede vita alla prima sciovia della zona. Nel 1969 scopre che una fetta della sua montagna è in vendita: sono 250 ettari di prati e rocce sotto l’Altissimo. Senza dire nulla alla moglie, Augusto va a Rovereto, tratta, acquista, si indebita ulteriormente con la Cassa Rurale di Mori. I debiti, per Augusto, erano come i figli: più ne hai, più sei felice, più ti senti immortale. Acquistò Malga Pesna e ne fece, con Malga Campo, una proprietà montana di 250 ettari. L’obiettivo non dichiarato era quello di rimboschire il Monte Altissimo per proteggerlo dalle valanghe. Nel 1975 incomincia a piantare gli alberi nelle parti più magre del territorio, quelle meno adatte al pascolo. Per capire il personaggio si ricorda che quando raccontò delle sue intenzioni a un ispettore forestale, questi gli ribatté: “Te voi piantàr en bosc su quei quatro crozi?” (vuoi piantare un bosco su quelle quattro pietre?). Sì. Quella era l’idea di Augusto Girardelli. Iniziò con larici, abeti e betulle. Nel 1977 incontra ciò che definisce il suo secondo amore (il primo quale fu? La moglie? La montagna? Meglio non indagare): il Pino Cirmolo. Gliene regalano 500 barbatelle. Scelse la parte più magra e rocciosa del monte, piccone in spalla, due dei figli di corvé, e partì verso L’Altissimo. Dopo un’ora che stavano lavorando di piccone per scavare le buche in cui impiantare le barbatelle, scoppia il diluvio universale, con lampi e grandine. I figli scappano a casa, Augusto resta: le barbatelle vanno interrate, i tuoni come compagnia e i lampi a far luce. Era notte quando scese, pure arrabbiato perché la moglie non gli aveva rimandato i figli finita la buriana. Così era Augusto Girardelli. Di Cirmoli ne ha fatti crescere ben più di 200.000 anche grazie al grande vascone per l’acqua che costruì per rimediare alle condizioni del terreno troppo ripido per conservare l’acqua piovana, costruendo anche tremila metri di canalizzazioni per portare l’acqua alle barbatelle. Noè in fin dei conti si limitò a costruire una zattera per galleggiare durante il diluvio universale infischiandosene del destino del resto dell’umanità oltre che degli animali e dei vegetali. Augusto ha cresciuto un’intera foresta di cirmoli salvaguardando e proteggendo la montagna e tutta la vita che vi dipende.
Si calcola che Augusto Girardelli abbia piantato circa mezzo milione di alberi su un’estensione superiore ai 100 ettari, gran parte dei quali sono ancora in vita e formano uno splendido bosco di cirmoli. Non spaventatevi, se camminando nel bosco, intravedete una figura alta e allampanata che vi precede e poi scompare dietro una svolta. Augusto le sue adorate montagne non le ha mai abbandonate.

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