Tifernum Tiberinum, alias Città di Castello

Il campanile cilindrico di Città di Castello, antico di 12 secoli

L’umbra Città di Castello (39.000 abitanti) trae origine dal latino Tifernum Tiberinum, che significa città (tifernum) posta lungo la vallata del Tevere (Tiberim). Nel Medioevo Tifernum venne dotata di un importante castello che sostituì l’aggettivo originale da cui Città di Castello. Il primo vescovo di Tifernum Tiberinum fu presumibilmente Eubodio, documentato nell’anno 465. In seguito il borgo fu completamente distrutto dai Goti di Totila (morto nel 552 d.C.), ma fu ricostruito e fortificato entro lo stesso secolo per volontà del vescovo Florido che ne è diventato il santo patrono. Nel corso dei secoli, l’antico Tifernum Tiberinum cambiò più volte nome. Sotto i Longobardi si chiamava Castrum Felicitatis (dal culto di Santa Felicita) e intorno al X secolo Civitas Castelli a indicare che la città era chiusa e protetta da alte mura e un castello. Le mura sono ancora presenti in parte del perimetro urbano.
In epoca romana, Città di Castello (Tifernum Tiberinum) fu citata più volte da Plinio il Giovane che vi possedeva terreni e una villa. Nel 1502 il signore di Città di Castello, Vitellozzo Vitelli, fu strangolato a Senigallia per ordine di Cesare Borgia che aveva organizzato una cena di pacificazione con diversi signorotti di Umbria e Romagna, cena che fu conclusa con una vera e propria mattanza. Il Borgia, che aveva rinunciato alla porpora cardinalizia per intraprendere il mestiere delle armi, comandava le truppe del pontefice Alessandro VI, suo padre, e stava costruendo un proprio Stato nel centro della penisola. L’episodio è stato raccontato fin nei dettagli più macabri da Niccolò Machiavelli nel “Principe”. Da quell’anno, Città di Castello, che aveva cambiato mano più volte in precedenza, rimase nel patrimonio di San Pietro fino al settembre del 1860, quando arrivò l’esercito del regno di Sardegna. Il 17 marzo dell’anno successivo anche i tifernati diventarono italiani a tutti gli effetti con Vittorio Emanuele II re d’Italia (non c’è mai stato un Vittorio Emanuele I re d’Italia, le stranezze della storia…).
Personaggio di fama mondiale legato alla storia di Città di Castello è stato Alberto Burri (1915-1995), nato a Città di Castello l’anno in cui l’Italia entrò nella Grande Guerra dopo aver ribaltato le precedenti alleanze, uomo tutto d’un pezzo che non venne mai meno al suo giuramento al Duce (e non al re, che aveva ribaltato per la seconda volta le alleanze con le quali era entrato in guerra nel 1940), a costo di sopportare l’internamento nel Criminal Camp americano in Texas (dopo che era stato catturato dagli inglesi in Nord Africa l’8 maggio 1943 e passato all’alleato) per non aver firmato la dichiarazione di collaborazione risultando di conseguenza un fascista irriducibile. Per sua fortuna gli Americani non agivano come i Russi (che passarono per le armi decine di migliaia di irriducibili, che fossero cosacchi di Crimea che avevano combattuto con i tedeschi o ex prigionieri russi dei tedeschi rei di essersi arresi). Burri tornò in Italia nel 1946 e intraprese una splendida carriera come artista di arte contemporanea che lo rese famoso in tutto il mondo (tranne che nella Russia sovietica…). Burri ci ricorda che l’Italia dei primi quarant’anni dello scorso secolo fu anche una formidabile fucina di cultura e di rivoluzione estetica, dal Razionalismo in architettura al Futurismo nella pittura e nella letteratura senza dimenticare giganti della poesia come Eugenio Montale e Giuseppe Ungaretti. A Città di Castello ci sono due importanti musei dedicati ad Alberto Burri, a Palazzo Albizzini e agli Ex Seccatoi del Tabacco. Di Città di Castello è anche Monica Bellucci (che vi è nata nel 1964), dea di bellezza, icona della cinematografia mondiale.
Città di Castello vanta anche una Pinacoteca Comunale con opere di Cristoforo Gherardi, Cola dell’Amatrice, Raffaello, Signorelli, Pomarancio, Ghiberti e ancora Maestro di Città di Castello, Spinello Aretino, Andrea di Bartolo, Antonio Alberti, Antonio Vivarini.

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