Il volo libero a 120 Km all'ora

Il Volo dell’Angelo sulle Dolomiti Lucane

E’ il terzo impianto realizzato in Europa (gli altri due sono in Francia): il Volo dell’Angelo collega due Comuni posti attorno ai 1000 metri di altezza, Castelmezzo e Pietrapertosa, sulle Piccole Dolomiti Lucane, divisi da una profonda vallata. Le due tratte ammontano a quasi 3000 metri di lunghezza, le si percorre in volo libero agganciati a un cavo d’acciaio in poco più di un minuto per tratta a una velocità che arriva a sfiorare i 120 chilometri all’ora. E’ un’esperienza emozionante, sicura quanto impagabile. Consente di scoprire due borghi tra i più belli d’Italia: Castelmezzo e Pietrapertosa

Immaginatevi due robusti cavi d’acciaio stesi tra due picchi oltre i 1000 metri di quota ciascuno lontani 1378 e 1550 metri tra di loro, con un dislivello tra il punto di partenza e quello di arrivo di 161 e 131 metri, un vuoto di oltre 400 metri nel punto più profondo della valle che divide Pietrapertosa da Castelmezzano, nel cuore della Basilicata, un poveretto che per sembrare coraggioso si è fatto imbragare in una sorta di grembiule da macellaio che lo copre dalle spalle fino all’inguine, il tutto sospeso con corde e moschettoni a un piccolo carrello d’acciaio che corre sul cavo. Il poveretto giace disteso, parallelo al cavo e al suolo, un casco in testa, un trapezio ancorato alla vita realizzato con legno e corde per posare i piedi e mantenere anch’essi paralleli al suolo. In passato avresti pensato a un sofisticato sistema di tortura per punire un brigante (questa è stata terra di feroci briganti sia sotto i Borboni che sotto i Savoia) umiliandolo a chiedere pietà e denunciare i complici. Nient’affatto: l’eroe del giorno è un giornalista che viaggia verso i 60 anni, con tanto di pancia e velleità di sentirsi ancora un giovanotto. L’avete capito: il pollo in pentola era il sottoscritto. La vittima successiva era di sesso femminile, assai più giovane e magra. Doppiamente vittima, dell’esperienza in vista e del direttore del suo giornale che l’ha costretta a seguirlo in questa pazzia. Il luogo, Pietrapertosa, di fronte a Castelmezzano, si trova sulle Piccole Dolomiti Lucane dove due sindaci coraggiosi – Antonio Pasquale Stasi (Pietrapertosa) e Nicola Rocco Valluzzi (Castelmezzano) – e i loro più stretti collaboratori hanno sognato, pensato, realizzato un’iniziativa a dir poco originale: far volare i turisti tra i due Comuni, separati geograficamente ma anche culturalmente da una profonda valle e nello stesso tempo uniti dalle Piccole Dolomiti Lucane, formazioni rocciose di tipo sedimentario che richiamano alla memoria le assai più famose Dolomiti del Nord Italia. Le Piccole Dolomiti Lucane sono uniche anche in Basilicata.
In Francia sono stati realizzati i primi due esempi del genere, a una quota assai più bassa e con un panorama di certo assai meno suggestivo. Perché non farlo anche in Lucania unendo simbolicamente due Comuni distanti tra di loro poco più di un tiro di schioppo eppure con storie assai diverse e diversi perfino nel parlare il comune dialetto lucano? Castelmezzano, 900 metri di altezza, 900 abitanti, ha origini greche. Tra il VI e il V secolo a.C. coloni greci penetrarono nella valle del Basento e fondarono un centro abitato chiamato Maudoro, cioè mondo d’oro. Durante le invasioni barbariche del V secolo Goti e Visigoti razziarono il territorio rubando il raccolto e gli animali, scannando nel contempo le popolazioni. Narra una leggenda assai verosimile che un pastore, tale Paolino, scoprì un luogo adatto per trasferirsi, formato da rocce ripide dalle cui cime si potevano respingere gli invasori facendo rotolare massi di pietra. Il suo esempio fu seguito dall’intera popolazione di Maudoro, che si trasferì ai piedi delle rocce. Nel secolo successivo arrivarono i Longobardi quindi i Normanni attorno all’anno Mille. I Normanni vi costruirono un castello di vedetta di cui sono visibili i resti delle mura e la gradinata scavata nella roccia che consentiva l’accesso al punto di vedetta più elevato. Fu il castello (Castrum Medianum, castello di mezzo tra i castelli di Albano e Pietrapertosa) a dare il nome al borgo arroccato sulle rocce.
L’antistante Pietrapertosa, 1300 abitanti, a 1088 metri di altezza, è incastonata anch’esso nella nuda roccia e si snoda lungo l’unica strada principale fino ai piedi dell’antico castello risalente alla dominazione romana. Tale fortificazione è dominata da uno spettacolare arco naturale che un tempo era luogo di vedetta e posto di sentinella.
L’antico nome della città, ovvero “Pietraperciata” (che significa pietra forata), era legato alla presenza di un foro in una grande rupe visibile dalla città. Fondata probabilmente dai Pelasgi nell’VIII secolo a.C., Pietrapertosa fu romana prima, bizantina in seguito, infine longobardica anche se in alternanza con i bizantini. Singolare la vicenda di Pietrapertosa dove nell’838 un certo Luca, approfittando dell’impopolarità del taurmarca bizantino del luogo, con l’aiuto dei saraceni e convertitosi all’islamismo, ottenne il comando del paese. Da questo momento e fino al 1001, il presidio arabo di Pietrapertosa, per la sua ottima posizione, costituì il caposaldo delle incursioni saracene dal Basento verso Tricarico, Tolve e Acerenza. Bizantini e Longobardi resistettero nell’antistante Castelmezzano. Saranno i Normanni, insediatisi a Castelmezzano, a riconquistare Pietrapertosa. Da qui la diversità culturale tra i due comuni radicatasi nel corso dei secoli. I castelmezzanesi si considerano discendenti dei Normanni, più variegata la discendenza dei pietrapertosini, che hanno anche sangue arabo.

Si vola!
Torniamo al pollo in pentola. I francesi hanno concesso il know how e hanno installato due impianti, uno per scendere a Castelmezzano partendo da Pietrapertosa, l’altro per scendere a Pietrapertosa partendo da Castelmezzano. Le stazioni di partenza sono a 1020 metri di quota a Pietrapertosa e a 1019 metri a Castelmezzano.
E’ tarda mattinata. Un breve temporale ha rinfrescato l’aria di metà aprile. La piattaforma di partenza, sopra Pietrapertosa, è stata collocata sul ciglio di un burrone. Vi si arriva già bardati da beccai, con tanto di casco sui radi capelli. Ti agganciano al carrello, ti chiedono di piegarti verso terra come quando il condannato posava il capo sul ceppo prima del colpo di scure. Dondoli per aria. Ti agganciano il trapezio ai piedi al fine di permetterti di restare perfettamente parallelo al cavo. Con il radiotelefono gli operatori del punto di partenza comunicano con quelli del punto di arrivo. Trasmettono il nome del condannato e il suo peso. Il peso è fondamentale per scegliere una sorta di piccola vela che viene applicata tra la schiena e il carrello al fine di rallentare la velocità del volo ed evitare che i più pesanti abbattano le Piccole Dolomiti Lucane al loro arrivo. Sono tra costoro con i miei oltre 85 chili di peso.
Arriva il consenso alla partenza. L’operatore sgancia un cavetto, l’ultimo legame con la piattaforma. Inizia il volo. Il vuoto ti viene incontro con il vento che ti schiaffeggia il volto. E’ adrenalina quella che avverti al basso ventre o è qualcosa di più liquido? Voli verso il basso come uno sciatore che scivola verso la fine della rampa di accelerazione prima di proiettarsi in volo, aumentando progressivamente la velocità. Potresti essere a Cortina e prepararti per volare davvero nel vuoto, senza alcuna sicurezza. La morte sarebbe certa: di paura. Voli! Voli come una gru nera, voli come un’oca siberiana, voli come un’aquila bianca! Sei diventato uno sparviero. Voli!
Il suolo si allontana progressivamente: la velocità supera i 100 chilometri orari, probabilmente arriverà a 120 chilometri orari. E’ esaltante. Mai volato in questo modo. Il terreno torna ad avvicinarsi progressivamente: sei nel secondo tratto del volo, verso l’arrivo. La veletta ti ha frenato nel centro del vallone dove il vento di traverso ti fa oscillare leggermente. Torni ad accelerare a mano a mano che ti avvicini all’arrivo. Sei una saetta. Chi ti ferma più? La piattaforma, gli operatori sulla piattaforma, gli spettatori dietro la piattaforma. Sono immagini che ti balzano addosso in centesimi di secondo. Chissà che botto all’arrivo. Come minimo finisco oltre Pietrapertosa, sull’altro lato della montagna, trapassandola con la mia dura testa di bergamasco. Il botto lo avverti. E’ l’ingegnoso sistema di frenata a catena che scatta appena il carrello impatta con una sorta di bersaglio posto sul cavo sopra la piattaforma di arrivo. Freni in poco più di tre metri. Torni quindi all’indietro dove ti fermano sulla piattaforma, che sale e scende grazie a un sistema di pistoni idraulici. E’ finita, purtroppo. Scendi dalla piattaforma. Ti chiedono di esprimere le prime emozioni. Che dire? E’ stato bello, anche se breve. Di solito lo dicono le donne, ma non a proposito del volo…
Nel pomeriggio si sale fino sopra Castelmezzano per raggiungere la seconda piattaforma di partenza per tornare a Pietrapertosa. E’ una salita piuttosto ripida. Gli amici di Castelmezzano prima ci hanno portato a vedere i ruderi del castello normanno e a provare l’emozione di una ferratina assai suggestiva su una sorta di pollicione roccioso proiettato verso il cielo scavato a gradini fin dall’epoca dei Normanni, poi via verso la scorciatoia per la piattaforma di partenza. Non è così che si ammazzano anche i cavalli?
Il secondo volo è sul colmo della valle, immediatamente proiettati nel vuoto. La valle scorre sotto di te come un plastico: il torrente sul fondo, la strada che sale con numerosi tornanti, un’automobile grande come un giocattolo, case simili a quelle che realizzavi nell’infanzia con il Lego, il bosco all’intorno. Il volo dura poco più di un minuto ed è come essere seduti davanti a uno schermo solo che lo schermo è sotto di te e tu sei sdraiato a pancia all’ingiù. Il vento ti frulla all’intorno. Ti rendi conto che sei stato davvero un missile umano che corre lungo il cavo a notevole velocità quando assisti al volo degli altri condannati che hanno lanciato nel vuoto dopo di te. Prima scorgi solo il cavo che si perde nel vuoto, verso la cima di fronte. Poi individui un puntolini nero che scende lungo il cavo come una blatta che corra velocemente lungo un filo di seta. La blatta ingrandisce a vista d’occhio e assume i colori e la forma di un proiettile umano. Arriva sulla piattaforma d’arrivo come un razzo. Un botto, il corpo che vola oltre la piattaforma d’arrivo e si inarca verso l’alto come impazzito, il suo lento ritorno sulla piattaforma, l’espressione gaudente sui volti. Le donne soprattutto fanno fatica a credere di esserci riuscite, di aver provato una simile emozione, di essere ancora vive immagino…

Castelmezzano e Pietrapertosa
Castelmezzano è un presepe addossato alle pareti rocciose delle Piccole Dolomiti Lucane che lo sovrastano proteggendolo dai freddi venti settentrionali. La nascita di queste montagne risale a 15 milioni di anni fa (Miocene medio) periodo in cui si formarono in fondo al mare le arenarie che oggi costituiscono le rocce. Il gruppo più elevato è quello della Costa di S. Martino chiamato Piccole Dolomiti in quanto riproduce l’asprezza e le caratteristiche delle famose Pule Trentine.
Sulle Dolomiti negli anfratti più inaccessibili fanno il loro nido splendidi esemplari di nibbio reale, gheppio, falco pellegrino. L’ex sindaco Rocco Lombardi (ha diretto il Comune per ben 25 anni) iniziò l’opera del recupero e del restauro del paese con i fondi governativi arrivati in Lucania dopo il terremoto del 1980. I suoi successori ne hanno proseguito l’opera trasformando il paese in uno dei più bei borghi storici d’Italia. Personaggi come il sindaco Nicola Rocco Valluzzi, il vicesindaco Antonio Domenico Cavuoti, gli assessori Antonio Lorenzo Palazzo, Rocco Amico e Carmine Colucci sono la fortuna di ogni amministrazione pubblica. Castelmezzano è tra i soci fondatori dell’associazione I borghi più belli d’Italia. L’associazione è nata nel 2001 per opera dell’ANCI, l’associazione nazionale dei comuni italiani. Fanno parte dell’associazione 177 borghi italiani. In Basilicata assieme a Castelmezzano ne fanno parte Acerenza, Guardia Perticaria e Venosa. Nel 2007 il sito di viaggi americano “Budget Travel” definì Castelmezzano la migliore località del pianeta tra quelle di cui non si è mai sentito parlare, assieme a Caraiva (Brasile), Estacada (USA), Irgalem (Etiopia), Puerto Angel (Messico), la regione dello Jura (Francia), Jomsom (Nepal) e Sangkhlaburi (Thailandia).
Il sindaco Valluzzi assieme ai suoi collaboratori ha dimostrato una splendida capacità di progettare opere di interesse collettivo e di forte impatto turistico aggiudicandosi i necessari fondi, soprattutto dell’Unione Europea, a dimostrazione di chiarezza d’idee e seria e dimostrata capacità amministrativa. Il paese si è dotato così di un piano paesistico al fine di valorizzare la tradizione della pietra a vista che ne caratterizza le abitazioni e dei tetti con i coppi rossi. Suggestiva l’illuminazione del borgo e del paesaggio che lo sovrasta utilizzando anche pannelli fotovoltaici per abbattere i consumi energetici. Il paese dispone di due alberghi, La Locanda di Castromediano, aperta nel 2004, di categoria 3 stelle, con 24 camere e un ristorante assai noto, il Becco della Civetta, www.beccodellacivetta.it, citato nelle migliori guide enogastronomiche (consigliato da Edoardo Raspelli, Osterie d’Italia, L’Espresso, Michelin, Il Gambero Rosso, Panorama, Veronelli, Touring Club, Il Golosario, Viaggi e Sapori, La Gola in Tasca), e il vicino Hotel Dolomiti, categoria 2 stelle, con 10 camere un un’ottima trattoria tipica.
L’Arabata di Pietrapertosa è il quartiere più antico e suggestivo di Pietrapertosa. Il suo nome risale agli antichi dominatori arabi, che guidati dal re Bomar qui si annidarono nell’838 e ne fecero il loro fortilizio ai cui piedi costruirono le loro rozze abitazioni, simili a veri e proprie fortezze. Avevano queste una forma rettangolare, con due sole aperture praticate nei lati più corti: la porta d’ingresso bassa e stretta e l’altra apertura che immetteva nell’Ostello, da cui si poteva fuggire in caso di pericolo. Non avevano camino, né finestre. Un foro nel tetto fungeva da camino e da lucernario (“cirnale”). I muri in pietra erano senza intonaco e la copertura in lastre di pietra. Erano sempre poste su un’alta scalinata d’accesso. Di queste case resta solo qualcuna semi abbandonata, le altre sono state ristrutturate; conservano tuttavia l’alta scalinata e presentano un aspetto quasi civettuolo, con le finestre fiorite affacciantesi sulle stradine ripide e tortuose e sui minuscoli orti formati da terra di riporto. Non è raro scoprire connubi diretti con la rupe delle singole case o degli slarghi nell’intrammezzo rupaceo. In fondo a questi, negli angoli, appena possibile può apparire un selvatico fico contorto con cui vive allacciato l’asino, il mezzo più adatto per muoversi nei corridoi stretti e impervi, tra le case.
A Pietrapertosa è nato l’Albergo Diffuso Le Costellazioni, www.borghidibasilicata.eu, composto da 13 appartamenti con cucina con 43 posti letto. Gli alloggi sono di varie dimensioni, da 2 a 6 posti letto, completi di angolo cottura attrezzato, tv color, phon, riscaldamento e bagno con doccia. Tutte le sue residenze, ciascuna con il nome di una costellazione, sono immerse nel centro storico del borgo e sono il frutto di una sapiente ristrutturazione che ha saputo integrare in ambienti molto confortevoli sia mobili d’epoca che esempi di ricercato design.
Motori del cambiamento e del rilancio di Pietrapertosa sono il sindaco Nicola Rocco Stati e il vicesindaco Rocco Piancazzo assieme agli assessori Caterina Santomauro e Vittorio Giovanni Mazza.
Per il Volo dell’Angelo ringrazio in maniera particolare il Direttore Generale dell’Azienda di Promozione Turistica della Basilicata, Gianpiero Perri, www.aptbasilicata.it, e il Direttore del Park Hotel di Potenza, Angelo Pellizzaro, che si sono impegnati in maniera particolare per consentirci di effettuare il volo in un mese – aprile – in cui l’impianto è ancora chiuso. L’impianto, che è assistito da uno staff di circa 30 volontari per poter funzionare, è aperto nei mesi di luglio, agosto e settembre.

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