Turismo & Politica

Per diventare primi nel turismo

L'Italia manca di una strategia nazionale per il turismo, elemento fondamentale per scalare le vette internazionali delle statistiche del settore

Solo cinque anni fa il Corriere della Sera non si occupava di turismo se non per la cronaca nera o per inserti pubblicitari a pagamento. In particolare con Gian Antonio Stella il Corriere si è finalmente accorto che il turismo in Italia ha un potenziale economico eccezionale a patto di farlo diventare finalmente un’industria seria e certificata. Forse hanno anche incominciato a leggere la stampa specializzata di settore: i giornalisti italiani spesso soffrono di dislessia così scrivono senza prima essersi informati. Stella ha scoperto per esempio che l’Italia è sempre stata un gigante del settore fin dagli anni Cinquanta, quando il settore del turismo internazionale stava nascendo dopo il disastro della seconda guerra mondiale che per cinque anni aveva bloccato qualsiasi viaggio all’estero o in Italia che non fosse in divisa militare. Nel 1950 il 19 per cento dei visitatori internazionali veniva in Italia, nel 2013 sono stati il 4,4 per cento. Nel 1950 i viaggiatori internazionali erano 25 milioni, lo scorso anno sono stati un miliardo e ottanta milioni. Quest’anno saranno un miliardo e cento milioni. Nel 1950 gli Stati Uniti da soli rappresentavano oltre un quarto del PIL mondiale, oggi la loro quota si è dimezzata, l’Unione Europea dei 28 li ha sorpassati, la Cina tra una decina di anni li raggiungerà. Il mondo, dal 1950, è profondamente cambiato. La popolazione mondiale è più che raddoppiata. Tra il 1950 e oggi c’è stata la Guerra Fredda, terminata nel 1989 con la sconfitta dell’impero comunista, dal 2001 si è rialzato un gigante del passato, il paese che nel 1400 era il primo sul pianeta, la Cina, che sta tornando al suo antico ruolo.
Non si tratta quindi di rivendicare un primato che in realtà non c’è mai stato visto che nel 1950 il primo paese turistico al mondo erano gli Stati Uniti che disponevano di un mercato interno, grande come un continente, assai più ricco del resto del pianeta messo insieme. La motorizzazione negli Stati Uniti era già un fenomeno di massa tra le due guerre mondiali. Gli Stati Uniti avevano parchi naturali già nel 1890, Disneyland Los Angeles è del 1955, Las Vegas era la prima destinazione al mondo per il gioco d’azzardo.
In Europa in turismo è nato soprattutto sulle alpi svizzere e austriache e nelle destinazioni termali francesi oltre che svizzere, austriache e tedesche. San Martino di Castrozza, Merano e Madonna di Campiglio erano destinazioni turistiche affermate durante l’impero asburgico, idem Venezia che fu dotata di ferrovia, strade urbane e ponti (Stazione e Accademia) proprio dal governo austriaco. Lo scopo era militare ma fu assai gradito anche da coloro che la frequentarono in numero crescente per la sua bellezza intrinseca. Fu a Venezia che John Ruskin in piena epoca austriaca, nel 1850, scrisse nel suo Stones of Venice: “Il mondo non può diventare tutto un’officina… come si andrà imparando l’arte della vita, si troverà alla fine che tutte le cose belle sono anche necessarie”. Fu il Manifesto del turismo.
Le denunce di Stella sono precise e puntuali tranne che mancano di proposte altrettanto precise e puntuali. Avesse letto ciò che viene pubblicato pressoché giornalmente in Votiamoperilturismo, potrebbe far fare un salto di qualità alla sua prosa:
1) Ci vuole con urgenza la riforma del Titolo V della Costituzione (voluto improvvidamente dal governo di centrosinistra di Romano Prodi) che riporti la politica del turismo italiano sotto un’unica cabina di regia. In Europa ci sono già 28 regioni, quelle italiane risultano minuscole come gli abitanti dell’isola di Lilliput scoperta da Gulliver. Vanno bene per un decentramento amministrativo, sono controproducenti laddove ci vuole respiro internazionale come nel turismo.
2) Ci vuole un Ministero con portafoglio dedicato all’ingegno italiano, alla sua memoria ma anche a ciò che il nostro Paese continua a produrre di eccellente per il mondo nel design, nella moda, nell’arte, nella cultura, nella tecnologia, nella meccanica fine, nell’agricoltura naturale dove la biodiversità italiana ha raggiunto l’apice con l’enogastronomia nazionale che si basa su un corpus di 70.000 ricette davvero unico sull’intero pianeta Terra. La biodiversità italiana è unica e nello stesso tempo è intimamente legata al mondo dal quale sono arrivate quasi tutte le materie prime che la connotano e anche i procedimenti agricoli e culinari: in questo sta sia la sua originalità che la sua universalità, esattamente come nell’incredibile storia che connota la penisola che non sarebbe esistita senza il popolo dei Nuraghe, gli Etruschi, gli Italici, i Greci, i Celti, i Romani, i Longobardi, i Franchi, gli Arabi, i Normanni, gli Angioini, gli Aragonesi…
3) Ci vuole un’università dedicata al Management turistico (per dirigere alberghi, per dirigere ristoranti, per dirigere le destinazioni territoriali, per dirigere Comuni e Regioni), ci vuole una diversa consapevolezza politica dell’impatto urbanistico che ponga la Green Economy e la Mobilità Dolce al centro dello sviluppo delle città e dei borghi italiani
4) Ci vuole una sola cabina di regia nella promocommercializzazione del prodotto Italia dotata di fondi adeguati e con obiettivi chiari e calendarizzati
5) Ci vogliono prodotti turistici nuovi e originali che rivedano il concetto di museo cimiteriale oggi dominante per creare laboratori dinamici della memoria, veri e propri Parchi culturali a tema. Ciò richiede l’istituzione di fondazioni private o pubblico/private gestite da Manager, delegando ai Sovrintendenti delle Belle Arti un ruolo meramente culturale e di controllo dello stato di conservazione e manutenzione dei siti, senza potere di veto. Ci vogliono Club di prodotto di ultima generazione
Cinque proposte che potrebbero modificare la geografia urbanistica e culturale del nostro Paese e rilanciare l’intero sistema economico ponendo al centro della nostra politica il ruolo della Bellezza, della Cultura, del Ben-Essere, della Storia, dello Stile di vita che i nostri antenati ci hanno consegnato e che sarebbe stupido prima ancora che folle disperdere. Gian Antonio Stella, leggici. Il Corriere costa 1,90 euro (con l’inserto non richiesto). Noi, neppure quello. Siamo gratis.

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here