Racconti

Omaggio a Dante Alighieri

Omaggio a Dante Alighieri nel giorno a lui dedicato, il 25 marzo, a tutti coloro che sono chiusi in casa a causa del Covid-19. Un breve racconto per passare un poco di tempo

Kurt Emmering aveva 28 anni. Così risultava sui documenti ormai ingialliti e incartapecoriti che giacevano assieme a lettere, cartoline e ad altra carta stampata riposti nella cartella di cuoio nera che conservava nella cassetta militare di legno brunito con borchie metalliche che riposava sotto la branda. 28 anni. Solo tre anni prima era un ragazzo, ora era un veterano. Un uomo segnato dalla guerra, segnato dalla morte. Il primo cadavere lo aveva scorto arrivando in trincea. Pioveva, il fango ostacolava il cammino dei carri e rendeva scivoloso il fondo della carrareccia che stavano risalendo. Dopo una curva vide le trincee, quelle profonde ferite inferte alla montagna così simili alle rughe degli anziani, i cavalli di frisia stesi su più livelli ispidi come una barba mal rasata, le buche delle bombe che davano un aspetto vaioloso a tutto il territorio all’intorno, i tetti bassi ricoperti di lamiera delle casematte del comando più simili a nascondigli di fuorilegge che insegne del potere imperiale. Un torrente macilento solcava la valle, fangoso per la gran pioggia di quei giorni. Un rivo che sporcava la terra al suo passaggio, straziandola fin nel profondo anziché dilavarla. Le cime all’intorno ricordavano lapidi tombali, grigie, tetre, incombenti come una sentenza senza appello. Poi vide i cadaveri ancora allo scoperto. L’ultimo attacco era avvenuto solo poche ore prima. Vide il morto. Era il corpo di un italiano rimasto impigliato nel filo spinato dove la mitragliatrice l’aveva fermato per sempre. Non sembrava neppure più il corpo di un essere umano ma una sorta di fantoccio disarticolato come se ne vedono nelle feste di paese quando arrivano le giostre. Non sembrava neppure un morto. Il rigor mortis l’aveva irrigidito come un burattino, un braccio disarticolato come se un artigiano stizzoso lo avesse buttato malamente in un angolo provocandogli la fuoriuscita della spalla. Il primo vero morto gli era caduto tra le braccia alcuni giorni dopo. Ne era rimasto profondamente choccato. Lo conosceva appena. Ne ricordava a fatica il nome, Hans. Era un sergente del Tirolo inferiore. Di Merano. Della montagna che sovrasta Merano per la precisione. Hans ci teneva a far sapere che lui con la gente di città non ci aveva avuto mai a che fare. Lui era un vero montanaro e ne andava fiero. Hans era un tipo basso e tarchiato con folti baffi e l’aria di aver accudito le bestie fino a un momento prima di essersi arruolato. Ora accudiva i giovani fanti con lo stesso modo brusco con il quale si occupava delle vacche nella stalla o strigliava i cavalli da tiro. Ci mancava solo che gridasse loro oh oh come faceva quando conduceva le bestie sui prati. Tornava umano solo quando parlava dei suoi. Hans sapeva bene perché stava combattendo. Per la sua Heimat, per la sua valle piccola come un canovaccio da cucina, grande come il suo cuore. Gli avevano detto che gli italiani volevano portargli via la terra, le bestie, le donne. Per le donne non sarebbe stata la fine del mondo, in fin dei conti ce ne sono sempre troppe. Ma le bestie e la terra no. Per le bestie e la terra avrebbe combattuto contro chiunque avesse provato a derubarlo. Suo nonno aveva combattuto contro i francesi prima, contro i bavaresi poi. Ogni generazione doveva dimostrare il suo buon diritto a restare padrona in casa propria. Era questo il modo con il quale Dio li metteva alla prova. Hans era un buon cristiano, oltre che un fedele suddito di Kaiser Franz, e avrebbe accoppato tutti i pagani che avessero provato a invadere la sua terra. Gli stava mostrando la foto dei suoi cari: un dagherrotipo in cui si intravedeva una donna asciutta, bionda probabilmente, con due figli attaccati alla gonna. Una bomba di mortaio esplose a pochi passi. Una scheggia sfiorò la guancia di Kurt, un’altra invece trovò il suo bersaglio. Il meranese gli si afflosciò tra le braccia. Non disse una parola. Solo gli occhi incominciarono a piangere. Kurt vomitò sul morto, le gambe che non lo sostenevano più. Impiegò qualche giorno per tornare a mangiare senza avvertire un crampo nello stomaco ogni volta che avvicinava il cucchiaio alla bocca. Lo sognò per molte notti. Sempre la stessa scena, con il meranese che gli crollava sulle braccia. E Kurt che sempre cercava invano di scostarlo perché quella scheggia maledetta si conficcasse altrove. Poi ci fu una grande battaglia. Gli italiani avanzarono in massa, gli ufficiali in testa. Ci mancava solo la bandiera al vento e la tromba a suonare la carica. Volontari si erano infilati sotto i reticolati per aprire una sorta di breccia in quell’intrico di spini metallici. La mitragliatrice li aveva fusi con gli ostacoli che avevano disperatamente cercato di tagliare. Il nemico poi aveva cercato di aprirsi una breccia bombardando i cavalli di frisia con risultati non molto dissimili da quelli ottenuti dai poveri soldati andati in avanscoperta. Infine era suonata la carica. La nebbia all’inizio aveva nascosto le silhouette che avanzavano ma era stato solo un breve respiro per gli attaccanti. Poi le mitragliatrici avevano intonato il loro terribile peana, un ritmico canto di guerra intervallato dalle cupe salve dei colpi di mortaio e dal rumore di mortaretti degli schrappel che esplodevano sopra la testa degli assalitori inondandoli poi di una pioggia di micidiali spezzoni. Era stata una carneficina. I morti furono centinaia. I suoi non miravano neppure, bastava buttare le bombe a mano nel mucchio o dirigere il fuoco della mitragliatrice là dove la massa era più compatta. La massa restava sempre compatta ma a un certo momento smetteva di muoversi. Diventava un muro, un muro di cadaveri. Alla fine restava solo una massa compatta di morti che i sopravvissuti giungevano perfino ad accatastare per farsene un improvvisato riparo. Era incredibile la tenacia degli italiani. A un certo punto sembrava perfino che le pallottole li trapassassero senza riuscire ad abbatterli tanto era forte la volontà di avanzare. Era stata un’ondata di piena che per un momento aveva minacciato di travolgerli ma poi era passata lasciando solo limo e sangue a memoria del suo passaggio. E quell’odore di morte che prima aveva il profumo del sangue all’inizio, dolciastro, quasi aromatico, che poi trasmutava in un odore fetido a mano a mano che i corpi incominciavano a imputridire. Avevano usato i lanciafiamme per bruciare i cadaveri rimasti impigliati nel filo spinato. Per giorni l’odore della carne arrostita si era confuso con quello della merda e dell’orina. Era stata una puzza terribile, nauseabonda, che aveva provocato conati di vomito a moltissimi soldati. Poi ci si era abituati. Ci si abitua a tutto. Anche tra le file dei suoi commilitoni c’erano state perdite, anche se più contenute. Alcuni li conosceva, la maggior parte no. Fu dura ma meno della prima volta. Poi divenne quasi un’abitudine, ammazzare ed essere ammazzati. Ammazzare e poi bruciare i corpi dei nemici e sotterrare quelli dei propri commilitoni. Con i lanciafiamme avanzavano anche i nemici, non per bruciare i cadaveri ma per arrostire i vivi. Era un modo di far guerra quello che nessuno era disposto a sopportare. Esisteva comunque un codice dell’onore anche in quell’immane carneficina. Nessun ardito catturato con il bidone del lanciafiamme in spalla era mai stato preso prigioniero. Era l’unico caso in cui gli ufficiali guardavano sempre da un’altra parte. L’onore. Che cos’è un uomo senza onore? Gli animali non hanno onore. Gli animali non hanno neppure l’anima. Ma l’essere umano senza onore diventa un animale e rinuncia anche alla sua anima. Lo sapevano bene i Greci che hanno coniugato onore e dignità, onore e identità. Alle Termopili gli Spartani si fecero ammazzare fino all’ultimo uomo per l’onore. Salvarono la Grecia dai persiani perché furono uomini d’onore che mai avrebbero potuto sopportare l’onta della ritirata. Un Greco sconfitto non era più un Greco, non era più neppure un Uomo. Diventava solo uno schiavo. L’onore per un uomo è tutto, è la sua identità, è la sua missione nella vita. Per i Giapponesi l’onore è l’essenza stessa della vita. La vita è illusione e ciò che dà un senso a un’esistenza minacciata dall’illusione è proprio l’onore, il rispetto esasperato della propria dignità. Un giapponese non si arrende, mai. Si dà la morte per salvaguardare il suo onore. Seppu ko. Una vita senza dignità è una vita senza umanità, così almeno è l’opinione degli orientali. Ma era anche l’opinione della casta militare europea. A un nemico che sapeva morire con onore venivano riconosciuti tutti gli onori militari. Più di una lapide era stata apposta nei luoghi dove degli ufficiali avevano condotto una strenua resistenza contro forze preponderanti o avevano compiuto imprese esaltanti. Lapidi che spesso venivano apposte dal nemico che onorando l’avversario in realtà onorava anche i propri ideali militari. Buffa per molti versi una guerra dove l’eroismo dell’avversario diventava una lezione di vita e un esempio da esaltare anche per i propri militari. D’altra parte, in un esercito dove i civili rappresentavano i nove decimi e oltre rispetto ai militari e ai soldati di carriera, era ben necessario cercare di instillare a tutti i costi e con ogni mezzo l’ardore e i valori militari. La notte riusciva a dormire abbastanza a lungo per non svegliarsi con le occhiaie. Ormai di morti e di battaglie ne aveva viste abbastanza. Era perfino tornato a sognare casa, a sognare Birgit.
Statura media, i capelli color dell’erba a fine agosto quando diventa paglia, gli occhi azzurri quasi cinerei, i tratti del volto delicati, la figura snella, Kurt da civile era stato insegnante a Salisburgo, nel locale liceo. Insegnava storia dell’arte. Proveniva da una piccola, sinuosa valle che ripercorre fino a monte il tormentato alveo di un torrente che in primavera a volte diventa così impetuoso da travolgere i ponti con la forza della corrente e degli arieti – alberi divelti, massi erratici – che raccoglie lungo gli argini. Una valle verde tutto l’anno tranne che in inverno, dove il biancore della neve ricopre i campi e la mulattiera, i tetti delle case e perfino quello della chiesa obbligando i contadini in casa e gli armenti nelle stalle per tre mesi almeno. La Voglauertal era la sua valle, 25 chilometri a Est di Salisburgo. Kurt amava le montagne. Ne amava il profilo austero. Ne amava le forme di cattedrali gotiche. Amava la vertigine che lo coglieva ogni volta che si affacciava su un precipizio a strapiombo sul vuoto. Vincere la paura del vuoto è come vincere la paura della vita. Significa confrontarsi con la vertigine dell’ignoto senza farsene sopraffare. Significa accettare l’oscuro disegno divino con la consapevolezza che è nell’amore per tutto ciò che è stato creato il segreto per non farsi schiacciare dall’immensità di ciò che ci circonda e dal nulla che ci sovrasta o che ci attende appena fuori del nostro pianeta o appena lontano dalla grazia della fede. Kurt coltivava un’altra grande passione: la letteratura italiana. Era stata una vita di Dante Alighieri che gli era stata prestata a scuola dalla sua insegnante all’età di 11 anni a rivelargli un mondo che non aveva ancora smesso di affascinarlo. Amava Dante Alighieri sopra ogni altra cosa. Aveva perfino imparato la lingua italiana per poterlo leggere in originale. Dante gli aveva fatto amare i toscani di fine Duecento inizio Trecento e attraverso di loro tutti gli italiani, questo popolo così estroverso e litigioso, così disordinato e colmo di poesia. Che cosa sarebbe stato della civiltà dell’Europa senza Dante? Chi altri avrebbe saputo trasporre sulla carta la cultura esoterica e materiale dell’Alto Medio Evo – in cui anche l’Islam aveva avuto un così importante ruolo – che in Federico II di Svevia aveva trovato il suo maggiore interprete? Chi altri avrebbe potuto scalare le vette dell’universalità come fece Dante? Chi altri avrebbe potuto inoltrarsi nei gorghi dei sentimenti umani senza farsene travolgere in un’epoca in cui la vita umana era sempre sospesa a un colpo di spada e la brutalità sembrava la norma e la poesia un lusso riservato a pochi? Chi avrebbe potuto riscattare il sangue e la ferocia dei secoli precedenti e di quelli in cui viveva il poeta per distillarne un succo così denso e nello stesso tempo così lieve che sei secoli di storia e di letteratura successivi non erano riusciti neppure a intaccarne la purezza? Forse non ci sarebbero stati neppure Shakespeare, Goethe e Dostoevskij. Non ci sarebbe stato quell’impasto di passioni e sangue, poesia e sentimenti, intelligenza allo stato puro e faziosità politica vissuta come scelta e missione. Non ci sarebbe stato quel grande crogiolo fatto di grandezza e repentine cadute che ha creato la civiltà europea, l’unica civiltà capace di imporsi su tutto il pianeta. Non ci sarebbe stata soprattutto quella sintesi patrizia tra la vecchia aristocrazia romana sconfitta e quella nuova, germanica, dilagata in Italia e in Europa a partire dal V secolo. Era stato un cammino lungo, all’inizio costellato di stragi e distruzioni, con continui scismi religiosi, in seguito lastricato dal progressivo incivilimento dei grezzi vincitori che erano arrivati al punto di voler ripristinare un simulacro del vecchio impero romano, definendolo sacro in onore della nuova religione cristiana. Ormai figli del mondo classico quanto di quello tribale d’oltralpe, gli italiani del Trecento crearono quella fusione feconda quanto originale di civiltà urbana che poi sfocerà nel Rinascimento, il salto di qualità e l’affermazione definitiva della nuova civiltà europea. Una civiltà aristocratica perché basata sui privilegi del sangue e della nascita quanto raffinata perché aveva saputo recuperare il meglio della civiltà classica, basata innanzitutto sul merito. Scipione era di famiglia nobile ma fu solo il suo merito a proiettarlo fin sul campo di Zama e a trasformarlo nel vero demiurgo dell’ascesa di Roma a stato imperiale. Cesare apparteneva all’illustre stirpe Giulia ma sarebbe stato solo uno scapestrato perditempo inseguito dai debiti e dai debitori se il suo genio non l’avesse portato a trionfare sui campi di Alesia e a Farsalo. Finché fu repubblica, a Roma il merito trionfò sempre sul privilegio della nascita. E in fin dei conti fu così anche durante l’impero. Chi sarebbe mai stato Adriano senza il suo genio politico e militare o Marc’Aurelio senza la sua statura morale?

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Kurt aveva trascorso lunghi periodi a Firenze facendo vita da studente e poi spingendosi a piedi fino in Umbria, nel cuore di quella civiltà ancora più antica, l’Etrusca, senza la quale la Toscana non avrebbe assunto quel ruolo unico di crogiolo di genialità che la connotò per un lungo periodo a cavallo tra la fine dell’Evo antico e l’inizio di quello moderno culminato nel Rinascimento, fenomeno all’inizio esclusivamente italiano e centralmente toscano. L’autunno in Toscana aveva i colori dell’ocra dei boschi che al tramonto sembravano bruciare. L’autunno in Toscana aveva i sapori dei funghi con la polenta e delle fiorentine della val di Chiana, quella carne che sembrava unica al mondo per come ti si scioglieva in bocca, o il cinghiale che non perdeva mai del tutto il sapore di selvatico per quanto lo mettessi a marinare. L’autunno in Toscana aveva il romanticismo delle passeggiate sotto le grandi querce cui poche ragazze sapevano resistere, fossero borghesi o servette. Le prime puntavano al matrimonio e non concedevano più di un petting anche spinto quasi all’amplesso. Molte di loro si sarebbero rifatte dopo il matrimonio e non necessariamente con il legittimo consorte. Ne sapeva qualcosa il buon Baudelaire che le aveva ritratte in Madame Bovary. La fedeltà di una moglie borghese era pari a un investimento nelle miniere di diamanti in Africa. Pochi si erano arricchiti, la maggioranza ci aveva lasciato le penne. Le seconde erano assai più sportive e poi il fascino dello studente, e pure nordico, era il massimo degli afrodisiaci. Il loro problema non era arrivare vergini al matrimonio ma riuscire ad avere una dote sufficiente per farsi sposare. Bastava allungare una buona mancia e l’utile si sposava a meraviglia con il diletto. Da sposate in compenso erano di una fedeltà a tutto tondo. Il matrimonio per loro era un investimento di lunga durata da far fruttare con somma parsimonia. Kurt non aveva mai avuto un’avventura con una popolana sposata.
Kurt amava l’Italia con il trasporto tipico di molti sudditi dell’impero delle due corone – quello austro-ungarico – al pari di personaggi illustri come lo sfortunato Massimiliano, assassinato in Messico dai rivoluzionari di Benito Juarez nel 1867 quando cercò ostinatamente di mantenere la corona. Massimiliano era il fratello cadetto dell’imperatore Francesco Giuseppe e si era reso colpevole in passato di essere stato troppo accondiscendente con i liberali lombardi durante la sua breve vicereggenza a Milano. Nello stesso modo si era comportato Radetzsky, il feldmaresciallo di ferro che sconfisse duramente i piemontesi nel 1848 ma si rifiutò di far bombardare Milano nonostante il tradimento dei milanesi che gli si erano ribellati nel marzo di quell’anno. Radetzsky era stato un giovane ufficiale a Marengo nel 1800, quando Napoleone sconfisse il generale Melas e si garantì la vittoria non solo nella sua seconda campagna d’Italia ma anche la via maestra alla corona dell’impero. Da quella sfortunata vicenda, Radetzsky aveva imparato a pianificare le campagne militari con la massima solerzia ma anche a non fidarsi mai del tutto di un piano ben fatto o della buona sorte nelle prime fasi di una battaglia. Come nel gioco degli scacchi, potevi dire di aver vinto solo quando avevi dato scacco matto all’avversario o questi si era arreso definitivamente. A Marengo alle quattro del pomeriggio i francesi erano in rotta e loro stavano avanzando su tutta la linea con la tracotanza e l’imprevidenza tipiche di chi è convinto di avere ormai trionfato. Il giovane Napoleone era stato preso per il bavero dall’anziano Melas. Napoleone si aspettava che gli austriaci si ritirassero verso la Lombardia e disperse le sue forze nel tentativo di intercettare le colonne in ritirata. Invece Melas aveva raggruppato le sue forze dietro la Bormida, il fiume che attraversa Alessandria, nella testa di ponte trincerata che ne occupava uno dei ponti, e da lì si era proiettato contro i francesi con la forza di un maglio. Per quanto eroica, la resistenza dei francesi a Marengo aveva finito con il cedere. Se la battaglia fosse finita a quell’ora, l’astro di Napoleone sarebbe tramontato ben 15 anni prima di Waterloo. Invece il generale Melas, causa i suoi settant’anni e passa, si era ritirato dal campo di battaglia per riposare in quel di Alessandria e il suo generale di stato maggiore, Zach, era avanzato con l’imperizia di un tenente alle prime armi. L’arrivo dei rinforzi francesi comandati da Lannes, una colonna di 2000 parigini, colse gli austriaci sparpagliati sul campo di battaglia. La vittoria si tramutò in una sconfitta così pesante che il giorno dopo tutta l’Europa, trasecolando per la seconda volta, assistette al trionfo del giovane generale còrso. L’Italia aveva sempre portato fortuna a Radetzsky, che anche a Marengo uscì dalla battaglia senza neppure una scalfittura, e così fu praticamente fino al suo ritiro, a un’età in cui la maggioranza dei suoi coetanei era scomparsa da molto tempo.
Kurt non aveva mai compreso l’ostilità degli italiani nei confronti dell’impero, soprattutto quella dei lombardo-veneti che avevano preferito finire sotto una monarchia gretta e meschina, quella dei Savoia, più straniera agli italiani dei grandi, generosi monarchi asburgici, da Maria Teresa a Francesco Giuseppe. Strana gente, questi italiani. Con un difetto capitale: il gusto per il tradimento.
Dante lo conosceva molto bene per esserne stato vittima egli stesso. Tradito da quei fiorentini per i quali si era battuto contro l’ingerenza del Papa e contro le guerre civili che avevano insanguinato per anni le strade di Firenze fino al punto di decretare l’esilio del suo amico del cuore, Guido Cavalcanti. Guido era morto in esilio e Dante non se ne era mai dato pace. E i suoi, non paghi di averlo esiliato, pretendevano perfino che si umiliasse per poter tornare in città, indossando l’abito del monaco con tanto di cenere sul capo tonsurato. Razza maledetta, li aveva insultati. E molti li aveva gettati all’inferno ancora vivi, compreso l’odiato Bonifacio VIII fonte di gran parte dei suoi guai. Kurt ricordava l’incontro tra Farinata degli Uberti e Dante nell’Inferno, nel decimo canto. Kurt possedeva una Divina Commedia in miniatura che lo aveva accompagnato ovunque e che lo stava accompagnando anche ora al fronte. La consultava spesso, per mantenere svelta la mente e fresco il ricordo. Conosceva a memoria quei versi. Il Farinata che, levandosi a sedere nella sua tomba, lo interroga con fiero cipiglio e la risposta pepata di Dante. “Com’io al piè de la sua tomba fui, guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?». Io ch’era d’ubidir disideroso, non gliel celai, ma tutto gliel’apersi; ond’ei levò le ciglia un poco in suso; poi disse: «Fieramente furo avversi a me e a miei primi e a mia parte, sì che per due fiate li dispersi». «S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte», rispuos’io lui, «l’una e l’altra fiata; ma i vostri non appreser ben quell’arte». Da buoni toscani, non si erano risparmiati i colpi di stiletto ma fu il Farinata ad avere l’ultima battuta. «S’elli han quell’arte», disse, «male appresa, ciò mi tormenta più che questo letto. Ma non cinquanta volte fia raccesa la faccia de la donna che qui regge, che tu saprai quanto quell’arte pesa.” E con questo il Farinata profetava l’esilio del Poeta.
E ancora una volta gli italiani avevano tradito. Questa volta avevano tradito l’alleanza più che trentennale che avevano siglato nel 1882, all’epoca di Bismarck, con l’impero austro-ungarico e la monarchia tedesca. Von Konrad, il capo di stato maggiore dell’esercito imperiale, ne era sempre stato certo e aveva cercato di convincere l’imperatore ad aggredire l’Italia nel 1908, quando una parte del regio esercito italiano era stato impiegato per portare soccorso ai terremotati di Messina e di Reggio Calabria. Quale grande occasione persa per riprendere il Lombardo-Veneto, per riprendere Venezia soprattutto, e dare ai Savoia una lezione che non avrebbero più dimenticato. Bastava calare dal saliente trentino e raggiungere il più presto possibile l’indifesa Vicenza. Da lì una sola galoppata fino a Verona, dove si sarebbero congiunti con le truppe discendenti dal Tirolo, e via a Milano. Il Ticino sarebbe tornato a essere quel confine di Stato che era stato per più di cinque secoli. I francesi non avrebbero mosso un dito contro l’ingrata Italia dei Savoia che aveva scordato subito i 30.000 morti transalpini di Magenta e Solferino del 1859 e aveva sollevato alte grida contro l’occupazione francese della Tunisia prima e del Marocco poi senza dimenticare come gli italiani si fossero buttati subito contro Roma come degli avvoltoi quando la sconfitta di Sedan era ancora umida del sangue francese sul campo di battaglia. I Savoia non avevano mai rispettato la loro parola e ancor meno i trattati internazionali. Avevano invaso gli Stati della Chiesa e il Regno delle Due Sicilie nel 1860 senza neppure una dichiarazione di guerra. Invece l’imperatore volle restare fedele alla parola data. I piani per l’invasione vennero riposti nei cassetti dello stato maggiore, da dove sarebbero usciti di nuovo per l’offensiva della tarda primavera del 1916. L’occasione svanì e la monarchia sabauda rivelò ancora una volta tutta la sua doppiezza e infingardaggine nel 1915 quando stracciò i patti sottoscritti e si alleò con le potenze dell’Intesa anglo-francese per dichiarare guerra all’impero austro-ungarico. Prima però i Savoia avevano aspettato per vedere se la macchina da guerra tedesca sarebbe stata in grado di abbattere le difese della Francia, come era accaduto nel 1870, e se la Russia sarebbe stata capace di costringere l’impero austro-ungarico sulla difensiva dimostrando di essersi ripresa dalla sconfitta in Asia contro il Giappone del 1904. Come grifagni grifoni, i Savoia erano rimasti appollaiati sull’albero della neutralità per quasi un anno, assaporando i trionfi delle armate russe in Galizia, che erano costati all’impero oltre 300.000 prigionieri e la distruzione di quasi metà esercito, e verificando che francesi e inglesi, dopo la grande paura dell’agosto 1914, quando i tedeschi avevano sfiorato Parigi con la grande manovra avvolgente che aveva travolto il Belgio, fossero stati in grado di inchiodare le armate del Kaiser appena all’interno delle frontiere francesi, sulla Marna e a Verdun. A quel punto, e solo a quel punto, i governanti italiani avevano gettato la maschera, stipulato accordi da meschini sensali quali erano con le potenze dell’Intesa e dichiarato guerra all’impero. Il grottesco fu che la monarchia sabauda dichiarò guerra a Vienna ma non a Berlino, almeno per tutto il 1915, nonostante che le truppe italiane si fossero scontrate quasi da subito con i rinforzi bavaresi arrivati giusto in tempo per presidiare larghi tratti del fronte italo-austriaco, in particolare in Val di Fiemme e in Val di Fassa.
Kurt dedicava una mezz’oretta ogni giorno ai ricordi e alle riflessioni appena dopo l’alba quando tutto intorno a lui ancora taceva, poche le sentinelle nelle trincee, la gran parte degli uomini accucciati nei loro letti di fortuna in caverna a sognare cose buone da mangiare, le ragazze e i parenti al paese, e chissà quali altri piccoli e grandi desideri prima che la sveglia li restituisse all’incubo quotidiano della guerra.
Per uno strano scherzo del destino, Kurt era stato assegnato al fronte italiano mentre molti camerati del suo corso di ufficiali di Klagenfurt erano stati inviati sul fronte orientale e di alcuni di loro non si sapeva neppure se fossero morti o se fossero stati catturati dai russi e deportati in Siberia.
Kurt comandava una compagnia di kaiserjäger trincerati sulle creste del Lagazuoi, sopra il passo di Falzarego, in vista della sfortunata Cortina d’Ampezzo, bombardata fin dal primo anno di guerra.

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C’era stato a Cortina, alcuni anni addietro. D’estate amava camminare in compagnia di amici errabondi come lui. Camminare fa bene, soprattutto in alta montagna. Era un precetto fondamentale nell’educazione delle nuove generazioni austro-ungariche, l’indispensabile allenamento paramilitare per la futura fanteria, il nerbo degli eserciti dall’antichità fino a oggi. Erano arrivati i treni e poi anche le macchine volanti ma era pur sempre il fantaccino il cuore e il nerbo di qualsiasi esercito moderno. Era sempre stato così e sempre così sarebbe stato. In guerra, almeno fino a Napoleone, era stato quasi più importante saper camminare a lungo che sparare con precisione. I fucili in fin dei conti servivano solo all’ultimo momento, quando si era al corpo a corpo, e bastava sparare nel mucchio per essere certi di colpire qualcosa. Era più importante una buona carica a passo di corsa, le baionette inastate, i cuori in tumulto, i tamburi che incitavano al coraggio, l’urlo della carica nelle orecchie. Ad Austerlitz i fanti francesi avevano infilzato alla grande i corazzieri russi che pure li sovrastavano per stazza e statura ma non di certo per la grinta nell’andare all’attacco. L’élan francese, il morale, che nella considerazione di Napoleone stava in un rapporto di tre a uno rispetto al numero e all’equipaggiamento militare. Per camminare ci voleva resistenza, quindi disciplina. E ci voleva morale, quindi élan. La montagna dava entrambe queste qualità, e le forniva al meglio. Non era stato un caso che nel Medio Evo gli eserciti migliori fossero stati quelli svizzeri, quei montanari duri e disciplinati che sapevano marciare spalla a spalla, le lunghe picche con le punte d’acciaio pronte a calare verso il nemico come un impenetrabile intrico di pini mughi, senza cedere mai. Avrebbe voluto esserci per assistere al rombo progressivo che annunciava l’arrivo di quella compatta massa di montanari, all’urlo che si trasformava in tuono prima e in tempesta poi quando quei pazzi bastardi si rovesciavano sulle prime linee del nemico con la potenza immane di una slavina invernale o la piena feroce di un torrente primaverile. L’impero aveva trovato i suoi svizzeri nelle valli del Tirolo e del Voralberg quando aveva istituito il corpo dei lanzichenecchi. Quando gli svizzeri avevano dovuto passare la mano davanti all’arrivo degli archibugi e dei cannoni, che relegarono in soffitta le picche e le alabarde, furono i castigliani dei tercios spagnoli a sostituirli, altra rude gente di montagna. Anche l’imperatore Francesco Giuseppe da giovane si dilettava in lunghe e salutari escursioni, il fucile in spalla. Kurt non aveva amato le armi. La caccia gli era sempre sembrata uno sport un poco scorretto dove tutti i vantaggi erano per il cacciatore e nessuno per la preda. Erano più coraggiosi in Africa dove i cacciatori affrontavano i leoni e gli elefanti armati solo di lance. Il coraggio dei guerrieri africani era leggendario e l’avevano sperimentato a loro spese gli inglesi in Sud Africa, dove avevano subito alcune disfatte drammatiche nonostante la superiorità dei loro rifles e dei cannoni da campagna. Gli Zulu combattevano con corte zagaglie e lunghi scudi e avevano costruito un impero che gli inglesi avevano abbattuto nel 1879 solo dopo immani sforzi e con l’invio di un vero e proprio esercito. Kurt preferiva un buon zaino di juta e la certezza di trovare sempre del buon latte appena munto e del formaggio di malga nelle casupole dei contadini, per non parlare dello speck di cui era particolarmente ghiotto. In particolare amava lo speck salato che i contadini facevano maturare nei sottotetti freschi e ventilati prima di riporlo nel fresco della cantina. Gli piaceva lavarsi nei grandi lavatoi di pietra, con l’acqua di sorgente che ti ghiacciava il sangue talmente era fredda per poi farlo correre ancora più veloce per la reazione, o tuffarsi nei laghi d’alta montagna, con la neve sui bordi e a volte anche piccoli iceberg di ghiaccio che vi galleggiavano. Il corpo nudo, la neve sotto i piedi, la sensazione di panico all’entrata per il tuffo in acqua quando il respiro resta bloccato nello sterno e sembra di non potere più tornare a galla. Gli piaceva infine fumare la pipa davanti a un bel fuoco di legna, un cognac o una forte grappa di aspro ginepro nell’altra mano, guardando i ghirigori che le fiamme disegnavano sui ciocchi di legna o seguendo il progredire delle gallerie infuocate che a mano a mano consumavano i tronchi scavandoli con ardente delicatezza. Si dormiva sulla paglia avvoltolati nelle coperte, qualche volta intirizziti dall’umidità della notte che riusciva a passare sotto le assi del pavimento o tra le crepe delle pareti, altre volte molestati dai piccoli ospiti quasi invisibili del pagliericcio. Era l’aspetto meno gradevole del dormire in montagna ma non era di certo la fine del mondo.
Cortina d’Ampezzo era un piccolo borgo circondato dalle più belle montagne che il buon Dio avesse mai creato, le Dolomiti. I boschi e il pascolo salivano fino in alta quota poi, come per un miracolo o una sorta di sortilegio, la natura aveva deciso che il verde doveva cedere il posto al biancore delle morene e al grigio delle rocce che sorgevano dal suolo con grandi pinnacoli aerei che si spingevano fino a incontrare le nuvole. Quando non erano pinnacoli arditi e inavvicinabili, erano torri immense o ancor più vasti altipiani dove non cresceva nulla, quasi fossero il riflesso dell’aridità del suolo lunare che si specchiava nelle Dolomiti per ricreare la magia e l’orrore senza tempo di questo deserto d’alta quota, al pari dei grandi mari lunari, un deserto così arido nel cuore dell’estate quanto carico di neve al culmine dell’inverno ma anche in primavera e già a fine autunno, così mutevole, sempre, in ogni istante della giornata. L’inverno era il periodo più duro per le popolazioni di montagna. Dovevano abbandonare i pascoli d’alta quota e rifugiarsi nei villaggi di fondovalle sperando che valanghe e slavine seguissero gli usuali percorsi e non ne inventassero di nuovi, come accadeva, di rado ma accadeva. Bastava una frana improvvisa che la montagna aveva covato a lungo in se stessa, magari anche per secoli se non per millenni, e interi villaggi sparivano nel nulla. Solo a primavera, con il disgelo, chi saliva dalla piana poteva rendersi conto della gravità della tragedia. I sopravvissuti ricominciavano, se c’erano sopravvissuti, se no, dopo qualche mese o qualche anno, una piccola migrazione da luoghi più diruti o da campi più magri finiva per portare nuove genti sugli stessi luoghi dove l’umanità di montagna da sempre contendeva la terra alla roccia e il pane all’ostilità della natura. Alla Thuile, in val d’Aosta, sul ghiacciaio del Ruitor – il più antico d’Europa – ogni anno si formava un lago imponente che restava chiuso verso valle da una diga di ghiaccio. Prima che la diga cedesse di solito era il lago che si svuotava in maniera naturale all’inizio della primavera, cedendo l’acqua ai numerosi rivi che lo percorrevano sotto la crosta gelata. Quell’anno, era la metà del secolo precedente, accadde qualcosa di non previsto: la diga cedette all’improvviso riversando tonnellate di acqua sulla valle come una sorta di maledizione biblica. Il disastro avvenne in piena notte così il paese fu spazzato via con tutta la popolazione. L’inverno il paesaggio spariva sotto la candida coltre bianca. Scendevano anche 10 metri di neve negli inverni più nevosi. Sparivano anche i tetti delle case e spesso l’unico modo per andare da una casa all’altra era quello di scavare lunghi tunnel tra un’abitazione e l’altra, tunnel candidi e traslucidi. Gli stessi tunnel che ora i kaiserjäger avevano scavato nei ghiacciai dove si stava svolgendo la guerra. Chilometri di tunnel nel cuore del ghiacciaio, un gradino per volta, tunnel da mantenere aperti tutti i giorni per poter portare i rifornimenti alle postazioni più avanzate.
Una volta, era piena estate, furono colti da un forte temporale in cima a un acrocoro dolomitico: l’altopiano poche ore prima arido e assetato all’improvviso fu inondato e percorso da rii e torrenti sempre più impetuosi, e da cascate sorte dal nulla come per incanto, il tutto tra un tuonare e un lampeggiare di fulmini da far paura. Ne uscirono vivi e fradici come se fossero caduti dentro un lago. Le giacche di fustagno erano diventate pesantissime, idem i calzoni di velluto. Gli scarponi scivolavano sulla roccia bagnata come se si fossero trovati su una superficie di ghiaccio. Dovettero scendere a tentoni. I cappelli di feltro si erano afflosciati al punto da impedire la vista. Gli zaini si erano riempiti di acqua nonostante la ruvida scorza, rovinando irrimediabilmente i biscotti e le gallette che costituivano la loro scorta di cibo, per non parlare del formaggio, che si era sciolto andando a fondersi con i pochi panni di ricambio. Fu un vero disastro. Mai avuto tanta paura, mai assistito però a un fenomeno naturale più formidabile ed eccitante.
In paese si rifecero in una birreria dove qualche litro di buona lager e il caldo umido della stube attorno alla quale si erano seduti li restituì all’entusiasmo dell’età che sa godere anche degli incidenti e degli imprevisti. Polenta e gulasch poi avevano fatto il resto. Aveva tentato anche la scalata del Monte Cristallo, quel bestione roccioso che arriva oltre i 3000 metri. In cima non riuscirono ad arrivare: troppo rischioso infilarsi in quei canaloni troppo ripidi colmi di ghiaia o tentare quelle pareti levigate come specchi. Chi l’avrebbe detto che ora il colosso era percorso da un’infinità di sentieri scavati nella roccia viva, di gallerie, di caverne, di scale appese e appoggiate dappertutto e disseminato di chilometri e chilometri di filo spinato per impedire ascensioni che tutto avevano come obiettivo meno quello del passatempo turistico?
Di Cortina ricordava l’idioma originale, né tedesco né italiano, anche se all’italiano si avvicinava di più: il ladino. L’impero aveva un rispetto reverenziale per la lingua e la cultura dei popoli che lo costituivano e curava con particolare attenzione la conservazione e l’insegnamento delle lingue parlate in loco. Grazie al suo italiano riusciva a capirli e a farsi capire, cosa impossibile per i suoi amici di avventura che sapevano il solo tedesco. L’isolamento delle valli aveva preservato questo strano idioma che risaliva direttamente al latino anche se se ne era discostato non poco.
Era stato anche a San Martino di Castrozza, nove chilometri più in basso dopo il Passo del Rolle e dieci chilometri sopra il confine con il regno d’Italia, che iniziava a Fiera di Primiero. Ricordava i grandi alberghi di San Martino che si pavoneggiavano all’ombra di quell’immenso paesaggio di guglie e altipiani dolomitici delle omonime Pale. Il Cimon della Pala era una sorta di campanile turrito. Un vero mastino posto a presidio della montagna. Impensabile tentare di scalarlo. Era stato come per un colpo al plesso solare che aveva saputo dell’incendio degli alberghi di San Martino. Erano stati dati alle fiamme dalla loro gendarmeria il primo giorno di guerra: dovevano ritirarsi per esigenze militari e non avevano voluto lasciare alcunché nelle mani degli italiani che avanzavano peraltro molto timidamente da Fiera di Primiero. Così era incominciata la guerra tra italiani e austro-ungarici con la distruzione di una delle più belle cittadine turistiche della loro epoca. Una sorta di metafora di ciò che sarebbe accaduto negli anni successivi. Che belli, gli alberghi di San Martino. Così grandi, così imponenti, così aristocratici nel saper fondere pietra e legno. Che tristezza la loro distruzione.
Kurt non si considerava un adone, gli mancavano almeno dieci centimetri per poter primeggiare in qualsiasi compagnia. Però i suoi capelli color del grano, gli occhi cinerei e il profilo quasi muliebre intenerivano non poco il sesso gentile. All’università aveva colto molte rose, così pure in qualche alpeggio dove ragazzette dalle guance purpuree e le maniere spicce gli si erano concesse nei fienili a volte quasi saltandogli addosso. Un bel giovanotto di città dalle maniere civili, l’alito profumato e i vestiti che non puzzavano di letame doveva rappresentare davvero una leccornìa in quel mondo chiuso dove il padre era spesso il primo violentatore in famiglia, seguito dai fratelli, e per una ragazza l’alternativa allo stupro famigliare era quello rappresentato dal futuro marito, spesso anche più zotico e violento dei familiari. Non lo facevano per soldi ma proprio per poter annusare per una volta l’odore della pelle lavata con il sapone e della biancheria intima pulita e profumata dei pochi turisti che arrivavano fin da quelle parti. La prima volta era fuggito, anche per il terrore di contrarre il mal francese. Poi era stato rassicurato dagli amici più scafati: le contadine sono più pulite di molte cittadine, ruzzano solo con giovani sani e almeno finché stanno in montagna non si danno alla prostituzione. Così era diventato ogni volta più sicuro e intraprendente. Le spose giovani erano le migliori, anche perché se anche fossero rimaste incinte c’era pur sempre il caprone che le aveva sposate che avrebbe provveduto alla prole. Al caprone i figli interessavano per mandarli al più presto nei campi e ad accudire le bestie. Che poi non gli assomigliassero non ci facevano mai caso. Le giovani contadine erano le migliori perché non giocavano a fare le vergini ma sapevano come fare felice un uomo. Di rado portavano biancheria intima e sapevano succhiare il sesso di un uomo come mai avrebbe potuto una cittadina senza rischiare di essere giudicata una poco di buono. Amavano provare tutte le posizioni possibili e immaginabili. Erano letteralmente affamate di sesso, ma di sesso alla pari, non di quella specie di stupro cui erano sottoposte dai rispettivi mariti quasi tutte le notti. Un rapido agitarsi di reni, un flusso caldo nella vagina e lor signori si rigiravano nel letto. Spesso si dimenticavano perfino di baciarle. I giovani turisti invece non ne avevano mai abbastanza. D’altra parte, in città le signorine perbene non lo facevano neppure da sposate e le prostitute costavano.

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Con Birgit ovviamente era tutta un’altra musica. Birgit era la terza figlia del borgomastro di Voglau. Era stata educata dalle suore. Parlava correntemente inglese e francese e capiva tutto ciò che diceva il prete durante la messa. Suonava il pianoforte e si dilettava di poesie. Era una brava ragazza, sensibile e un poco ingenua. Con lei non si era mai permesso alcuna libertà, solo casti baci e tante promesse. Birgit sapeva di lavanda e di sapone di bucato. Sarebbe stata una moglie e una madre esemplare. Erano state le rispettive famiglie a destinarli fin da quando portavano i calzoni corti lui e la gonna corta lei. Pressato da sua madre in particolare, Kurt aveva finito con l’acconsentire al fidanzamento ufficiale. La guerra aveva procrastinato le nozze. Lei gli scriveva lunghe lettere piene di sentimento, lui evitava nel risponderle di descrivere la realtà che lo circondava. Birgit rappresentava una sorta di limbo fatato lontano dall’orrore e dal fetore con cui condivideva le sue giornate di guerriero. Già il fatto che Birgit esistesse rappresentava la speranza che finita la guerra fosse possibile ricostruire una vita quasi normale. Sempre che questa guerra prima o poi finisse. Sempre che ne fosse uscito vivo. Sempre che ne fosse uscito vivo e abbastanza intero.
Di fronte alla cresta del Lagazuoi, Kurt poteva ammirare il gruppo dolomitico delle Tofane, quella di Rozes più vicina, le altre appena più lontane. Erano in mano italiana contese a suon di morti e di bombardamenti da più di 12 mesi. Si era combattuto anche aspramente per conquistare la forcella di Fontana Negra, all’interstizio tra la Tofana di Centro e quella di Rozes. Tanti bravi giovani erano morti ma erano stati gli italiani a mantenerne il possesso trasformando quel vallone detritico in una sorta di baraccopoli terrazzando il fianco della montagna.
Non era qui, in queste valli, l’epicentro dei combattimenti ma ciò non aveva impedito e non impediva tutti i giorni che qualche giovane vita fosse immolata alle esigenze della guerra. Erano i cecchini i più affamati di sangue umano. Era il loro dovere ma qualcuno lo interpretava anche come un piacere, cosa che urtava non poco la sensibilità di Kurt, militare per dovere e per patriottismo ma ben lontano dal provare piacere nell’ammazzare un proprio simile. Aveva combattuto e non poco. Protetta da una grotta, la sua postazione era stata assalita in pieno giorno da giovani alpini che fin dal primo assalto avevano la morte negli occhi. L’unico rischio per chi era asserragliato in una caverna sarebbe stato quello di essere centrati da una granata o dal proiettile sibilante di una bombarda. Nessun assalto alla luce del giorno avrebbe mai potuto avere ragione di quel doppio recinto di filo spinato, delle bombe a mano che lanciavano a grappoli dall’alto, del tossicchiare feroce della mitragliatrice, del deflagrare cruento degli schrappel. I bravi alpini erano morti a centinaia prima che i loro comandanti si fossero decisi a fermare gli inutili assalti. Dov’erano i generali di Napoleone che guidavano l’attacco davanti ai loro uomini? Dov’era il magico Desaix? Dov’era il prode Lannes? Dov’era quel guascone di Bernadotte? Dov’era l’esuberante Murat? Dov’era il fiero Ney? Dov’erano i generali che affrontavano il nemico in pompa magna? Avevano incominciato gli inglesi nella guerra contro i Boeri, a cavallo del secolo, a far sparire le mostrine che segnalavano il grado militare dei soldati che andavano all’assalto. Con i nuovi Mauser, i fucili di precisione di fabbricazione tedesca, era un tiro al bersaglio formidabile quello che i Boeri avevano incominciato contro gli ufficiali britannici durante i primi assalti. Se l’impero inglese voleva conservare il censo degli ufficiali, non avrebbe più potuto mandarli all’attacco alla maniera antica, a fianco dei loro soldati e con le medaglie e i lustrini ben luccicanti sul petto. Fu introdotta perfino la tuta mimetica e fatti sparire tutti i contrassegni che segnalavano il grado. I soldati sapevano bene chi li comandava ed era più che sufficiente. Una cosa però era far sparire le mostrine e le stellette da ufficiale, un’altra cosa fu invece far sparire addirittura gli ufficiali superiori dai campi di battaglia. I comandanti di questa guerra se ne stavano acquattati dietro a feritoie d’acciaio se non addirittura a centinaia di chilometri dal fronte, collegati al pericolo solo con i cavi del telefono. Non rischiavano la pelle. Ben poco di conseguenza potevano capire del fatto che la mitragliatrice impediva l’assalto frontale e che non bastava neppure un buon bombardamento sulle trincee e contro il filo spinato perché la posizione dominante e la tecnologia moderna avevano reso obsoleto di colpo un modo di far guerra che aveva almeno 10.000 anni di storia. Kurt era un uomo di cultura e un buon cristiano. Pensava che la monarchia asburgica, nonostante gli scricchiolii e una certa pesantezza burocratica che la ossessionava non poco, era pur sempre uno dei migliori modelli di buon governo esistenti sul continente. Nulla a che vedere con le rigidità, la mancanza di stile diplomatico e il clangore di spade degli ultimi arrivati, i prussiani. Nulla a che vedere con il carnevale delle chiacchiere francesi o la spietatezza del modello industriale anglosassone. Nulla a che vedere con quella sorta di medio evo moderno che erano gli Stati Uniti dove l’unica legge che contava era quella della giungla e del profitto. Nulla di certo a che vedere con la barbarie asiatica degli tzar di tutte le Russie. La monarchia asburgica si basava sul legame personale dell’imperatore con i popoli che governava, forse un legame un poco affannoso, un poco retrò anche, ma di sicuro anche il più civile che esistesse nel continente. La Mitteleuropa era riuscita a ricreare le condizioni del Rinascimento italiano e l’esplosione di tutte le scienze che ruotavano attorno a Vienna ne era la migliore dimostrazione. Vienna era la capitale della cultura e delle arti per eccellenza. Più di Parigi. Più di Londra. Anni luce avanti a Berlino e a Roma. La guerra aveva però mostrato tutti gli strappi esistenti nel regale mantello e rivelato che sotto l’abito c’era ormai poco o niente. Perfino i derelitti italiani erano meglio equipaggiati: avevano perfino più martelli pneumatici e compressori per scavare le gallerie di mina e di contromina. Avevano più materiale umano ed equipaggiamento bellico, anche se per fortuna lo dilapidavano con la mentalità tipica dei nuovi ricchi. Non avessero subito le perdite che avevano subito nelle piane ungheresi i primi due anni di guerra, l’esercito austro-ungarico sarebbe già stato a Milano, cosa che era quasi accaduta pochi mesi prima, durante l’offensiva di maggio quando erano arrivati ad affacciarsi sulle ultime creste del Pasubio e dell’altopiano di Asiago, in faccia alla pianura veneta. Alcuni riuscirono a vedere Venezia all’orizzonte. Ancora una spallata, ancora uno sforzo e gli italiani nella loro fuga non si sarebbero fermati prima di Roma. Invece era mancato quel quid che consente i trionfi. I russi per la seconda volta erano andati in soccorso degli alleati. Lo avevano fatto nel 1914 per alleggerire la pressione sul fronte francese. Ai laghi Masuri avevano subito una sorta di catastrofe, con un’intera armata annichilita dai tedeschi, ma avevano salvato la pelle agli anglo-francesi. I tedeschi avevano dovuto dirottare verso oriente dieci divisioni, truppe preziose che erano mancate a Occidente nel momento della spallata finale di Von Gluck. Von Schliffen, lo stratega che aveva dettato una generazione prima la strategia per travolgere nuovamente i francesi, aveva raccomandato di far sì che l’ultimo granatiere di Pomerania dell’ala destra delle armate che avrebbero invaso la Francia dovesse sfiorare letteralmente la Manica. Invece Von Gluck a causa delle superiori esigenze belliche e di un eccesso di foga aveva fatto girare le sue divisioni su una sorta di perno che le aveva allontanate dalla Manica e solo sfiorato Parigi, da cui i governanti francesi erano già scappati di gran carriera dando per persa la capitale. Il risultato era stato che il generale Gallienì, corroso dal cancro ma ancora vivo e geniale, aveva colpito sul fianco i tedeschi partendo proprio da Parigi, determinando il loro brusco arresto e poi perfino l’arretramento sul fronte della Marna e di Verdun, dove sarebbero stati inchiodati per i successivi anni. Nel 1916 i russi erano tornati all’offensiva, pagando un prezzo altrettanto caro di quello che avevano pagato sui laghi Masuri due anni prima, ma alleggerendo di fatto ancora una volta il fronte a Occidente, questa volta a beneficio degli italiani. I russi in questo modo avevano capovolto quella che era stata la loro tattica vincente per due secoli: sacrificare spazio per guadagnare tempo. Così invece avevano sacrificato le armate per guadagnare tempo a favore degli alleati. Una scelta non solo dispendiosa dal punto di vista delle risorse umane e belliche bruciate ma che non si sapeva fino a che punto anche l’immensa Russia potesse permettersi. I tedeschi vedevano solo il fronte occidentale con la Francia o quello orientale con i russi. Per loro la guerra con l’Italia doveva essere solo ed esclusivamente una guerra di difesa. Incapaci di capire la psicologia umana, non comprendevano che la sconfitta dell’Italia avrebbe avuto un enorme valore morale. Avrebbe ricompattato tutti i popoli dell’impero, che stavano prendendo le distanze da una guerra che costava non solo troppi morti ma anche una fame sempre più insopportabile. Avrebbe minato il morale dei francesi, sempre così pronti ad andare all’attacco quanto a demoralizzarsi. Napoleone aveva vinto le sue prime due campagne militari proprio in Italia, considerata anche allora un fronte secondario rispetto alla Germania. Infatti l’avevano affidata a un ragazzotto di 29 anni ponendolo alla testa di un’armata di clochard. Eppure furono proprio i suoi successi militari a Lodi prima e a Marengo poi a segnare il suo trionfo politico sulle due coalizioni antifrancesi che si erano formate all’epoca. Fu invece la Russia il teatro della sua sconfitta, ipnotizzato prima e sconfitto poi dall’immensità di quel Paese e dalla ferocia con la quale i suoi governanti sapevano sacrificare alla strategia militare i loro stessi sudditi. In Italia mancava lo spazio perché un esercito sconfitto potesse arretrare all’infinito, come era accaduto in Russia. In caso di rotta, l’esercito italiano sarebbe stato schiacciato inevitabilmente contro le Alpi se avesse arretrato verso Occidente o contro gli Appennini se avesse cercato una via di fuga verso Sud. Nella Pianura Padana non c’erano grandi fiumi come nel Nord Europa per consentire a un esercito in fuga di arroccarsi in difesa lungo le loro sponde. I tedeschi in questa guerra si erano fatti ipnotizzare dalla Francia e avevano rinunciato alla mobilità che il fronte italiano poteva consentire per impantanarsi in maniera pressoché irrimediabile nella guerra di trincea e di logoramento. Inglesi e francesi disponevano di imperi coloniali che li rifornivano di ogni ben di dio e di una non belligeranza americana che era assai dubbia. Gli americani commerciavano con gli inglesi e li rifornivano anche di armi e munizioni e la cosa era ben nota. Gli imperi centrali erano economicamente assediati e non avrebbero mai dovuto farsi imporre una guerra di logoramento. Dovevano ritrovare la mobilità perduta se non volevano essere strangolati progressivamente.

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Kurt era sopravvissuto incredibilmente indenne in tutti gli scontri cui aveva partecipato. Era forse l’unico ufficiale della sua divisione che non avesse almeno una scheggia da qualche parte. Heinz aveva perso un braccio, Tobias un occhio, Andreas una mano. Ed erano anche più giovani di lui che con i suoi 28 anni vantava la maggiore anzianità. Il morale degli uomini era ancora alto e la disciplina ferrea. Erano i bosniaci che davano di tanto in tanto qualche preoccupazione, così feroci quanto imprevedibili. Li potevi vedere andare all’attacco come ossessi, assumendosi pericoli eccessivi, e poi improvvisamente rischiavi di non vederli più perché avevano deciso che in quel momento non erano indispensabili all’azione. L’unica era utilizzarli a piccoli gruppi per azioni sporadiche dove il loro spirito d’iniziativa e la loro sete di sangue trovavano il terreno ideale per manifestarsi. Gente rozza, sempre al limite di un comportamento moralmente accettabile, ma preziosa in guerra. Lo erano stati per quasi cinque secoli nei confronti dell’impero turco nelle piane ungheresi e sui Balcani diventando turchi a loro volta per la ferocia che li caratterizzava. I bosniaci mussulmani poi erano i più temuti dal nemico perché avevano quel fondo di fanatismo religioso che li rendeva davvero invasati nello scontro corpo a corpo, fino ad arrivare a mutilare i nemici, morti o feriti che fossero. Inoltre erano molto bravi come cecchini, dotati di una pazienza infinita e di una mira straordinaria.
Peggio dei cecchini però era stato l’inverno, che aveva mutilato e accecato chi non aveva esperienza di guerra in alta quota e poi aveva sepolto a suo piacere anche i più avveduti con slavine e valanghe cui era impossibile resistere e cui si andava incontro pur di mantenere stabile la linea del fronte e costanti i rifornimenti. Gli italiani avevano pagato un pesante tributo alla loro inesperienza: avevano inviato bersaglieri della pianura e fanti meridionali su un terreno a loro del tutto sconosciuto con conseguenze spesso tragiche. Addirittura, ufficiali del genio che di genio ne avevano dimostrato assai poco avevano ammassato le baracche delle seconde linee ai piedi di canaloni e conoidi morenici senza immaginare neppure lontanamente che cosa sarebbe accaduto appena la neve avesse incominciato ad accumularsi sulle cime e sulle creste. Le valanghe erano crollate all’improvviso seguendo le linee di livello ideali per loro e canaloni e conoidi morenici si erano rivelati delle trappole mortali per gli agglomerati di baracche costruiti ai loro piedi. La neve e il ghiaccio avevano spazzato ogni cosa davanti a loro. Gli austro-ungarici avevano dalla loro una maggiore esperienza e il consenso della popolazione di montagna, anche di quella di lingua italiana del Trentino e di lingua ladina del Cadore. Avevano affrontato l’inverno con più senno ma ciò nonostante anche loro avevano patito sciagure e morti a causa dell’imprevedibilità della folgore che colpisce a caso sulle creste e lungo le trincee e delle valanghe il cui percorso non è sempre prevedibile. Nella Val Martello, sotto la Königspitze, la regina delle montagne, una valanga aveva seppellito un intero apprestamento in baracca con cento giovani kaiserjäger. Il comandante non aveva retto allo strazio ed era morto anch’esso, per infarto. Una valanga aveva ucciso 50 militari in val Travenanzes. Li avevano potuti recuperare solo a primavera con il disgelo.
L’unico modo per resistere al freddo e al gelo era rintanarsi nella montagna in profonde gallerie scavate con l’ausilio dei martelli pneumatici e della dinamite. Ormai queste montagne erano state scavate così in profondità che non c’era metro di terreno e di roccia che non avesse conosciuto la pala e il piccone o la punta d’acciaio del martello pneumatico. Quell’inverno la neve era stata abbondante fin dal tardo autunno, così abbondante che appena stesi i reticolati occorreva ripetere l’operazione perché in poche ore scendevano anche due metri di neve e i reticolati scomparivano sotto la coltre ghiacciata e diventavano del tutto inutili. Poi c’era l’orrore e l’ossessione delle valanghe. Alla fine avevano escogitato il sistema più efficace per difendersene: lasciavano che la neve ricoprisse le baracche e scavavano tunnel di collegamento sotto la coltre nevosa. In quel modo le valanghe correvano sopra le loro teste senza più travolgerli. Era una vita da orsi in letargo ma era una vita.
I sentieri scoperti ormai erano percorsi solo di notte, sempre ammesso che la luna non ne svelasse i movimenti. In quel caso scattava subito l’otturatore della carabina di precisione o quello di qualche mitragliatrice e la morte festeggiava ancora una volta il suo succulento sabba. Trasalì quando una sentinella richiamò la sua attenzione. La sentinella aveva avvertito delle forti vibrazioni provenire dal tunnel degli italiani. Gli italiani stavano scavando un pozzo verticale quasi sotto i loro piedi salendo dal passo di Falzarego. Erano almeno 800 metri di dislivello che quei pazzi stavano cercando di trivellare per sbucare sulla sella sommitale. Era un’impresa folle perché non potevano contare sulla sorpresa, proprio per l’entità degli scavi e il tempo che aveva richiesto. D’altra parte qualcosa dovevano ben inventarsi visto che gli attacchi frontali erano stati respinti con irrisoria facilità e al prezzo, per gli attaccanti, di perdite sempre più insostenibili. Aveva assistito da lontano perfino all’ammutinamento di un battaglione che si era rifiutato di uscire dalle trincee per affrontare la morte certa. I soldati erano stati disarmati e portati via tra due file di carabinieri. Facile immaginare il seguito: il processo sommario, la decimazione. Schierati su una fila, un giovane ufficiale li avrebbe passati in rassegna, l’immagine diaccia della morte sul volto. Li avrebbe contati e uno ogni dieci sarebbe uscito dai ranghi. Poi, i carabinieri avrebbero scortato i prescelti a uno spiazzo con il drappello del plotone di esecuzione già pronto. Giovani vite avrebbero tolto la vita ad altrettanti giovani. Una sola, sorda esplosione asincrona, e i condannati sarebbero crollati al suolo come morti corpi mentre un ufficiale sarebbe passato tra i cadaveri per sparare un ulteriore colpo di revolver alla nuca. Kurt aveva assistito all’interrogatorio di alcuni disertori che avevano preferito il nemico all’ipocrisia omicida di chi li aveva mandati a combattere per la gloria dei Savoia. Erano alcuni degli scampati alla decimazione per il frullo di ali con cui il destino si diverte ad abbattere questo e a tenere ancora in vita quello.
Da alcuni giorni gli scavi erano fermi. Non si sentiva il martello pneumatico che faceva vibrare la roccia a mano a mano che lo scavo saliva di quota. Forse c’era stata una frana, forse erano stati necessari lavori di consolidamento. Di costruire un tunnel di contromina non era stato giudicato il caso. Il pozzo degli italiani era troppo verticale per pensare di poterlo intercettare a metà della via. Si aspettava che giungesse allo scoperto, sempre che la cosa fosse realmente fattibile, e poi lo si sarebbe bloccato con un lancio di bombe a mano e un nido di mitragliatrici posto in una posizione dominante. Possibile che gli italiani fossero giunti fino a loro? Kurt non amava i luoghi bui, le caverne, le cavità profonde della terra. Ne diffidava per istinto. Temeva, a scendere in siffatti luoghi, di risvegliare pensieri cupi oltre che cupe presenze sotterranee. Sapeva che la sua era una sorta di superstizione ma non ci poteva far niente. Ricordava come da ragazzo non amasse andare al cimitero per raccogliersi sulle tombe degli avi perché l’idea di quei corpi imprigionati sotto terra lo rendeva inquieto. Nei suoi incubi notturni arrivò a immaginare una mano che improvvisamente balzasse fuori dal tumulo, infrangendo la lastra di marmo, per ghermirlo e trarlo a sé nell’averno sotterraneo. Si svegliava madido di sudore, l’urlo strozzato in petto. Quell’incubo infantile era tornato in trincea e alcune notti gli era apparso con tutta la sua sinistra concretezza. Di braccia scheletrite pronte ad afferrarlo ne aveva intraviste anche di giorno, emergenti dai tumuli e dai crateri creati dalle bombe sul campo di battaglia. Sarebbe stato meglio se i corpi fossero stati liberati della loro materialità con il fuoco come facevano in India. La cremazione, ecco il sistema più razionale e umano di liberare gli esseri umani dai loro corpi. Non gli andava l’idea di essere rinchiuso in una bara e calato un metro e oltre sotto terra: e se si fossero sbagliati a giudicarlo morto? E se invece fosse stato solo uno stato apparente di morte? Aveva sentito parlare di casi del genere e ogni volta avvertiva la pelle d’oca lungo le braccia e l’intero corpo. Il fuoco purifica e non lascia margini di errore. I cinesi avevano inventato metodi raffinati di tortura, il più raffinato dei quali era la goccia che cade sul capo del condannato finendo con il farlo impazzire. Per lui la forma più raffinata di tortura sarebbe stata quella della sepoltura in una bara ancora vivo. Per evitarlo avrebbe tradito, abiurato, commesso qualsiasi genere di infamia. Le sue convinzioni di bravo cristiano si arrestavano sulla soglia della morte. Non temeva l’aldilà: Dio nella sua infinita saggezza aveva usato lo spauracchio dell’inferno per temperare lo spirito guerriero degli esseri umani, il loro istinto predatorio, l’ebbrezza della violenza che trasforma ogni essere umano in un perfetto troglodita. L’inferno con i suoi diavoli e i suoi tormenti in realtà serviva solo per cercare di rendere meno drammatici i tormenti e le efferatezze cui l’essere umano era soggetto o si lasciava andare su questa terra, in questa vita. L’aldilà aspettava tutti con la pietà di un Dio che non poteva punire senza smentire se stesso come Demiurgo. L’uomo civile non aveva bisogno della minaccia dell’Inferno per comportarsi con pietà e spirito di carità. Lo faceva per suo piacere, per sentirsi superiore alla vita puramente istintiva delle altre specie viventi e per avvicinarsi un poco al suo Creatore. Erano gli esseri più involuti e i mediocri coloro che avevano bisogno della minaccia per comportarsi in maniera civile. Anche in questi luoghi così simili alla rappresentazione biblica dell’Inferno potevi cogliere lo spessore e le differenze di fondo degli esseri umani dal loro comportamento. C’era chi manteneva il controllo di sé e della propria dignità di uomo anche sotto il bombardamento più intenso e chi crollava all’improvviso, soldato o ufficiale che fosse. C’era chi non rinunciava mai all’uniforme in ordine e la barba fatta tutti i giorni e chi tendeva ad assomigliare sempre di più a una sorta di brigante albanese. C’era chi sapeva sempre distinguere tra le necessità della guerra e il cameratismo che accomuna tutti gli esseri umani al di là della diversità delle uniformi comportandosi con umanità nei confronti dei prigionieri e dei nemici feriti e chi non esitava a depredare i prigionieri o a sparare sui soldati ormai inermi. C’era chi uccideva perché questo è l’unico comportamento che il dovere impone in guerra ma senza provarne un particolare piacere e chi combatteva solo per il gusto di ammazzare il suo prossimo.

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Arrivò il colonnello che aveva fatto avvertire con una staffetta. Impettito, i baffi brevi sotto un naso importante, il colonnello Helmut von Weber era un ufficiale di carriera. Suo padre era morto sul campo di battaglia di Sadowa nel 1866 quando i Prussiani con una fulminea campagna militare espulsero l’impero austro-ungarico dalla Germania. I francesi di Napoleone III che applaudirono all’epoca alla sconfitta degli odiati austro-ungarici avrebbero pagato un prezzo ben maggiore quattro anni dopo a Sedan. Un antenato dei von Weber era morto a Marengo nell’estate del 1800, un altro combattendo contro Federico di Prussia. I von Weber avevano accompagnato la vita dell’impero fin da quando il loro più antico antenato era entrato nella cerchia degli Absburgo assieme alla contea del Tirolo, nel quattordicesimo secolo. Bei tempi quelli, prima che arrivassero la polvere da sparo, gli archibugi e i cannoni a declassare la nobile arte della cavalleria. Bastava una solida armatura, un cavallo dai forti quarti posteriori, una mazza chiodata in mano e non c’era ostacolo che potesse frapporsi tra il cavaliere e la sua ira. Bastava uno sparuto gruppo di cavalieri corazzati per sgominare un’intera banda di rivoltosi ed erano i tornei dei cavalieri i luoghi dove il cavaliere più abile si conquistava la fama e gli onori. Non c’era re che non amasse scendere anch’esso nella polvere di un torneo. Il Re di Francia Enrico II di Valois, marito di Caterina dei Medici, ci lasciò addirittura la pelle per una lancia che si spezzò contro la sua armatura e trovò la strada per la gola. Bei tempi, spazzati via dal fragore iconoclasta delle artiglierie. Klaus von Weber a Sadowa aveva colto l’inizio del tramonto dell’impero che la successiva espansione nei Balcani avrebbe solo rinviato ma non rimediato. L’arte militare stava facendo progressi che lo stanco impero austro-ungarico non era in grado di assecondare. Gli eserciti stavano diventando sempre più immensi, la tecnologia sempre più invasiva, lo sforzo economico sempre più impegnativo. Non erano più guerre riservate a élite militari a capo di eserciti di non più di 30.000 uomini. Guerre che si potevano condurre con brevi campagne stagionali, assecondando la stagione del raccolto. Ora ci voleva un apparato industriale sempre più vigoroso, proprio ciò che difettava all’impero e che era diventato la prerogativa della Germania e della Gran Bretagna. Ai laghi Masuri i tedeschi avevano distrutto un intero corpo d’armata russo solo perché disponevano di una rete ferroviaria e un parco di locomotive che nessun altro Paese era in grado di eguagliare. Avevano spostato intere divisioni di soldati dalla Francia alla Prussia Orientale via treno e sempre via treno le avevano spostate rapidamente per sfruttare la distanza che si era creata tra i due corpi d’armata russi che avevano invaso la Pomerania e procedevano a piedi o a cavallo come ai tempi di Napoleone ma anche dei loro antenati che si erano contrapposti ai Cavalieri Teutonici. Così, benché inferiori per il numero, i tedeschi erano sempre stati superiori laddove contava e avevano fatto a pezzi l’armata russa. Il comandante russo si era perfino suicidato per la vergogna. Helmut era cosciente della decadenza dell’impero come era cosciente che la sua probabilmente era l’ultima generazione dei von Weber che avrebbe calcato un campo di battaglia. Helmut von Weber non aveva figli e nessuno cui trasmettere il nome e il blasone. Meglio così. L’epoca dei cavalieri e della cavalleria era giunta al crepuscolo. Questi borghesi che stavano ascendendo con la forza del numero e l’assenza di tradizioni rappresentavano il futuro del mondo e lui con quel futuro era ben contento di non avere ancora molto tempo da spartire.
Bisognava controllare da vicino per capire a che distanza dalla superficie fossero arrivati gli italiani con lo scavo. Von Weber dette ordini brevi e secchi, con voce piana. Kurt assunse il comando di un drappello di soldati guidati da un sergente e si avviò verso la breve selletta che si apriva sotto la loro postazione. La vibrazione del terreno era cessata. Siamo sul cratere di un vulcano pensò. Un niente e diventiamo parte del magma. Il terreno non presentava fenditure. Nulla era trapelato in superficie di ciò che stava accadendo al suo interno. All’improvviso fu colto da una strana sensazione. C’era un bizzarro personaggio che stava salendo verso di loro, sul sentiero sconvolto dalle buche delle bombe. Tolse il binocolo dalla custodia che portava al collo per osservare meglio. Non aveva mai visto una uniforme simile, se uniforme si poteva chiamare il modo di vestire di costui. Indossava dei pantaloni di tela blu stinti sopra degli enormi scarponi senza fasce o ghette. Sotto gli improbabili calzoni da contadino spuntava una maglia blu senza colletto. In testa indossava una specie di cencio sformato che forse in passato era stato di color kaki ma che appariva quasi del tutto scolorito. Non sarebbe passato inosservato neppure nella folla più densa. Anche lo zaino era qualcosa di unico e particolare. Il tessuto di cui era fatto era davvero strano, rosso e sgargiante come il fuoco di un bivacco, così pure la forma che assomigliava a una grande valigia rigida appoggiata su un’intelaiatura di stoffa o qualcosa del genere. Lo zaino era bloccato sul ventre e sul petto con delle strisce di stoffa incastrate tra di loro con delle fibbie molto strane che non erano di metallo ma neppure di legno. Sul fianco dello zaino pendevano degli aggeggi metallici dalla strana forma di una suola irta di punte. Sul retro spuntava una specie di piccone che richiamava l’alpenstock ma che aveva una forma e una dimensione assai diverse. Il legno era più corto e massiccio. A un’estremità finiva con un puntale d’acciaio e sulla parte opposta presentava un beccuccio metallico che aveva su un lato la forma di un piccone dentato nella parte inferiore e di una specie di stretta pala sull’altro lato. Non era uno strumento concepito per scavare trincee quello ma non ne aveva mai visto alcuno di simile per andare ad arrampicare in montagna. Il giovane sembrava una sorta di pagliaccio da circo che avesse rovistato in un negozio di rigattiere per scegliere i capi del suo vestiario secondo un gusto assolutamente improbabile. Era un marcantonio di almeno un metro e ottanta, poderoso. Kurt restò sbalordito quando scorse gli occhiali dello strano personaggio: non aveva mai visto occhiali di quella forma. Avanzava con passo spedito indifferente a ciò che lo circondava e al pericolo che a ogni passo gli si stava addensando sul capo. Kurt era rimasto impietrito. Costui doveva essere un pazzo assoluto o un incosciente non meno clamoroso. Non poteva essere dei loro ma neppure appartenere al nemico. Possibile che fosse così folle da non essersi accorto di essere finito nel bel mezzo di una guerra? Che fosse un americano svitato? Solo un americano poteva vestirsi così, solo un americano avrebbe potuto sfoggiare materiali così originali, per non parlare degli accostamenti di colore, degni di un pellerossa. Però quel tale non aveva alcuna arma addosso, almeno che si vedesse. Nessun fucile, nessuna bomba a mano appesa. Che fosse tutto nello zaino? “Signor tenente, che cosa dobbiamo fare?” La voce del sergente lo riportò di colpo alla realtà. “Chi è?” balbettò indicando verso lo sconosciuto che con passo lento e costante stava salendo verso di loro. “Chi è chi?” sentì rispondere. Poi non sentì più nulla. Il mondo esplose, almeno questa fu la sensazione che ebbe. Una sorta di fine del mondo. Un’esplosione cosmica, definitiva. E’ questa dunque la volontà di Dio che si manifesta? Pensò. Poi il pensiero scomparve, per sempre. Gli italiani avevano innescato dieci tonnellate di esplosivo a pochi metri dalla superficie. L’esplosione creò una sorta di cratere largo una ventina di metri. La roccia e lo strato superficiale del terreno si sollevarono in aria per ricadere in frammenti e in monticelli di terra e sassi. La maggior parte dei soldati del drappello di Kurt furono dilaniati e scagliati tutto all’intorno in frammenti di corpi: una gamba, un braccio, una testa, interiora sanguinanti, non un corpo restò intatto. Non un singolo corpo potè essere ricomposto. Di Kurt non fu ritrovato nulla che potesse essergli attribuito con certezza, né la giubba con i gradi né la testa o l’elemetto. Era al centro dell’esplosione, doveva essere andato in frantumi. Quando gli italiani emersero dal cratere per tentare di conquistare il sommo della montagna furono inchiodati sul bordo della scodella che l’esplosione aveva creato. Tutta la loro fatica e tutto il lavoro di quei mesi erano stati inutili. Erano usciti in un punto dominato dall’alto da un nido di mitragliatrici. Nulla e nessuno avrebbe mai potuto superare quell’ostacolo. Ogni assalto costò morti e nessun guadagno sul terreno. Alla fine gli assalitori dovettero accontentarsi di tenere quell’esile posizione militarmente del tutto ininfluente. Lo spazio compreso tra il cratere dell’esplosione e le trincee austroungariche diventò una sorta di terra di nessuno interdetto a qualsiasi essere vivente, umano o meno che fosse. Perfino i topi non potevano avventurarvisi senza rischiare di essere crivellati di colpi. Tutto ciò che si muoveva diventava immediatamente un bersaglio.

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Kurt non era morto. Non subito. Per i misteri che a volte neanche la fisica riesce a spiegare in maniera del tutto razionale, l’esplosione lo aveva scagliato in aria e poi ricoperto con una montagnola di terriccio senza ucciderlo e senza dilaniarlo. Forse i suoi piedi poggiavano su una lastra di roccia che l’esplosione aveva scagliato verso l’alto senza frantumarla. Gli aveva fatto da scudo in una qualche maniera. Piombato al suolo pesto e svenuto, i frammenti che gli erano ricaduti sopra non l’avevano colpito in parti vitali. Per un gioco strano della statistica, i frammenti di roccia si erano disposti a lato o sopra il terriccio, che aveva attutito i colpi. Ora giaceva sepolto sotto il terriccio, incapace di muoversi. Riprese coscienza un poco per volta come se stesse svegliandosi da un sogno. Nella mente immagini frammentarie si rincorrevano e si sovrapponevano: lo strano individuo sul sentiero, la sensazione da fine del mondo che lo aveva colto all’atto dell’esplosione e che continuava con un sordo ronzio nelle orecchie, il volto del colonnello von Weber che gli dava degli ordini. Ma quali ordini? In che cosa aveva sbagliato? Soprattutto, chi era quello strano personaggio? Che fosse l’angelo della morte? Ma allora perché respirava ancora? Non sentiva il proprio corpo, era solo pensiero. Mi penso, quindi sono vivo. Ma è vero che si è vivi se si esercita il pensiero? E se questo fosse l’aldilà? Il pensiero che si libera del corpo, che diventa autonomo dalle sensazioni fisiche. Il pensiero che pensa se stesso. Una fitta allo sterno lo riportò alla realtà. Sono ancora vivo, pensò. Ma per quanto? Era riverso sullo stomaco e quella posizione gli aveva dato la possibilità di disporre di una piccola sacca di aria che si era formata tra il volto e il terreno. Fosse stato sdraiato sulla schiena, il terriccio gli sarebbe entrato nelle narici del naso soffocandolo. Provò a spostare il corpo. Non accadde nulla. Era bloccato. Sentì il panico che risaliva il corpo partendo dai piedi per raggiungere il cuore prima, che incominciò a battere sempre più forte, e poi la mente, che perdeva progressivamente in lucidità. Stava per gridare. L’avesse fatto, la polvere l’avrebbe soffocato. Con uno sforzo che gli inumidì la fronte riuscì a controllarsi, a non emettere alcun suono. Sono in una tomba, pensò con orrore. Un morto vivente. Forse staranno già scavando per trovarmi. E’ prassi dell’esercito, dopo un attacco, raccogliere i feriti e i cadaveri. Già. Ma che cosa è accaduto in superficie? L’esplosione doveva essere stata provocata dagli italiani che avevano completato il tunnel e fatto esplodere la volta dello stesso per assalire le loro linee sul sommo del Lagazuoi. Se l’attacco fosse riuscito, sarebbero stati gli italiani poi a incaricarsi di recuperare morti e feriti. Già. Ma con quale grado di efficienza? A giudicare da come avevano condotto la guerra fin a quel momento, non c’era da farci troppo affidamento. Avevano sprecato risorse ed esseri umani in una maniera davvero deprecabile. La truppa era costituita da bravi soldati, ingegnosi, coraggiosi, sempre pronti al sacrificio. Era il corpo degli ufficiali che lasciava molto a desiderare. Era quello dello stato maggiore che palesava infine le maggiori carenze. Erano stati gli italiani a scegliere il momento in cui dichiarare guerra all’impero eppure nelle prime due settimane erano avanzati come se si aspettassero di essere loro a essere invasi. Nel maggio del 1915 l’esercito imperiale era spostato a Oriente intento a superare la crisi dell’anno precedente. I confini con l’Italia erano presidiati da un velo sottilissimo di truppe, addirittura da truppe territoriali formate da ragazzi e anziani. Le fortificazioni in molti punti non esistevano o erano obsolete. In fin dei conti, l’impero aveva usato come precauzione nei confronti degli italiani gli accordi sottoscritti in seno alla Triplice Alleanza che impediva agli italiani di realizzare strade nei territori lungo il confine. Mancavano le strade ma si direbbe che agli italiani era anche mancata una seria attività di spionaggio che gli avrebbe rivelato lo stato comatoso delle difese dell’impero a Occidente. Essere alleati con Germania e Italia non aveva impedito affatto all’impero di predisporre piani di attacco anche nell’eventualità di un ribaltamento delle alleanze e di praticare una opera di spionaggio ben mascherata per conoscere il terreno. Gli italiani invece avevano ribaltato le alleanze per puro opportunismo politico senza alcuna strategia militare. Erano avanzati dal fondo valle con un assurdo passo da lumaca. Non solo. Avevano mandato in avanscoperta truppe arrivate dal Sud del Paese, spaesate davanti ai picchi e ai ghiacciai. Fu facile per le truppe raccogliticce dell’impero, soprattutto gendarmeria territoriale, fermarle con poche fucilate sufficienti per confermare i fantasmi che aleggiavano nei cervelli dello stato maggiore italiano. Così gli italiani avevano sprecato un’occasione unica di arrivare di gran carriera a Bolzano e da lì minacciare direttamente Vienna. Vienna. Ci andava ogni volta che poteva. Ne era innamorato. La Vienna dei grandi viali circolari, il Ring, che era stato ricavato dall’abbattimento delle mura perimetrali della città. Sul Ring si andava per pavoneggiarsi e per addocchiare le ragazze più eleganti della città. Prima lo si faceva in carrozza, ora i più arditi si esibivano sulle automobili, questi aggeggi rumorosi e ingombranti che stavano cambiando il volto delle città. Kurt non aveva un’automobile ma era stato parecchie volte in automobile a Salisburgo dove l’amico Peter faceva sfoggio della sua nera Prinz. Andarci richiedeva un certo coraggio a partire dal momento in cui si doveva indossare occhialoni e cappuccio per poter affrontare la polvere e il vento. Che ebbrezza, la velocità. Si poteva arrivare anche a 40 e perfino a 50 chilometri all’ora di punta. Che pericoli, a ogni curva. Di finire fuori strada, di finire in una buca, di trovarsi di colpo davanti a un carro con i cavalli che imbizzarrivano facilmente alla vista del mostro metallico. Non potevi possedere un’automobile se non diventavi anche un meccanico provetto. A ogni momento dovevi aprire il cofano e mettere le mani nel motore. A ogni momento dovevi aprire il bagagliaio e mettere le mani alla ruota di scorta per sostituire quella forata. A ogni momento ti ritrovavi coperto di grasso fino ai gomiti ma anche felice come un bambino cui sia stato regalato il giocattolo più bello che ci sia. Con la scusa della velocità le donne facevano finta di svenire e potevi allungare le mani a piacimento. Con la scusa della velocità si eccitavano senza alcun pudore. Provò un’improvvisa eccitazione all’inguine. Chissà. Forse è proprio il desiderio di una donna l’ultima sensazione che si prova prima di morire. Elizabeth aveva l’incarnato della luna piena, lo sguardo di una zingara e il portamento di una imperatrice. Non avrebbe mai immaginato che si sarebbe lasciata baciare da lui. Era accaduto durante una corsa in automobile mentre erano accovacciati sul sedile posteriore. Lo sguardo allucinato per l’emozione, era stata lei ad avvicinare le labbra alle sue. Era stato un bacio infinito, due fiumi che mescolano le loro acque – quelle trasparenti di un torrente alpino e quelle più torbide di un emissario lacustre – dando vita a un corso d’acqua più maestoso. Scesa dall’automobile, era tornata la statua altera che conosceva.
Birgit era diversa. Era una vergine in tutti i sensi. Vergini i pensieri, vergine l’indole, vergini i colori che tanto amava. Chissà come si sarebbe comportata la prima notte di nozze. Aveva sentito di donne che erano diventate pazze alla vista del sesso di un uomo. E altre che lo facevano solo al buio e solo il tempo necessario per restare incinte, senza neppure togliersi la camicia da notte. Con Birgit non ne aveva mai parlato e non aveva la più pallida idea di che cosa pensasse del sesso, sempre ammesso che vi avesse mai pensato. Era stata educata dalle suore. Era seguita come un’ombra dalla sua governante. Chissà che cosa albergava sotto il sorriso innocente di quella fanciulla. L’avevano educata perché fosse una buona moglie e un’ottima madre. Chissà se avrebbe imparato a diventare anche un’amante. E se questo fosse il Purgatorio? L’Inferno non credo. Il Purgatorio sarebbe possibile. Mancano i diavoli, mancano i forconi, il fuoco, l’acqua bollente. Mancava tutto ciò che gli avevano raccontato da ragazzo e che aveva visto rappresentato nelle tavole del Dorè che illustravano l’Inferno nella Divina Commedia. Per il Purgatorio era diverso. In fin dei conti il Purgatorio è un luogo di punizione meno grave e soprattutto meno drastico. E’ l’assenza di Dio la vera penitenza che si patisce nel Purgatorio. L’Inferno in fin dei conti rappresenta un pieno, il pieno della condanna che va subìta e patita in ogni istante. L’Inferno è il luogo dove ricordi e sconti le tue colpe per l’eternità. In fin dei conti, l’Inferno è un luogo di certezze. Nel Purgatorio ti rendi conto di quale rischio hai corso nell’offendere Dio o semplicemente nel non averlo tenuto abbastanza presente. E’ la sua assenza la tua punizione. E’ il vuoto, il nulla la vera condanna, si spera a tempo determinato. E’ l’incertezza sulla pena e sulla sua durata. Che cosa c’è di peggio di un Dio che ti volge la schiena? Che si dimentica di te? Bene. Se questa è la mia condanna, la espierò fino in fondo. Padre nostro che sei nei cieli non dimenticarmi come io ho dimenticato te, incominciò a pregare. Si era addormentato. Lo svegliò un brivido di freddo. Dove sono? A sì, in Purgatorio. Forse. Le mani. Le mani erano ancora vive e raspavano il terreno che le opprimeva. Era un terreno molle che permetteva un minimo di movimento. Era vivo, allora. Vivo ma confinato in una bara di terra e sassi. Quanto tempo era già passato? Non era in grado di saperlo. In quella bara non c’erano orologi né luce. Era un buio ovattato, spesso. Ho paura, mamma. Ho paura. In guerra si muore ma ogni morte è sempre la prima morte per chi la subisce. Ogni morte è sempre l’ultima, irripetibile. Ogni morte è la fine di qualcosa che appariva eterna e unica: la vita. Perché non sono morto di colpo? Perché devo agonizzare in questa tomba? Che colpa devo espiare? Kurt stava piangendo in silenzio. Lacrime gli solcavano il viso: le sentiva scendere lungo le guance e le immaginava cadere a terra. Ne sentì il sapore salato sulle labbra. Non poteva neppure scegliere di morire perché era bloccato. Doveva solo aspettare che l’ossigeno finisse o che la massa di terriccio che lo sovrastava si cementasse schiacciandolo del tutto. Dante non aveva descritto nessun tormento paragonabile al suo. “Non era via da vestito di cappa, ché noi a pena, ei lieve e io sospinto, potavam sù montar di chiappa in chiappa.”, “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense”. Incominciò a recitare nella mente i versetti della Divina Commedia che aveva mandato a memoria. Conosceva l’Inferno quasi a memoria. Incominciò. “Nel mezzo del cammin di nostra vita…” Ogni tanto si appisolava, poi quando si risvegliava cercava di ricordare a che punto era arrivato e andava oltre. Non aveva fame. Sete sì. Aveva urinato nei calzoni alcune volte sentendo ogni volta un poco di calore scendergli verso l’inguine. Non aveva alcuno stimolo a defecare. Chissà. La posizione probabilmente gli aveva bloccato la peristalsi. Aveva avvertito alcuni stimoli di appetito che però si erano acquietati abbastanza presto. La forza della poesia. L’impegno mnemonico era assoluto. Voleva ricordare tutti i versi, nessuno escluso. Aveva letto da qualche parte che i monaci zen nel lontano Giappone grazie alla meditazione riuscivano a estraniarsi dalla realtà al punto di non sentire più né fame né freddo né sete per giorni e giorni. A mano a mano che recitava i versi di Dante, era come se gli stesse camminando a fianco, Virgilio da un lato, lui dall’altro. Immaginava il cammino irto di ostacoli, l’atmosfera lugubre, l’odore di zolfo, le ombre che passavano senza lasciare alcuna traccia sul suolo, i personaggi che emergevano dall’oscurità “con occhi di bragia” per poi scomparire di nuovo. “Come d’autunno si levan le foglie l’una appresso de l’altra, fin che ‘l ramo vede a la terra tutte le sue spoglie…”. I volti come maschere, il dolore come veste. Quando si bloccava, tornava indietro per ricominciare da quale passo precedente con la speranza di ricordare quelli lacunosi nel momento stesso in cui fosse tornato a recitarli. Un po’ come un podista che acquista velocità per saltare un fosso. “«*Papé Satàn, pape Satàn aleppe!*», cominciò Pluto con la voce chioccia; e quel savio gentil, che tutto seppe, disse per confortarmi: «Non ti noccia la tua paura; ché, poder ch’elli abbia, non ci torrà lo scender questa roccia»”. Ho paura, pensò Kurt. Anch’io sto discendendo nell’Inferno. E lo sto facendo da vivo. Fu punto a una guancia. Poi si accorse che non era stata una puntura di insetto ma una goccia d’acqua. Ci doveva essere un’infiltrazione nel terreno perché altre gocce scesero sul viso. Poi giunsero alle labbra. Bevve avidamente, goccia per goccia. Era acqua fangosa. Ma era acqua. Stava piovendo probabilmente e il terreno smosso dall’esplosione era permeabile all’acqua che per sotterranei rivi era giunta fino a lui. Chissà quanto era lontana la superficie. Non molto probabilmente. Se devo morire morirò, ma non un momento prima rispetto a ogni possibilità di sopravvivere il più a lungo possibile. Devo finire di recitare Dante. E’ questo il mio compito ora. E’ questa la mia preghiera a Dio. Quando la stanchezza lo sopraffaceva si addormentava. Poi, al risveglio, ricominciava a recitare. “Era lo loco ov’a scender la riva venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco, tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva. Qual è quella ruina che nel fianco di qua da Trento l’Adice percosse, o per tremoto o per sostegno manco, che da cima del monte, onde si mosse, al piano è sì la roccia discoscesa, ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse.” C’era stato agli Slavini di Marco, vicino Rovereto, dove era stato identificato il posto descritto dal Poeta. Il burrone era davvero tenebroso e ostico, proprio come era stato descritto. Che emozione camminare in un luogo dove era passato anche Dante. Che emozione sentirsi all’interno del libro. Ora lo era davvero all’interno del libro, nel cuore stesso dell’Inferno. “Siede Peschiera, bello e forte arnese da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, ove la riva ‘ntorno più discese. Ivi convien che tutto quanto caschi ciò che ‘n grembo a Benaco star non può, e fassi fiume giù per verdi paschi. Tosto che l’acqua a correr mette co, non più Benaco, ma Mencio si chiama fino a Governol, dove cade in Po.” Sarebbe stato bello scendere oltre Peschiera, sbaragliati gli italiani, e tornare sul Garda da vincitori per riprendersi il Veneto e la Lombardia. I secoli sono trascorsi ma i luoghi della guerra, le rocche, i passaggi obbligati sono sempre quelli. “Allor porsi la mano un poco avante, e colsi un ramicel da un gran pruno; e ‘l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?». Da che fatto fu poi di sangue bruno, ricominciò a dir: «Perché mi scerpi? non hai tu spirto di pietade alcuno? Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: ben dovrebb’esser la tua man più pia, se state fossimo anime di serpi»”. Così si era sentito tante volte alla vista di una mano che emergeva da un cratere di bomba o di una gamba finita in un canto come un oggetto inutile. Anch’essi erano dei rovi spinosi. Ora però lo era davvero.

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“Io venni in loco d’ogne luce muto che mugghia come fa mar per tempesta, se da contrari venti è combattuto.” Era lì, la presenza del suo accompagnatore alla destra. Faceva freddo, il vento infernale gli riempiva le orecchie. Ecco un’anima arrivare fino a loro sospinta dal turbinio del vento, nuda. Era la signorina Mantuffel, l’insegnante di matematica. Che belle tette… A scuola spettegolavano non poco alle sue spalle. Si diceva che avesse l’amante. Bella era bella ma anche così scostante. Sapeva di essere bella e se ne approfittava. Kurt si era sempre chiesto se Brigida avesse dei bei seni. Ora li vedeva ben in vista, la forma un poco a pera, le punte brune e sode. Anche il monte di venere era ben disegnato tra le cosce e appena velato dalla leggera peluria bionda che ricopriva il sesso. Aveva le forme della Maja desnuda di Goya. Kurt non sentiva pietà alcuna per quell’anima condannata ma un certo desiderio sì anche se poco adatto al luogo. Quante volte aveva pensato a sé e a Brigida seduta sulle sue ginocchia, le mani che la sondavano sotto le vesti. Mai con una collega e tantomeno con una collega troppo carina era stato il suo motto. Brigida gli stava sorridendo, lascivia. Bella sporcacciona, per niente pentita. “Che fa? Stia sull’attenti!” Virgilio aveva il volto di von Weber, i baffetti sotto il naso aquilino, l’aria marziale. All’improvviso il volto di von Weber mutò. Gli spuntarono delle corna sulla fronte e grandi ali da pipistrello sulla schiena. Von Weber gli lanciò uno sguardo grifagno e scorreggiò! Già. “Ed elli avea del cul fatto trombetta”. Il terriccio umido sapeva di letame e con quell’odore Kurt si ridestò dal torpore che l’aveva condotto a sognare. Dove mi trovò? La sensazione di essere ancora calato nel sogno era molto forte. E’ possibile che un sogno sia così realistico? Lo è, visto che era tornato cosciente della sua tomba. Dove ero rimasto con Dante? “Quante ‘l villan ch’al poggio si riposa, nel tempo che colui che ‘l mondo schiara la faccia sua a noi tien meno ascosa, come la mosca cede alla zanzara, vede lucciole giù per la vallea, forse colà dov’e’ vendemmia e ara”. Vedrò mai più una lucciola? Sarò mai più punto da una fastidiosa zanzara? Sarò mai più tormentato da una cimice in un pagliaio? In quella fossa il tempo era scomparso, così pure era scomparso il senso dello spazio. Stava galleggiando nel vuoto. Non ricordava più il volto di sua madre e di suo padre. Non ricordava più alcun volto. E’ così dunque che si trapassa. Prima se ne va la memoria, poi il corpo la segue. Che ne sarà della mia anima eterna? Che ne sarà del mio Io mortale? La mia anima avrà ancora il senso di essere appartenuta a questo corpo, di aver vissuto questa vita? Che accadrà a quell’ineffabile concetto che si chiama Io? L’esperienza ti dice che alla scomparsa del singolo non si accompagna anche la scomparsa dell’universo. Eppure, per il singolo, con la fine del suo Io cessa anche l’universo. Ombra tra le ombre. L’Io spicciolo che ascende e si fonde nell’Io universale. Ho paura ma ho anche curiosità. Ho paura del trapasso, di lasciare ciò che conosco, ma ho anche curiosità di scoprire ciò che esiste oltre la nostra vita materiale. C’era una luce laggiù che stava avanzando verso di lui. Un volto: il volto del giovane che stava salendo il sentiero. Ora lo poteva vedere in primo piano. Doveva essere il volto dell’angelo della morte eppure non aveva un aspetto trascendente. Era un giovane qualunque, il volto ovale, il naso piccolo e tondo, un poco orientale, la fronte alta, il taglio nel mento. Era un volto qualunque che avrebbe potuto incontrare per le strade di Vienna come di Salisburgo. Un volto continentale, forse celtico. Castani i capelli, marroni gli occhi. Gli stava sorridendo e il sorriso rivelava denti irregolari e una fossetta nel mento. Il cencio sulla testa doveva essere stato un cappello militare a larghe falde. L’uso lo aveva scolorito e sformato. Fosse stato uno dei loro sarebbe finito agli arresti e a pulire le latrine per punizione. Ma non aveva l’aria del militare. Aveva uno sguardo intelligente e i modi dell’intellettuale. Non voglio venire con te, non ancora. Devo finire di recitare i miei versi. Ritorna. Si svegliò. Era stato un altro sogno, forse la premonizione della morte. Si affrettò a recitare gli ultimi versi. E’ tempo di andare, pensò. Ma voglio farlo solo dopo aver compiuto il mio lavoro. “Lo duca e io per quel cammino ascoso intrammo a ritornar nel chiaro mondo; e sanza cura aver d’alcun riposo, salimmo sù, el primo e io secondo, tanto ch’i’ vidi de le cose belle che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo. E quindi uscimmo a riveder le stelle.” Era arrivato alla fine dell’Inferno. Era arrivato alla fine della sua vita. Sorrise. Si può ben morire dopo aver recitato Dante. Si sentiva l’animo leggero come se si fosse confessato, come se si fosse emendato da tutti i suoi peccati. Padre nostro che sei nei cieli, accetta questo figliol prodigo come accettasti l’altro. Una luce gli apparve e il giovane del sentiero tornò a trovarlo. Era giunto il momento di seguirlo. Gli stava sorridendo. Gli stava parlando. Gli stava parlando in italiano. “E’ vivo, signor tenente. È ancora vivo.” Delle mani lo stavano liberando dal terriccio. Svenne. Si svegliò in un ospedale italiano a Vicenza. Sul Lagazuoi era piovuto a dirotto per giorni e giorni finché una piccola frana gli aveva scoperto un piede. Lo aveva visto una sentinella italiana che l’aveva segnalato al suo capoposto. Con gli austroungarici si era creata una sorta di intesa per la quale nessuno sparava se usciva una piccola pattuglia con la croce rossa per recuperare i cadaveri. Lo avevano dissotterrato usando le pale. Erano rimasti sbalorditi. Era ancora vivo nonostante fosse sotto quel monticello di terra e pietre da una settimana. Lo avevano portato nelle retrovie e di lì in ospedale. Le sue condizioni erano gravi. Nessuno avrebbe scommesso alcun centesimo sulla sua ripresa. Invece ce l’aveva fatta. Giorno dopo giorno aveva ricominciato a vivere, a mangiare un poco di brodo, a ristabilire le funzioni fisiologiche. Tre mesi dopo era di nuovo in piedi. Il bello è che nell’esplosione non aveva riportato alcuna ferita, neppure una costola rotta. I medici non si capacitavano non tanto della sua fortuna quanto delle sue capacità di sopravvivere in quelle condizioni e per così tanto tempo. Come aveva fatto a respirare per sette giorni sotto terra? Come aveva fatto a sopravvivere all’immobilità forzata senza impazzire? Come aveva fatto a sopravvivere senza bere? Era piovuto molto sull’altopiano in quei giorni e l’acqua aveva attraversato il tumulo di terra sotto il quale era sepolto Kurt non solo arrivando fino alle sue labbra ma portando seco anche quel tanto di aria che era bastata a tenerlo in vita. Il fatto più sorprendente era stata la capacità di Kurt di non impazzire. Nell’esplosione non aveva riportato ferite così gravi da lasciarlo esanime per così lungo tempo. D’altra parte, se ciò fosse accaduto sarebbe morto proprio per la conseguenza delle ferite. Doveva essere stato lucido la gran parte del tempo ed era davvero incredibile che avesse mantenuto la calma e il controllo di sé. Quando poi appresero che era sopravvissuto recitando l’Inferno di Dante Alighieri, ci mancò poco che non lo arruolassero nell’esercito italiano. Diventò una specie di eroe di cui parlarono anche i giornali. Il giovane ufficiale austroungarico sopravvissuto grazie a Dante. Vennero in visita anche le massime autorità politiche e i più alti gradi dell’esercito. Non finì neppure in un campo di prigionia. Gli chiesero la sua parola d’onore che non avrebbe più ripreso le armi contro l’Italia e lo accompagnarono fino alla frontiera con la Svizzera. Per lui la guerra era finita.

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Agosto 1972, Rifugio del Lagazuoi. Era la prima volta che vi tornava. I casi della vita l’avevano portato altrove. Finita la guerra, congedato, Kurt Emmering era partito per l’Argentina con Birgit. In Europa si respirava un’aria mefitica. I vincitori della guerra non si erano assunti la responsabilità della pace. Gli americani dopo aver fatto pendere la bilancia dei rapporti di forza a favore dell’Intesa erano tornati al loro tradizionale isolazionismo. Che gli europei badassero a se stessi. Francia e Gran Bretagna non avevano saputo far di meglio che imporre alla Germania la legge del vincitore dimenticando che i loro eserciti avevano finito la guerra ancora sul suolo francese. La Germania era stata accerchiata e si era dovuta arrendere ma non era stata sconfitta sul campo di battaglia. Il suo spirito bellicoso era ancora intatto. Chi non ne avesse tenuto conto prima o poi avrebbe dovuto farvi fronte. La politica del guai ai vinti che tanto amavano i francesi portava sempre a delle rivincite, mai alla pace. L’impero austroungarico era andato in pezzi e le nuove nazioni che ne erano emerse tutto sembravano meno che nazioni. La Russia era stata travolta dalla rivoluzione, quella sorta di sottile veleno che stava infettando anche i cuori delle masse operaie dell’Occidente. In Russia era in atto una immensa guerra civile che stava costando più morti della stessa ecatombe bellica. La spagnola, l’epidemia che era scoppiata tra le popolazioni europee provate dalle privazioni, aveva equiparato le perdite tra i civili a quelle subite dai militari durante il conflitto. L’Europa sembrava una vecchia signora in agonia percorsa da febbri senili che non promettevano nulla di buono. Si era sparso troppo sangue, troppa violenza era penetrata nel modo di vivere quotidiano di milioni di persone per credere che gli europei sarebbero potuti tornare a un vivere civile che la guerra aveva spazzato via per sempre. L’Europa era persa, tanto valeva andarsene per poterla ricordare come l’aveva conosciuta nella sua giovinezza. L’Argentina li aveva accolti con i suoi spazi immensi e la sua poca memoria. Kurt era diventato l’amministratore di una grande fazenda e aveva trascorso oltre oceano i successivi cinquant’anni. Aveva avuto tre figli. Birgit era morta da alcuni anni. Superati da poco gli 80 anni, aveva voluto tornare a vedere i luoghi della sua gioventù. L’Austria era diventata un piccolo Paese molto ricco e pacificato. L’Europa forse aveva trovato una pace che non si basasse solo sull’uso della forza ma anche sul consenso dei popoli che avevano imparato a collaborare dopo la deflagrazione drammatica della successiva guerra. I mostri con cui l’Europa non aveva fatto i conti negli anni Venti e Trenta avevano generato uno sterminio di proporzioni apocalittiche coinvolgendo tutto il pianeta per poi approdare anche nell’America Latina, che stava diventando una sorta di vulcano pronto a eruttare. Meglio finire i propri giorni all’ombra del campanile di Voglau si era detto Kurt tornando in patria. La gita al passo di Falzarego era stata un po’ improvvisata. Il figlio Hans, che lo aveva accompagnato in Europa, era curioso di vedere i luoghi della grande guerra. Il padre gliene aveva parlato così lungamente che non poteva perdere l’occasione di calpestarne il suolo. C’era una funivia al passo di Falzarego che portava fino al Lagazuoi, a pochi passi dall’entrata della galleria costruita dagli italiani. Ora era diventata un museo, il museo più originale che si potesse immaginare. Vi arrivarono dopo una manciata di minuti. Kurt si incamminò verso l’imbocco della galleria, verso quel cratere che gli aveva cambiato la vita. All’intorno ben poco ricordava le trincee e gli acquartieramenti dell’epoca. I boschi erano ricresciuti più in basso e il silenzio si era riappropriato dei luoghi dove sorgevano le città di baracche dei contendenti. Tutto era mutato salvo la forma delle montagne. Le Tofane erano ancora lì, invitte e immutabili nel tempo. Il sentiero che saliva dal passo giungeva a una selletta dalla quale poi si ascendeva per un crinale ripido fino al rifugio. C’era un giovane che lo stava percorrendo. Un giovane con uno strano cencio sformato e scolorito in testa. Il giovane indossava dei jeans stinti e una maglietta blu senza colletto. Sulle spalle portava uno zaino sgargiante con appesi ai lati un paio di ramponi e sul retro una solida picozza. Kurt si fermò aspettando che il giovane giungesse fino a lui. Si guardarono e negli sguardi non c’erano domande, solo un largo sorriso che metteva in risalto le fossette sulle guance del giovane. Aveva anche una fossetta nel mento. “Ciao Kurt, ci si rivede infine”. Hans trovò il padre riverso al suolo, morto. Un infarto probabilmente. Al suo fianco c’era un giovane montanaro che stava recitando dei versi. “Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore: fecemi la divina podestate, la somma sapienza e ‘l primo amore.”

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